ALZO ZERO 2012

 

Il nemico in casa: minoranze e lobby

 

di Piero Sella

 

Qualche mese fa a Tolosa, in Francia, tre bambini ebrei hanno tragicamente perso la vita nel cortile della loro scuola per mano di un islamico.

 

All’improvviso, si sono visti risucchiare in un gorgo di odio del quale non avevano neppure avuto il tempo di immaginare l’esistenza.

Diversa ovviamente la capacità cognitiva e quindi la consapevolezza della propria condizione negli ebrei adulti.

 

Israeliani, della diaspora, osservanti o laici che siano.

 

Essi conoscono bene l’estensione e la profondità del gorgo; sanno che esso ha da sempre accompagnato l’irrequieta esistenza del popolo ebraico e sono anche perfettamente in grado di capire perché si sia formato.

 

Eppure, se interpellati, fanno tutti mostra di ignorare il perché delle ricorrenti manifestazioni di antisemitismo, circa le quali negano una qualsiasi loro responsabilità.

 

Da tale rimozione discende l’assoluta indisponibilità a esaminare a fondo la questione, l’arroccamento su astiose posizioni unilaterali, il blocco di un onesto esame di coscienza.

 

E tuttavia il problema – quello di una convivenza oggettivamente spigolosa, piena di riserve – continua a esistere. Si decide allora, da parte ebraica, di accollare per intero la colpa agli altri.

 

Critiche, diffidenze, antipatie, torti e persecuzioni ricevuti non avrebbero perciò la loro radice nei fatti, ma sarebbero – deus ex machina – la manifestazione di una singolare turba mentale che, con caratteristiche genetiche, ineliminabili, affligge da sempre i "gentili", i non ebrei, impedendo loro un giudizio serena sul popolo di Israele.

 

É l’impalpabile, irrazionale ologramma del pregiudizio, dunque, ad aver fatto degli ebrei, nel corso dei secoli, il comodo capro espiatorio, il parafulmine su cui scaricare qualsiasi cortocircuito sociale. Ecco perché, ai circostanziati rilievi che piovono sul loro comportamento, l’ebreo non replica mai a tono, non ribatte, non presenta "memorie difensive".

 

Invece di rispondere alle accuse, preferisce pensare che gli "eletti" siano malvisti, non a causa del molesto sgomitare, ma odiati per l’intelligenza, il successo e la ricchezza. E invidiati per la straordinaria vicinanza a Dio.

 

Ma alla fine la mossa preferita, la più efficace per chiudere la bocca agli avversari, è sempre quella di scendere, sfruttando il rapporto di forze favorevole, sul terreno del politicamente corretto.

 

Qui, la cascata di collaudate geremiadi con la quale hanno lavato il cervello degli altri popoli, permette agli ebrei di crogiolarsi nella condizione di vittime, di mostrarsi indignati, "stupiti che, nonostante quel che è successo fino ad oggi, possono ancora accadere cose simili".

   

É una strategia finalizzata a prevenire qualsiasi alzata di testa contro il vantaggioso status quo conseguito. Si vuole in sostanza mantenere vivo il senso di colpa, raccogliere solidarietà e monetizzarla.

 

É la ricetta che da decenni permette di ottenere – a tempo scaduto – processi e condanne che esorcizzano il diffondersi del dubbio e del revisionismo, giornate della memoria che favoriscano – dovuto risarcimento – l’occupazione di sempre nuovi spazi culturali, artistici, mediatici e finanziari.

 

E tuttavia, autocollocarsi dalla parte della ragione o più semplicemente recitare per la platea il ruolo dell’eterno creditore, non basta per vivere tranquilli. E’ una verità, questa, che gli ebrei – specie quelli meno portati alla stanzialità e quindi più esperti nel valutare la capillarità dell’antisemitismo – non riescono a digerire.

 

Questo senso di impotenza, causato dall’incapacità di dar forma alla realtà secondo i propri desideri, conduce ad un cronico disagio esistenziale e a comportamenti che, con la comune logica, appaiono assolutamente indecifrabili.

Ecco, ad esempio, a Gerusalemme, alla sepoltura delle vittime di Tolosa, un ebreo "francese" affermare con serietà: "In Francia non c’è più sicurezza; è per questo che ci siamo trasferiti in Israele".

 

Possibile non sapesse che anche nello Stato voluto dai sionisti proprio perché diventasse un rifugio sicuro per tutti i giudei della Terra, c’è gente che nutre pesanti pregiudizi nei confronti degli ebrei e si batte per mettere fine alla loro stessa presenza?

 

Possibile non avesse mai sentito parlare dell’intifada e del serpeggiare, sotterraneo ma indubitabile, della sua ripresa?

 

Il "francese", che si dichiara oggi contento di vivere in Israele, è evidentemente pronto ad affrontare i rischi insiti nelle sue scelte, compreso quello di doversene andare, ancora una volta, chissà dove.

 

Chiunque, in tali frangenti, si domanderebbe se non sia il caso di dare una svolta a un vivere tanto angosciante.

 

L’ebreo invece respinge l’idea di cambiare rotta e accetta la sorte con fatalismo: in caso di trasferimento sa di poter sempre contare su appoggi sicuri.

 

Mal che vada, resta la scappatoia metafisica.

 

É l’insondabile volontà di Dio, l’alleato di Israele, ad aver deciso per i buoni, gli eletti, un destino di continue prove, sofferenze, dolori, di cui gli altri, i cattivi, gli impuri, si fanno via via provvidenziale, misterioso strumento.

 

Neppure i discorsi ufficiali seguiti ai fatti di Tolosa si allontanano da questo vischioso schema. Alla sinagoga di Milano hanno parlato sindaco e rabbino. Per neutralizzare i nemici di Israele – ha detto Pisapia – occorre educare alla democrazia, combattere l’educazione all’odio".

 

Arbib è stato ancora più netto.

 

Ha sbattuto rabbioso la porta, puntando sulla più intransigente delle censure: "Non bisogna cercare una causa alla persecuzione del popolo ebraico. L’odio è gratuito, sempre. Non ha motivazione".

Occorre interpretare il significato che sta dietro a questi messaggi.

 

Educare alla democrazia significa in realtà addomesticare e castrare i popoli: togliere loro tutte le istituzioni, gli strumenti politici, militari e monetari che assicurano la sovranità.

 

Al naturale, organico sentire razziale e nazionale, sostituisce la grottesca religione dei diritti universali, una deregulation che rende più facile impoverire le masse con la speculazione e l’usura.

 

Combattere l’educazione all’odio significa disarmare qualsiasi nucleo ancora capace di rifiutare il commissariamento tecnocratico dei banchieri e di individuare nel parassitismo plutocratico il nemico.

 

Un nemico oggi purtroppo in grado di cogliere, in ogni Paese ritenuto preda appetibile, importanti obiettivi, in quanto dispone di strutture operative capaci di influenzare la cultura, il costume e la pubblica opinione così da imporre ai popoli infiltrati la propria visione del mondo.

 

Ma quando possiamo definire un popolo "infiltrato"?

 

Ciò accade quando la presenza degli stranieri supera, più per qualità che per numero, il livello di guardia.

 

Non parliamo dunque, nella fattispecie, di individui isolati, turisti, studenti, di occasionali operatori commerciali, né di badanti o lavoratori stagionali, ma ci riferiamo a etnie insediate in modo stabile.

 

Questi estranei, almeno apparentemente disponibili ad integrarsi, possono anche essere venuti in possesso della cittadinanza e averla trasmessa ai figli.

 

Ciononostante essi continuano a muoversi in un ristretto ambito nel quale, cementati da forti legami di solidarietà razziale, religiosa ed economica, sono di fatto messi al riparo da una vera assimilazione.

 

Non si dedicano perciò, all’interno della loro comunità, a innocue attività culturali e folkloristiche.

 

É invece nell’ordine naturale delle cose che perseguano obiettivi particolari, anche di rilevante spessore, obiettivi il più delle volte incompatibili con l'interesse della nazione in cui vivono.

 

Ne nascono comportamenti ostili, assimilabili a quelli del razziatore che colpisce a tradimento gli autoctoni, muovendo da un campo trincerato allestito sul loro stesso territorio.

 

Lo straniero organizzato non si accontenta insomma di quei diritti che ogni civiltà del passato ha sempre riconosciuto a chi veniva da fuori.

 

Pretende riguardi speciali, poteri e privilegi tagliati su misura per la propria minoranza.

 

Ma non è ancora sufficiente.

 

Vuole anche tutta la libertà d'azione politica riconosciuta dallo Stato - per diritto di sangue - ai propri cittadini.

 

Tutte queste scelte, che sono costate gravi sacrifici ed hanno appesantito il nostro bilancio, sono state caldeggiate, illustrate e reclamizzate dallo spropositato numero di ideologi, opinionisti e giornalisti ebrei che, al riparo da pareri discordi, spadroneggiano nelle redazioni dei quotidiani e nei salotti televisivi, dove hanno il diritto di scegliersi gli ospiti e di comandarli a bacchetta, dando e togliendo loro la parola.

 

Preoccupata per la carriera e quindi ansiosa di compiacere la cupola mondialista, la massa degli intellettuali segue rassegnata la corrente.

 

Eppure c'è anche chi collabora volontariamente, di buon grado, a questa guerra scatenata contro la libertà dei popoli e contro la loro identità razziale.

 

É il caso dei veterocomunisti, che vedono realizzarsi nella globalizzazione la sognata internazionale marxista e la sconfitta definitiva del fascismo europeo.

 

Nè va dimenticato il contributo dei cattolici che, dopo la svolta filogiudaica del Vaticano II, non poteva mancare. Per il giudaismo attirare nella propria orbita il cristianesimo è stato come sfondare una porta aperta.

 

É vero che la nuova religione, grazie a Roma e alla civiltà europea, era uscita dalle secche di un culto locale e si era strutturata come chiesa cattolica, cioè universale, aperta aa tutti, senza distinzione di razza, cultura e condizione sociale.

 

Ai cristiani, tuttavia, era mancato il coraggio per lo strappo decisivo.

 

Aveva rotto con Gerusalemme, ma non se la sentivano di camminare da soli rinunciando al Libro e così si erano accontentati di affiancare il nuovo Dio, Gesù, al vecchio Geova degli ebrei.

 

Costui, nonostante risultasse chiaro dalle Fonti il suo livello di divinità tribale minore, si vide inopinatamente catapultare alla testa di una religione con ambizioni di proselitismo illimitate.

 

Era fatale che gli ebrei non solo si montassero la testa, ma venissero, prima o poi, riconosciuti dai cristiani, come "fratelli maggiori".

 

Tanto più rispettati oggi, quanto erano stati ieri, per un deplorevole, imperdonabile malinteso teologico, svillaneggiati.

 

Fatto sta che il Cristianesimo ha rinunciato a convertire gli ebrei.

 

Il suo Pontefice oggi visita le sinagoghe e, con i suoi pellegrinaggi penitenziali a Gerusalemme, avalla l'occupazione ebraica della Terra Santa.

 

* * * *

 

Se la linea d'azione ebraica, nel suo interagire con gli altri, tanto all'interno dei singoli Stati quanto a livello mondiale, è quella che ci pare di aver correttamente descritto, non possono esserci dubbi sulla forza di volontà e sulla destrezza organizzativa messe in campo dai giudei per cogliere i grandi risultati pianificati.

 

É altrettanto evidente la capacità ebraica di pesare tanto i vantaggi collegati al successo, quanto i rischi da mettere in preventivo lungo il percorso.

 

La storia del popolo eletto è contrassegnata proprio da questo inesausto attivismo i cui alti e bassi, vittorie e fallimenti, non hanno però mai determinato la rinuncia e nemmeno qualche ripensamento della strategia originaria.

 

Si illudono dunque gli ottimisti che sperano in tempi migliori.

 

Il rapporto tra popoli infiltrati e minoranze non potrà cambiare.

 

Troppo saldi e immodificabili, nelle razze, l'identità, il carattere, il modo di confrontarsi.

 

In tale quadro occorre capire che quelle stesse severe regole adottate dagli ebrei per garantirsi l'isolamento, la salvaguardia e l'affermazione planetaria della setta, si trovano in uno stretto rapporto di causa ed effetto coll'antisemitismo.

 

Questo, senza la Torah, non sarebbe mai nato.

 

Proseguirà perciò anche dopo Tolosa, così come già è accaduto dopo gli innumerevoli, analoghi episodi del passato, l'arrampicata ebraica al potere in casa altrui e l'azione per assicurarsi, attraverso la forza del denaro, il dominio sul Mondo.

 

E neppure il risentimento e la rabbia suscitata nei popoli dal loro spregiudicato, aggressivo razzismo impediranno ai sionisti di insistere nella sciagurata avventura tentata nel Vicino Oriente.

 

E questo anche se ormai gli esperti la giudicano una scommessa perduta.

 

L'anacronistica sopravvivenza del colonialismo in quel luogo è infatti legata ad un dispendio di mezzi economici e militari che nessuno può indefinitivamente garantire.

 

É evidente allora che più si prolungherà la resistenza, tanto maggiore sarà, in Palestina e fuori, il rischio di ritorsioni.

 

Ciò nonostante, l'ebreo non demorde.

 

Egli si è posto fuori dalla Storia e al di sopra delle leggi di natura, persuaso che quella deriva entropica che non ha risparmiato popoli, imperi, religioni e culture, debba riguardare solo gli altri.

 

Da "L’uomo Libero"

 

03/07/2012


pagina di alzo zero

alzo zero anno 2011

home page