ALZO ZERO 2012

 

LA PALUDE DEMOCRATICA. Il panorama politico italiano

 

di Dagoberto Husayn Bellucci

 

Il panorama politico italiano appare in una fase di più o meno reale trasformazione. Ora occorre sottolineare che è prassi consolidata delle forze politiche della democrazia italiana – come di tutte le altre democrazie del pianeta – di utilizzare determinati avvenimenti, determinate fasi di stallo, per mutare pelle, modificando aspetti esteriori, programmi e idee al fine ultimo di mantenere inalterato l’assetto di potere in un tentativo di continuare ad esistere.

 

Tutta la storia politica nazionale ha dimostrato l’abilità dei nostri politicanti di sopravvivere alle temperie più insidiose. Non esiste partito politico rappresentato in parlamento che non intenda mantenere lo status quo, i proprio seggi e la propria fetta di potere.

 

É ciò che lorsignori parlamentari hanno appreso dalla comoda, comodissima, vita da deputato o senatore: un paio di legislature sono sufficienti per mantenere vitalizi e privilegi ed usufruire di una lauta pensione. Questa fino ad oggi è stata la prassi. Così durante le fasi di trasformazione assistiamo ad un’arte antica, qualcuno la definirebbe machiavellica, del trasformismo parlamentare.

 

Partiti che si riciclano sotto altre sigle, adottando nuove bandiere e simboli, cambiando qualcosa ai loro vertici… è storia vecchia.

 

Ed è una storia che ha stancato. Lo sanno perfettamente tutti gli attuali responsabili della politica italiana quanto è quale sia lo sdegno popolare che si riflette nei settimanali sondaggi d’opinione che non fanno altro che indicare chiaramente una sfiducia generale e montante da parte dell’elettorato nei confronti della politica e dei suoi rappresentanti.

 

Un osservatore disinteressato che provasse a dare un’occhiata alle attuali forze politiche presenti in parlamento non potrebbe non porsi la domanda più logica che spontaneamente crediamo si chiedano la maggioranza degli italiani: "a che cosa serve un partito?".

 

A niente. Frustrante, radicale, estrema sarà inevitabilmente questa la risposta che il nostro ipotetico osservatore avrà.

 

E ancor meno che niente servono attualmente i partiti che si dilettano in parlamento a far finta di farsi la guerra l’un con l’altro quando tutti sanno perfettamente che i diversi deputati e senatori, pur sedendo divisi, null’altro sono buoni a fare che rubare uniti.

 

Perché questo è il principale motivo per il quale si fa politica (e non solo la politica) nel nostro paese da diversi decenni a questa parte. Finita l’epoca delle ‘passioni’ riversate con fanatismo nelle piazze e nelle strade nella stagione caldissima della cosiddetta "strategia della tensione" che traghettò il paese dalla seconda metà dei Sessanta alla prima metà degli Ottanta; la politica serve esclusivamente come trampolino di lancio finale per tutta una serie di professionisti già affermati e oltremodo riconosciuti nelle loro rispettive categorie sociali per assicurarsi una carriera che è sinonimo di privilegi e garanzie, tutele e diritti. Il politico italiano non deve preoccuparsi di rispondere di eventuali abusi e, salvo gravissimi reati, difficilmente verrà distolto dalla sua funzione principale: il furto di Stato legittimato da leggi comprensive e scritte ad hoc per il mantenimento di una casta parassitaria che non produce, non lavora, non dirige né determina alcunché ma è sempre pronta a difendere le proprie posizioni dalle quali ovviamente dipendono i propri privilegi

 

Questo circolo vizioso della politica italiana ci ricorda l’immagine di una palude.

Una palude non è nient’altro che un grande stagno. Un acquitrino infido, melmoso, dove si viene facilmente risucchiati se non si segue e rispetta percorsi prestabiliti, se non si conoscono le leggi di natura che sono inesorabili e puniscono in maniera spietata. Ora possiamo dire tranquillamente che deputati e senatori conosco perfettamente le leggi non scritte che li obbligano a rispondere come casta di privilegiati alle regole del ‘mercato’ della politica. Regole ferree, altrettanto inesorabili di quelle della palude; regole dalle quali dipende la sorte di Tizio, Caio o Sempronio di turno.

 

Non ci vuole niente a capire che chiunque intenda candidarsi alle elezioni (siano esse amministrative, politiche o europee) per questo o quel partito non potrà che ottenere il consenso dei cittadini della sua circoscrizione elettorale solo ed esclusivamente rilasciando promesse su promesse. Promesse che sono regolarmente dimenticate dai neo-eletti il giorno successivo alla loro nomina.

 

Altre, ben più importanti ‘promesse', devono essere – al contrario delle prime – gelosamente mantenute dal candidato che riuscirà a varcare le soglie di un palazzo del comune, della regione o dell’assemblea nazionale. Sono le promesse che, in veste di candidato per il partito ‘x’ o ‘y’, il soggetto in questione ha dovuto dare a coloro che ne hanno sponsorizzato la campagna elettorale riversando ingenti somme di denaro al suo staff. Tali accordi pre-elettorali sono sempre esistiti e sempre esisteranno in tutte le democrazie moderne.

 

Il clientelismo, la tangentocrazia, il malaffare nell’amministrazione della cosa pubblica sono temi, da noi, che neanche fanno più né scalpore né notizia. In Italia si ruba da sempre. L’Italia, per questo, ha probabilmente un vantaggio oltremodo inattaccabile rispetto ad altri paesi europei. E i politici italiani sono noti a livello planetario per la loro ‘flessibilità’ – genuflessibilità – di fronte al Dio-denaro ed alla bustarella facile. Tangentopoli venti anni or sono non soltanto ha rappresentato un’operazione di facciata con la quale una fazione del partito unico della borghesia ha deliberatamente fatto fuori un’altra fazione ma, nella sua chimerica pretesa di ripulire il paese dal malaffare ha aperto la strada a forme più astute ma anche redditizie di "ingrasso facile".

 

Ma vediamo nel ‘dettaglio’, utilizzando quelli che sono i principali indicatori economici del paese, qual è lo stato "di salute" dell’Italia dopo il primo trimestre del 2012.

 

 

Appare evidente che le ricette del governo Monti abbiano fino a questo momento portato ad un collasso dei consumi conseguenza dell’aumento delle tasse.

Si prenda per buone le seguenti stime per il 2012 nei settori petrolifero ed energetico:

 

- Consumi petroliferi (Gen-Feb. 2012 – a/a): -8,3% (Destag. -10,0%) (MIN. SVIL. ECON.)
- Consumi gas (Gen. 2012 – a/a): -4,3% (MIN. SVIL. ECON.)
- Consumi Energia Elettrica (Gen-Feb. 2012 – a/a): -0,2% (Destag. -2,0%) (TERNA)

 

I consumi petroliferi sono tornati ai livelli dei primi anni 70 (cioè all’epoca della grande crisi petrolifera seguente al conflitto arabo-israeliano che determinò il blocco delle esportazioni da parte dei paesi arabi dell’Opec) ossia minori di un 30/35% rispetto alla fine degli anni Novanta.

 

Questa situazione è determinata dal rialzo del prezzo del petrolio sui mercati internazionali, dalle tensioni prodotte nell’area del Vicino Oriente non da ultimo dal conflitto libico di un anno fa.

Inoltre la manovra varata dall’esecutivo Monti lo scorso dicembre – quella che avrebbe dovuto rimettere in carreggiata l’economia italiana – non ha fatto altro che aumentare i costi di alcune voci fondamentali che incidono su tutta la bilancia economica italiana (in particolare ci riferiamo ai combustibili saliti di un +25,5%  il gasolio e di un + 18,6% la benzina).

 

A questa brusca frenata dei consumi petroliferi ed energetici si deve sommare il crollo della produzione industriale a causa dell’andamento disastroso del mercato interno come confermano queste stime:

 

- Produzione Industriale (Gen. 2012 – a/a): -2,1% (Destag. -5,0%) (ISTAT)
- Fatturato industriale (Gen. 2012 – a/a): -1,4% (Destag. -4,4%) (ISTAT)
- Ordinativi dell’industria (Gen. 2012 – a/a): -5,6% (ISTAT)

 

 

Il crollo della produzione e degli ordinativi, determinato dalla crisi del mercato interno, sembra relativamente bilanciato da una tenuta delle nostre esportazioni verso l’estero.

 

A causa dell’aumento delle tasse, che frena la produzione industriale destinata all’interno (leggi appunto i consumi), si deve sottolineare l’aumento dei prezzi (molto più alto che nella media europea) che favorisce una perdita di competitività ulteriore per le imprese italiane.

Anche il capitolo prezzi è impietosamente rivelatore di una generale fase di recessione dell’economia italiana:


- Inflazione (Feb. 2012 – a/a): +3,3% (ISTAT)
- Prezzi alla produzione dei prodotti industriali (Gen. 2012 – a/a): +3,3% (ISTAT)
- Prezzi beni energetici (Feb. 2012 – a/a): +15,6% (ISTAT)

 

Contemporaneamente sono crollate produzione, fatturati e ordinativi. É aumentata la disoccupazione e la pressione fiscale sulle imprese. Sono crollati i consumi.


- Occupazione (Gen. 2012 – a/a): 57,0% (+0,2%) (ISTAT)
- Disoccupazione (Gen. 2012 – a/a): 9,2% (+1,0%) (ISTAT)
- Ore di Cassa integrazione (Feb. 2012 – a/a): +16,8% (UIL)

 

Al crollo dell’occupazione si è sommato il crollo del potere d’acquisto delle famiglie italiane.


- Retribuzioni Orarie Contrattuali (Dic. 2011 – a/a): +1,4% (ISTAT)
- Prezzi beni acquistati con maggiore frequenza (Feb. 2012 – a/a): +4,5% (ISTAT)
- Pressione fiscale 2012 prevista in Manovra Monti: 45,2% (vs. 42,7% del 2011) (GOVERNO)

Gli italiani sono dunque più poveri con un andamento retributivo (lordo) inferiore di un 3% netto rispetto all’indice dei prezzi dei prodotti acquistati. La pressione fiscale viene prevista in fortissimo aumento che porterà per l’anno 2012 un crollo di un 7% netto del valore reale delle retribuzioni (nette) che viene mangiato da inflazione e tasse.

 

 

Conseguenza inevitabile di questa situazione sarà un crollo di tutti i consumi delle famiglie e un calo netto degli investimenti. Dai primi dati forniti da diverse associazioni di categoria e organismi di rilevamento statistici il quadro che ne esce è ancor più drammatico:

 

- Immatricolazioni Automobili (Gen-Feb. 2012 – a/a): -17,8% (UNRAE)
- Movimenti aerei passeg. e cargo (Gen. 2012 – a/a): -6,5% (ASSOAEROPORTI)
- Richieste Mutui (Gen. 2012 – a/a): -44,0% (EURISC)

 

Ma ciò che deve fare riflettere ulteriormente gli italiani è che, secondo le previsioni della Banca d’Italia e di importanti enti fiscali della Repubblica viene fuori un poco rassicurante bilancio dei conti pubblici sui quali né le diverse manovre varate dal vecchio esecutivo Berlusconi (ministro Tremonti) né la cosiddetta "manovra SalvaItalia" imposta a dicembre dal nuovo governo Monti avranno effetti di una qualche portata.

 

Le diverse manovre si proponevano di ridurre il deficit pubblico nel 2012 di circa 40 miliardi (dal 3,9% all’1,5%) essenzialmente usufruendo di un forte incremento delle entrate tributarie. Nel primo bimestre dell’anno il miglioramento dei conti pubblici italiani è risultato semplicemente nullo causa del crollo dei consumi che ha avuto un effetto negativo sulle entrate che neanche l’inasprimento delle misure tassative è riuscito ad arginare.

 

Ciò significa che il "Professore" Monti, chiamato coram populo a "salvare" l’Italia da un imminente – così ci dissero e raccontare i principali organi d’informazione nel novembre scorso – non ha in realtà salvato alcunché né riassestato un bel niente.

 

Queste statistiche danno certamente meglio il quadro complessivo della situazione dei conti pubblici italiani nei primi due mesi dell’anno corrente:


- Fabbisogno sett. Statale (Gen-Feb. 2012): -10,7 mld (nel 2011 -10,3 mld) (BANCA D’ITALIA, MEF)
- Entrate Tributarie (Gen. 2012 – a/a): -0,3% (BANCA D’ITALIA, MEF – Dedotte da dati Fabbisogno – Dati di cassa) +4,4% (RGS, MEF – Rapporto Entrate Tributarie – Dati di Competenza)
- Entrate Contributive (Gen. 2012 – a/a): +1,7% (RGS, MEF – Rapporto Entrate Contributive – Dati di Competenza)
- Spese (Gen. 2012 – a/a): +2,0% (BANCA D’ITALIA, MEF – Dedotte da dati Fabbisogno – Dati di cassa)

 

Se a queste stime statistiche si sommano i continui saliscendi della borsa – con una situazione che non appare certo migliorata rispetto a cinque mesi or sono e con valori che vedono spesso il segno meno contrassegnare le sedute borsistiche milanesi –, il perdurare di atteggiamenti lobbistici da parte delle banche che non assicurano liquidità e crediti a aziende e famiglie, la chiusura di aziende e la crisi di interi compartimenti industriali ed agricoli che provocano aumento dei licenziamenti, aumento delle ore di cassa integrazione, disoccupazione, i numerosi (ben 23 dall’inizio dell’anno) suicidi di imprenditori incapaci di sopportare la pressione fiscale, lo Stato che non paga migliaia di fornitori e il perdurare di un sommerso che occupa una fetta consistente della forza-lavoro è abbastanza chiaro quale sia il quadro drammatico della situazione economica italiana per l’anno in corso e probabilmente per il seguente (i famosi ‘segnali’ di una ripresa economica sono oltretutto collegati a troppe incognite dei mercati e a variabili che potrebbero ridurre e di molto le pur ottimistiche stime per il 2013 disegnate dai principali esperti ed operatori economici e finanziari internazionali).

 

E a peggiorare la non certo facile situazione sono anche alcune piaghe sociali che oramai da anni stanno divorandosi pezzi importanti del tessuto produttivo nazionale in particolare il dramma dell’aumento dell’usura che sembra aver raggiunto in questi primi mesi del 2012 livelli impressionanti soprattutto per le imprese del meridione d’Italia.

 

Secondo quanto riporta il sito www.miolegale.it infatti è di un vero e proprio "allarme" Usura che si deve parlare per quest’inizio 2012:

 

"Allarme usura in tutta Italia. "Nel 2012 sta dilagando l’usura in tutta Italia, ed in particolare nel Mezzogiorno, a seguito della grave situazione di difficoltà economica in cui versano le famiglie e le piccole imprese. Il sovra indebitamento delle famiglie in Italia, a dicembre 2011, è cresciuto del 217,4%, rispetto allo stesso mese del 2010 e l’usura è aumentata del 148,2%". Lo rilevano i dati diffusi oggi a Sanremo a conclusione del convegno "Usura, fisco ed esattorie".


"In Italia nel 2012 sono a rischio d’usura 2.960.000 famiglie e 2.420.000 piccoli imprenditori – afferma Vittorio Carlomagno presidente di Contribuenti.it Associazione Contribuenti Italiani – Il debito medio delle famiglie italiane ha raggiunto la cifra di 42.500 euro, mentre quello dei piccoli imprenditori ha raggiunto il tetto dei 62.800 euro".
 

"Al primo posto delle regioni maggiormente esposte all’usura - afferma Vittorio Carlomagno presidente dell’Associazione Contribuenti Italiani – troviamo la Campania, Liguria, Valle d’Aosta, Toscana, Sicilia, Lombardia, Piemonte, Abruzzo, Puglia, Emilia Romagna, Calabria, Veneto, Lazio, Liguria, Friuli V-Giulia, Umbria, Trentino-A.Adige, Sardegna, Basilicata, Marche e Molise.
‘‘La crisi economica, l’aumento delle tasse sul consumo, l’aggressione al patrimonio familiare da parte delle esattorie, il proliferare del pagamento delle tasse a rate, la impossibilità di accesso al credito bancario, la crescita dei giochi d’azzardo legalizzati ed il boom delle carte di credito revolving, con tassi del 28,62%, – continua Carlomagno – stanno trascinando migliaia di famiglie e piccole imprese nelle mani di spregiudicati usurai". ‘
‘I dati – conclude Carlomagno – confermano che il fenomeno sta aumentando e l’apice potrebbe essere raggiunto in coincidenza con il pagamento dell’IVA annuale. In passato, ogni qual volta l’economia ha segnato brusche frenate, l’usura ha subito delle forti crescite. Ora c’è un ulteriore problema: oltre la poca propensione alla elargizione del credito associata a commissioni insopportabili applicate dalle banche e dalle esattorie, si sta registrando una aggressione al patrimonio familiare da parte del fisco, sia direttamente mediante la riscossione coattiva, che indirettamente attraverso l’uso spregiudicato dei giochi d’azzardo legalizzati, costringendo numerose famiglie monoreddito a richiedere prestiti a spregiudicati usurai".  (1)

Appare chiaro a chiunque cosa possa interessare ai cittadini, cornuti e mazziati e costretti a fare i salti mortali per arrivare a fine mese, del teatrino della politica, di quel carrozzone da circo rappresentato dagli interessi falsamente contrapposti dei partiti, né più né meno fazioni del Partito Unico della Borghesia sottomesso all’Alta Finanza.

 

Politica peraltro sempre più serva delle volontà – dei diktat – dell’economia. Una classe politica indecente che non ha saputo minimamente proteggere gli interessi economici nazionali e che ha finito per consegnare le redini del paese ad esponenti di quel mondo economico-finanziario che sono stati i principali responsabili della crisi scoppiata a livello globale nell’autunno del 2008.

 

Monti con la sua "aurea" da salvatore della patria in realtà non ha risolto uno dei tanti problemi che il suo esecutivo era chiamato a risolvere. E l’uomo della Goldman Sach’s si è rivelato per quello che è: un mediocre, grigio burocrate al servizio dell’alta banca, scolaretto pronto ad apprendere a memoria le ricette stabilite per l’Italia in sede UE (e poi Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale ed organismi simili) e ad imporle con l’ausilio di un ampio sostegno parlamentare ad un paese già dissanguato da tre anni e mezzo di pesanti balzelli.

 

E malgrado tutte le rassicurazioni l’uomo dell’Alta Finanza non è stato capace di risollevare le sorti di questo paese che continua ad essere sotto osservazione da parte della BCE e delle agenzie di ratings internazionali.

 

Inutile dire che in questo contesto la sfiducia verso la classe politica non possa che andare aumentando rivelandosi i partiti e gli esponenti di questi irresponsabili, insensibili e soprattutto incapaci di decidere e – da cinque mesi – sottoposti ad una forma di dittatura invisibile che i potentati economici hanno stabilito mettendo di fatto in quarantena l’azienda-Italia fino a quando non saranno pareggiati i bilanci, risanati i conti e rimessa in moto l’economia del paese.

 

Allo stato attuale il panorama parlamentare è così "rappresentato":

 

PDL – Ufficiosamente ancora il primo partito italiano. Finita l’era Berlusconi è tra i gruppi politici italiani quello maggiormente destinato a subire un forte arretramento in termini di consenso elettorale ed è anche il polo politico attualmente più incline al compromesso. Le rapide dimissioni di Berlusconi che a metà novembre provocarono il repentino cambio di esecutivo che portò alla costituzione dell’esecutivo tecnocratico guidato da Monti rappresentano ancora oggi un interrogativo per molti analisti politici. Sta di fatto che tramontata l’era Berlusconi è in declino l’intero progetto che ha animato una fetta consistente della borghesia, soprattutto quella settentrionale, e settori ampi dei vertici industriali che vanamente hanno atteso per anni il "miracolo economico" promesso dal Cavaliere di Arcore fin dalla sua discesa in campo nella primavera del 94.

 

PD – Mai come oggi il partito rappresentante di quella che un tempo sarebbe stata etichettata come la socialdemocrazia. Un partito uscito altrettanto a pezzi dal ventennio berlusconiano. La finta opposizione al precedente governo di centro-destra ha finito per logorare la base degli ex comunisti, oggi sostenitori del governo della banca e della finanza targato Bilderberg Group. I problemi posti sul tavolo dalla riforma del lavoro auspicata da questo esecutivo hanno ulteriormente allontanato il PD dalla sua tradizionale base elettorale diffondendo malcontento verso i dirigenti nel mondo sindacale, tra i lavoratori e nelle imprese collegate alla sinistra post-comunista che dominano politica ed economia di intere regioni italiane.

 

LEGA NORD – In piena crisi dopo le rivelazioni di queste ultime settimane la Lega di Bossi si vedrà costretta a voltare in fretta pagina se non vorrà finire malamente nel dimenticatoio della politica italiana. Il malcontento della base e soprattutto dei medi-piccoli imprenditori del Nord che sono stati per anni il nerbo del movimento leghista sembra clamorosamente aver trovato uno sbocco con l’operazione di pulizia interna avviata dall’ex ministro degli interni Roberto Maroni. Probabilmente la Lega ne uscirà alla fine sostanzialmente più forte soltanto se saprà tornare a rappresentare lo scontento del Nord del paese.

 

TERZO POLO  – É il polo in movimento. O per essere esatti in costruzione. Ed i risultati fino a questo momento sembrano modesti rispetto ai roboanti proclami del triumvirato Casini-Fini-Rutelli. É il movimento dei voltagabbana, ultra-moderati, papisti più del papa così come tecnocrati più del tecnico Monti.

 

ITALIA DEI VALORI – Il movimento dell’ex togato pm di Mani Pulite, Antonio Di Pietro, rischia di subire la concorrenza di Sinistra e Libertà e soprattutto del populismo del movimento Cinque Stelle. Di Pietro è per questo che punta ad una coalizione con PD e Terzo Polo (per vincere le elezioni e assicurarsi un posto al sole come forza "estrema" di un futuro governo di centro-sinistra capace di tenere a debita distanza SEL e Cinque Stelle).

 

Sostanzialmente i sondaggi indicano che quasi il 50% degli italiani si sono dichiarati "indecisi" e al momento non si recherebbero alle urne, rifiutandosi di andare a votare per uno dei partiti (di quelli presenti in parlamento come di quelli fuori) percepiti come identici e per esponenti di una classe dirigente riconosciuta da anni oramai come incapace e ladra.

 

Non riconoscendo alcuna validità ai partiti della democrazia non possiamo che sottolineare come non cambierà assolutamente niente da qui alla fatidica data della primavera 2013 quando, in teoria, gli italiani saranno nuovamente chiamati alle urne per eleggere i volti (vecchi o nuovi) dei "rappresentanti" del prossimo parlamento italiano.

 

L’elettore medio italiano è stanco del teatrino dei partiti. Gli italiani che stanno subendo da oltre tre anni i riflessi di una crisi economica che si va facendo di giorno in giorno sempre più pesante non hanno né tempo né voglia di barcamenarsi tra le liti di facciata di questa o quella fazione politica, tra le beghe di palazzo che investono il partito ‘x’ o ‘y’ e la sfiducia nella classe politica ne è una inevitabile conferma.

 

Non esistono soluzioni. Un popolo che non ha avuto la forza di ribellarsi, di scendere in piazza, dare vita ad una rivoluzione neanche di fronte allo spettacolo indegno di tangentopoli significa che è un non-popolo; un popolo di morti. Fondamentalmente un popolo che si merita la classe politica che ha fino ad oggi ha continuato incessantemente a votare da quasi 70 anni.

 

E se i politici sono, o dovrebbero essere, lo specchio di una nazione non c’è proprio da stare allegri: irresponsabili, arruffoni, arroganti come pochi altri costoro continueranno imperterriti a rubare, commettere abusi, reati e salvare la pellaccia soltanto ed esclusivamente appoggiandosi alla Grande Finanza la quale interverrà attraverso qualcuno dei suoi esponenti (Monti è soltanto uno dei tanti automi collegati all’Alta Banca usurocratica) ogni qualvolta ai piani alti del Sistema – ai vertici dei consigli di amministrazione di banche e multinazionali, nel chiuso di qualche loggia massonica o nei conciliaboli dei grandi enti sovranazionali che sfuggono a qualsiasi controllo da parte di Stati solo nominalmente sovrani – si riterrà opportuno di decidere in prima persona le misure "sangue e lacrime" che dovranno essere comandate al popolo-bue che stoltamente ancora crede di essere "rappresentato" da deputati e senatori che a malapena sanno quello che fanno (quando si tratta di rubare lo sanno benissimo) e  ancor meno credono di rappresentare sé stessi.

 

Dunque di fronte ad un simile sfascio che coinvolge l’intero sistema politica ed economico italiano: esiste una soluzione? Esiste cioè una via d’uscita da questa stagnante (e putrida) palude rappresentata dal parlamentarismo democratico italiano che si uniforma, omologa e allea servile e compiacente con le scelte antipopolari ed usurocratiche della finanza internazionale?

 

La risposta, dispiace scriverlo, è negativa. Al di là dei buoni propositi di pochi. Al di là dei rari proclami alla morale e alla pulizia politica di altrettanto pochi resta il dato di fatto, assolutamente indiscutibile, che il furto, il ladrocinio, il malaffare, la truffa facile sia un sistema di potere e di perseveranza nel mantenimento del potere che è stato elevato a ragione fondamentale della politica italiana e che, in Italia, ha assunto le caratteristiche di una costante che ha accompagnato la vita cosiddetta "democratica" degli ultimi 70 anni modificando soltanto le forme ed i metodi.

 

Non rimane dunque che prepararsi ad affondare nella melma della palude democratica.

 

É l’Italia e l’Europa del giudeuro e del libero mercato tanto osannati vent’anni fa (all’epoca del Trattato di Maastricht che obbligò anche allora a manovre "sangue e lacrime" gli amministratori politici italiani) che vanno a fondo.

 

Ed è il modello di sviluppo capitalistico-consumistico occidentale, bancario e finanziario, che è da riscrivere ex novo.

 

19/04/2012


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