ALZO ZERO 2012

 

LE SCIE CHIMICHE

 

parte 1

 

Un giornalista deve raccontare fatti, storie, non tanto per se ma per la gente. Per coloro che leggono. I giornalisti italiani e non solo, insieme a tutta la giungla dei media che la compongono come è ben noto omettono dal dire notizie, fonti, storie al pubblico, ai fruitori che le leggono. In un Paese civile come l’Italia questo mestiere è diventato come quello dei camerieri politici al soldo del sistema, del potere. Dire solo determinate notizie, solo quelle che il sistema vuole che si dicano e che vengano passate. Il sottoscritto da giornalista, in erba, serio, attento, senza padroni, con il senso etico, morale e deontologico di questa professione non verrà mai meno all’omissione di tale modo di fare.

 

Perché questa premessa vi chiederete? Perché c’entra e spiego il motivo: rifacendomi al fatto che il lettore ha il sacrosanto dovere di essere informato su tutto, anche di notizie, tematiche scottanti che danno fastidio. Una di queste sono sicuramente le scie chimiche. Qualcuno in questi ultimi anni forse ne ha sentito parlare a convegni, su internet, su siti specializzati. Porterò a conoscenza dei lettori dell’annoso problema delle scie chimiche. E Questo grazie all’amicizia di Rosario Marcianò, studioso e responsabile del blog di tanker enemy che studia il fenomeno, che mi ha permesso di divulgare notizie su tale tematica e farla conoscere alla più vasta platea possibile.

 

Scie chimiche: cosa sono?

 

In questi ultimi anni si è intensificato un fenomeno che la stragrande maggioranza della popolazione mondiale continua purtroppo ad ignorare, quello delle scie chimiche (in inglese “chemtrails”). Ci riferiamo ai voli di quegli aerei bianchi, senza contrassegni di riconoscimento, che attraversano i cieli rilasciando copiose scie dietro di loro sopra molte regioni del Pianeta, inclusa naturalmente l’Italia.

 

L’operazione cominciò negli Stati Uniti nella metà degli anni ’90, per poi estendersi al Canada, ai paesi aderenti alla NATO, alla Russia ed a molte nazioni; ma esistono fotografie e documentazioni che attestano la presenza di attività chimiche, sebbene saltuarie e forse sperimentali, anche nei decenni precedenti.

 

Questi velivoli lasciano, lungo le rotte seguite, delle strane scie che generalmente, a differenza di quelle di condensazione (in inglese “contrails”), non si dissolvono entro breve tempo, ma persistono nell’atmosfera sino a trasformarsi in nuvole simili a strati.

 

È un fenomeno evidentissimo, abituale, di cui tutti possono rendersi conto semplicemente alzando lo sguardo al cielo. Vari studiosi, tra cui l’ingegner Clifford E. Carnicom, il meteorologo Scott Stevens, il fisico Neil Finley, la tossicologa Hildegarde Staninger, il giornalista indipendente canadese William Thomas, il ricercatore ed attivista Jerry E. Smith, il ricercatore statunitense Tom Montalk, il biologo statunitense Micheal Castle, il direttore della rivista Nexus Tom Bosco, oltre agli studiosi di tanker enemy ed a moltissimi altri, hanno investigato queste famigerate scie chimiche.

 

Ma che cosa sono veramente, e come possiamo distinguerle dalle nuvole e dalle normali scie scie di condensazione degli aerei? Facciamo un po’ di chiarezza. Una scia è in generale una zona di fluido (liquido o gassoso) situata immediatamente dietro un solido in movimento relativo rispetto al fluido stesso, caratterizzato dal fatto che essa in moto è prevalentemente formato da vortici.

 

Tipici esempi di scie sono i solchi spumeggianti che un natante veloce lascia nell’acqua dietro di sé (acqua ferma e solido in moto), ed anche le scie di condensa che segnalano il passaggio di un jet (aria ferma e solido in movimento). Queste ultime sono provocate dalla condensazione del vapore acqueo prodotto dalla combustione del carburante causata dalle condizioni di umidità, pressione e temperatura che si riscontrano ad alte quote di volo.

 

La composizione ed il comportamento delle scie dipendono principalmente dalla forma del solido, dalla viscosità e dalla densità del fluido, dalla velocità relativa e dall’angolo secondo il quale essi si riscontrano. Nel caso degli aerei, per esempio, la scia è animata da moti vorticosi che diventano più marcati in corrispondenza delle variazioni della sagoma dell’aeromobile (esempio, nell’intersezione tra ala e fusoliera).

 

Come spiega il meteorologo 1° M.llo ATG Domenico Azzone: “Le scie di condensazione normali rappresentano formazioni simili nuvolose prodotte nell’atmosfera, a determinate altitudini, dai gas di scarico dei velivoli (aerei) a reazione e sono assimilabili, quale configurazione, ad una precisa tipologia di nubi. In meteorologia, queste scie sono classificate in persistenti e non persistenti; per convezione, le prime durano più di 1 ora, le seconde meno di 1 ora. Alla quota a cui normalmente si formano, possono assomigliare, dopo la formazione e con il concorso dei parametri fisici del momento, al gruppo delle nubi alte (Cirri, Cirrostrati, Cirrocumuli)”.

 

Una nuvola è invece un insieme di gocce d’acqua e cristalli di ghiaccio, dovuto alla condensazione di vapore saturo. Le nuvole sono generate da moti convettivi di origine termica oppure meccanica, sollevamento di aria calda, dal rimescolamento di masse d’aria e dall’incontro di queste con catene montuose, dalla variazione dei valori barometrici e dagli effetti della radiazione solare e terrestre. I moti di ascesa propiziano la loro formazione, poichè portano l’aria umida verso zone fredde; i moti di discesa, che le portano verso le zone più calde, ne causano il dissolvimento, in quanto fanno cessare lo stato di saturazione del vapore acqueo e favoriscono l’evaporazione delle gocce. Giacchè i moti convettivi sono costanti, soprattutto durante una perturbazione atmosferica, avviene un continuo processo di formazione e di disfacimento dei corpi nuvolosi. Il meteorologo 1° M.llo ATG Domenico Azzone ci spiega che “le nubi sono di 3 tipologie a seconda della quota a cui si formano: nubi basse (da 0 a circa 2.000 metri, composte da goccioline d’acque); nubi medie (da 2.000 a circa 6.000 metri, composizione mista di goccioline acqua e cristalli di ghiaccio esempio gli Altocumuli, Altostrati); nubi alte (da 6.000 metri in poi, composte da cristalli di ghiaccio esempio i Cirri, Cirrostrati, Cirrocumuli)”.

 

Non è possibile quindi accumulare la formazione di una nube a quella delle scie di condensa degli aerei sebbene, come si è visto, in particolari condizioni anche le nuvole si dissolvano per poi riformarsi. Secondo la Federal Aviation Administration (FAA), una scia di condensa si forma se persistono contemporaneamente alcune condizioni ambientali, in particolare umidità uguale o superiore al 70%, temperatura inferiore a 40 gradi centigradi sotto zero, altitudine superiore al almeno 8.000 metri. Questi parametri possono subìre delle lievi variazioni, ma ci si può discostare di poco da tali indici alle nostre latitudini. Pertanto è praticamente impossibile che si formino scie di condensa a bassa quota, con bassi valori di umidità e con temperature ben lontane dai 40 gradi centigradi sotto zero. Le scie chimiche invece “non si inquadrano nella precedente informazione tecnica in quanto non sono il prodotto della combustione dei motori a reazione degli aerei. Esse sono, alla luce di quanto è possibile conoscere ed ipotizzare razionalmente, il risultato di una miscela di sostanze chimiche, sostanze organiche ed inorganiche, emesse da contenitori applicati all’esterno oppure all’interno degli aerei. Appena rilasciate ed emesse, queste sostanze formano, ovviamente, una scia simile o quasi simile alle scie di condensazione normali, che si disperde nell’atmosfera ed in parte ricade verso il suolo. Queste scie non hanno una quota definita, a differenza delle normali, a cui formarsi, per cui l’altitudine a cui compaiono dipende essenzialmente dallo scopo a cui le stesse sono finalizzate.

 

Nel dicembre del 2005 il Comitato Scientifico dell’Associazione Galileo di Parma, Centro Culturale di Ricerche Esobiologiche, di cui fa parte il biologo Dott. Giorgio Pattera, commissionò alcune analisi chimiche quali-quantitative presso un laboratorio specializzato del CNR per approfondire il fenomeno. Tali analisi hanno portato all’identificazione, nelle acque piovane immediatamente successive alla comparsa delle scie chimiche, di sostanze assolutamente estranee alla normale composizione dell’atmosfera. Le sostanze in questione erano il quarzo o biossido di silicio (81%), calcio fluoruro (8%), calcio carbonato (6%), calcio solfato di-idrato (2%). Queste sostanze, se inalate per lungo tempo, e le scie in oggetto rimangono visibilmente compatte in cielo anche per molte ore, a differenza di quelle normali di condensazione, risultano altamente pericolose se a livello polmonare e potenzialmente foriere della silicosi, che può manifestarsi anche a distanza di anni dall’esposizione ai suddetti agenti inquinanti. Queste indagini si aggiungono a quelle già condotte negli U.S.A., che hanno evidenziato nella condensa di tali ricadute da scie chimiche la presenza anche di sostanze tossiche, quali alluminio (30%) ed il bario (30%). La pericolosità di tali sostanze è ben conosciuta dalla scienza medica.

 

“La neurotossicità dell’alluminio è nota da più di un secolo. Recentemente l’alluminio è stato implicato come fattore eziologico di alcune manifestazioni patologiche, tra cui encefalopatia, osteopatia e anemia, associate al trattamento dialitico. Inoltre è stato ipotizzato che l’alluminio possa essere un cofattore nell’eziopatogenesi di alcune malattie neurodegenerative, tra cui la malattia di Alzheimer, sebbene una prova diretta in questo senso sia ancora controversa” (P. Zatta, CNR Istituto Tecnologie Biomediche, Unità Metalloproteine, Padova).

 

Alcuni studiosi americani, tra cui Henry W. Scherp e Charles F. Church, della School of Medicine dell’Università della Pennsylvania, hanno effettuato studi sugli effetti dell’alluminio sugli animali. Questi esperimenti mostrano chiaramente che l’alluminio presente nell’ambiente, se opportunamente veicolato, può raggiungere il sistema nervoso centrale e quindi accumularsi in maniera selettiva all’interno dei neuroni.

 

Anche il bario è estremamente pericoloso per l’organismo umano. “E’ stato osservato un alto livello di contaminazione con fonti di questo metallo alcalino terroso, sia naturali che industriali, negli ecosistemi o nei posti di lavoro che presentano un’elevata incidenza di sclerosi multipla ed altri disturbi neurodegenerativi, come l’encefalopatia spongiforme trasmissibile e la sclerosi laterale amiotrofica. Viene ipotizzato che la contaminazione cronica con sali reattivi di bario possa iniziare la patogenesi della sclerosi multipla” (Mark Purdey, Medical Hypothesis, 2004).

 

Dunque perché le scie chimiche? Sull’argomento sono state formulate diverse ipotesi. Probabilmente vengono utilizzate allo scopo di ottenere modificazioni meteorologiche e climatiche, di danneggiare le colture agricole basate su piante non modificate geneticamente ed inquinare gli ecosistemi al fine di determinare un incremento esponenziale del costo delle risorse idriche ed agricole residue. Le scie chimiche sono anche uno strumento ad uso militare che serve per nascondere i velivoli militari ai radar nemici; le scie creano infatti nell’atmosfera un’antenna elettromagnetica oltre l’orizzonte, che serve per ottimizzare la ricetrasmissione dei segnali in ambito strategico-militare.

 

A tal proposito si ricorda il progetto “Pianificatore delle frequenze radio di missione” (RFMP) avviato dalla Marina Militare degli U.S.A. e finalizzato alla mappatura elettronica del territorio, connesso proprio alla modificazione delle caratteristiche trasmissive dell’atmosfera. Gli obiettivi di questa manovra occulta potrebbero anche andare ben oltre, e servire allo sfoltimento di alcuni settori della popolazione ritenuti improduttivi o di peso per il sistema, come i pensionati, i malati cronici, e alla sperimentazione di agenti patogeni sulla popolazione inconsapevole nell’ambito di programmi di guerra chimica e batteriologica. La diffusione diretta ed indiretta di agenti patogeni e quindi di malattie, alcune delle quali del tutto ignote sino a pochi lustri fa, potrebbero avere anche lo scopo prepicuo di favorire le multinazionali farmaceutiche indebolendo la popolazione, e di modificare il DNA umano in modo da impedire un’evoluzione genetica. Non possiamo inoltre dimenticare che le scie chimiche potrebbero essere correlate anche alla possibilità di controllare il pensiero ed il comportamento, attraverso soprattutto l’irradiazione di onde elettromagnetiche a bassa ed a bassissima frequenza, la diffusione di composti del litio, e l’utilizzo di nano sensori “Micro Electronic Machines” (MEM) o “Smart Dust” (piccole stelle) negli organismi umani. Tale tecnologia consente già oggi di controllare, rintracciare, monitorare, manipolare mentalmente, per mezzo dell’emissione di impulsi elettromagnetici, interi gruppi umani. E come se tutto questo non fosse già abbastanza, le scie chimiche stanno distruggendo anche la coltre di ozono del pianeta, ma forse questo è solo un effetto collaterale dell’operazione.

 

Quel traffico sconosciuto che affolla il nostro cielo

Parte 2

Il nostro cielo è solcato quotidianamente da aerei “sconosciuti”, ovvero senza sigle di riconoscimento ed “invisibili” ai radar che, senza tema di smentite, si possono ricondurre al fenomeno delle scie chimiche. Il problema fu portato all’attenzione dell’opinione pubblica nel 2008, quando alcuni sindacalisti dell’Air Traffic Management Professional Project (ATMPP), la Federazione italiana che raduna le quattro maggiori sigle sindacali e professionali dell’assistenza al volo, denunciarono formalmente la presenza di un “traffico sconosciuto” nei nostri cieli.

Prima di allora erano state avanzate numerose richieste di chiarimenti sulla questione ad ENAV (Ente Nazionale di Assistenza per l’Aviazione Civile), che non avevano però trovato alcuna risposta soddisfacente. Da quel momento in poi sulla questione è calato un eloquente silenzio: è probabile che i controllori di volo siano stati “convinti” a tacere. Restano comunque le chiare dichiarazioni del sindacalista che sottolinea l’anomalia del “traffico sconosciuto” con tutti i rischi che comporta per il volo civile. Resta anche la testimonianza incontrovertibile, per opera di un tecnico, circa operazioni illegali nell’atmosfera, a dimostrazione del fatto che i tankers sfuggono al controllo ufficiale, con grave pericolo per la navigazione aerea. “Ultimamente abbiamo appreso molti particolari sul problema del traffico sconosciuto. E’ evidente, a tutti coloro che operano in frequenza, l’impossibilità, in determinati momenti, di conciliare la gestione del traffico aereo sotto controllo radar con lo sconsiderato numero di “macchine volanti”, sconosciute al Controllo del Traffico Aereo, che affolla i nostri cieli” (ATMPP).

La vertenza sindacale si chiuse nel febbraio dello stesso anno, e fu poi successivamente riaperta nel mese di maggio senza però ricevere alcuna risposta soddisfacente dagli organi competenti. “Tale problema è profondamente sentito da tutti coloro che, giornalmente, vedono il proprio schermo radar pieno di puntini, dei quali nulla si sa: nessuno di noi vorrebbe vivere ciò che il CTA White (n.d.r. si veda il disastro Aeromexico) ha sperimentato” (ATMPP). In realtà il problema del traffico “sconosciuto” non è circoscritto all’Italia, ma ha proporzioni planetarie. Ad esempio, secondo ATMPP, nel Regno Unito il problema è stato risolto stabilendo che il traffico sconosciuto venga semplicemente ignorato, sempre che non si abbiano evidenze che tale traffico si sia perso, o sia in avaria radio o che comunque non rappresenti una minaccia. Secondo alcuni tecnici del settore queste disposizioni violerebbero anche quanto asserito nel manuale dei servizi del traffico aereo britannico. Il problema del traffico “sconosciuto” è ormai evidente, con gravi rischi per la sicurezza dei nostri cieli, eppure perfino gli operatori di settore non riescono ad ottenere delle risposte in merito. Ma come è possibile che questi aerei chimici sfuggano perfino al controllo dei sistemi radar, violando perfino le più elementari norme sulla sicurezza in volo?

Lo ha spiegato l’ingegnere aeronautico Luigi Fenu, in una intervista al sito tankerenemy.com: “Il sistema di rilevamento del Radar Airnav (ADSB SSR) è basato, oltre che sul tradizionale ‘Mode S’, anche su un più recente standard. Lo scambio dei dati tra i velivoli avviene infatti usando come intermediario il satellite, il sistema si chiama Global Navigation Satellite Systems (GNSS), pertanto le informazioni che si ricevono con lo strumento a terra non sono i dati provenienti direttamente dai velivoli, ma quelli trasmessi dal satellite. I velivoli tradizionali impiegano i trasponders ‘Mode S’ nelle varie modalità, ed un dispositivo chiamato Traffic Collision Avoided System (TCAS). Con tali apparati, i trasponders dei vari aerei s’interrogano direttamente in modo tale che, se si hanno problemi di comunicazione con la torre di controllo, il pilota è in grado di conoscere l’eventuale presenza di un velivolo in rotta di collisione già a 50 miglia nautiche di distanza”.

Quindi è probabile che la schermatura radar dei tankers chimici venga realizzata intercettando le comunicazioni dati tra aerei e satellite. Tuttavia in alcune rare e fortunate circostanze alcuni tankers sono stati rilevati dai radar di terra privati (Airnav). Un caso di questo tipo è avvenuto al Dott. Rosario Marcianò il 28 dicembre del 2008, quando riuscì a tracciare un tanker in prossimità di Sanremo. “Seppure importante come prova, in quanto l’aeromobile in sorvolo (inizialmente proveniente da Nord/Nord Ovest) è stato comunque intercettato dall’apparecchiatura elettronica, che ne ha fornito i dati di quota, velocità, direzione, longitudine, latitudine etc, si tratta di un caso anomalo. Forse una falla nel sistema di oscuramento elettronico, presumibilmente gestito dal sistema di controllo satellitare, al contrario di quanto avviene per tutti gli aerei di linea che, nelle vicinanze percorrono il corridoio aereo loro assegnato? Oppure si tratta dell’invio di dati riguardanti un “velivolo fantasma”, come nel caso degli aerei adoperati dalla CIA per trasportare, segretamente, persone accusate di terrorismo? Paradossalmente questi elementi risultano essere di grande rilievo, perché il fatto che gli aerei chimici non segnalino la loro presenza negli standard civili sopra menzionati, dimostra seppure indirettamente, che non sono velivoli per il trasporto passeggeri o merci”.

Ciò contraddice e smentisce le affermazioni del ministro Pecoraro Scanio, in risposta alle interrogazioni parlamentari sulle scie chimiche, nonché le affermazioni degli altri Enti Istituzionali che hanno sempre dichiarato che le numerose ‘scie di condensa’ nei nostri cieli sono esclusivamente da imputare all’aumento del traffico aereo civile, e solamente a quello. Qualcosa dunque non quadra, ed il Radar Airnav dimostra che tali aerei non adottano il sistema di identificazione tipico del trasporto di passeggeri o merci, e che sono quindi di origine militare. Infatti, se per ipotesi gli aerei ‘non identificati’ non fossero davvero militari, la loro presenza dovrebbe attivare immediatamente le procedure di sicurezza dell’Aeronautica Militare Italiana. A tal proposito riportiamo di seguito un breve estratto tratto dal report dell’Aeronautica Militare sulle attività di intercettazione svolte nell’anno 2006 nello spazio aereo italiano, in cui si lascia intendere chiaramente che nessun velivolo non identificato può solcare i nostri cieli senza attivare immediatamente le procedure di intercettazione.

“Nel 2006 l’Aeronautica Militare, tramite il Comando Operativo delle Forze Aeree (COFA), ha assicurato la sorveglianza e la difesa dello spazio aereo nazionale, 24 su 24, attraverso un sistema integrato di radar basati a terra ed in volo (denominato ‘Airborne Early Warning’) e l’impiego di velivoli intercettori, garantendo la sicurezza dei cieli anche in occasione di grandi eventi come le Olimpiadi invernali di Torino o il summit sul Libano di Roma. Le funzioni di comando e controllo degli intercettori della difesa aerea nazionale sono devolute al Combined Air Operation Centre (CAOC 5-NATO) di Poggio Renatico (Ferrara) che, attraverso una sala operativa, ne dispone l’impiego. Nel corso del 2006 per ben 32 volte si sono alzati in volo i caccia F-16 dell’Aeronautica Militare per intercettare velivoli le cui tracce radar non era stato possibile identificare. Si era trattato, nella maggior parte dei casi, di aeromobili che non rispondevano a prestabiliti requisiti, o perdevano le comunicazioni con gli organi del controllo del traffico aereo o divergevano dalla rotta prevista senza validi motivi. In questi casi, il Comando Operativo delle Forze Aeree ha disposto il decollo immediato (in gergo tecnico ‘scramble’) degli intercettori che, sotto la guida dei controllori di intercettazione a terra, si sono diretti verso il velivolo ‘sospetto’, ne hanno accertato visivamente l’identità e sono intervenuti, quando necessario, per scortarlo fino ai limiti dello spazio aereo italiano. In un caso si è trattato di intercettare e far atterrare un velivolo con a bordo un dirottatore: un F-16 del 37° Stormo di Trapani Birgi si era alzato in volo il 3 ottobre 2006 per intercettare un velivolo civile turco che era in volo nello spazio aereo italiano. L’ordine di ‘scramble’ era partito dopo che il comandante del velivolo turco, un Boeing 737 in volo da Tirana (Albania) a Instanbul, aveva dichiarato di essere stato dirottato da un cittadino turco. Rilevato l’allarme, la sala operativa del CAOC ha immediatamente attivato la procedura di difesa aerea dando l’ordine di ‘scramble’ al 37° Stormo di Trapani, (pubblicato sul sito internet dell’Aeronautica Militare in un interessante report sull’attività svolta nel 2006 da parte dei reparti di intercettori e ricerca e soccorso).

Gli aerei “non identificati” che solcano i nostri cieli rilasciando scie chimiche sfuggono ai sistemi radar, alle rigide procedure di sicurezza dell’Aeronautica Militare e perfino agli Enti preposti al controllo del traffico aereo, e sono pertanto senza dubbio di origine militare. Se è così, abbiamo la dimostrazione che sia i militari sia le autorità governative collaborano attivamente al progetto avvelenamento della biosfera.

Aerosol chimici

Parte 3

Negli ultimi anni sono stati scorti, fotografati e filmati nei nostri cieli velivoli privi di contrassegni, mentre decollano o atterrano in aeroporti civili. Sono detti anche “aerei chimici” (o ‘tankers’) e si riconoscono ad occhio nudo, perché cominciano a rilasciare copiose scie poco dopo il decollo. Tra gli aeroporti civili coinvolti nell’operazione vi è, ad esempio, quello di Torino Caselle, che è stato recentemente cintato con alti muri di cemento per evitare che qualche curioso osservi lo strano via vai di questi aerei. Ma i tankers usano anche le numerosissime basi militari “off-limits” sparse in tutto il mondo, e non possiamo escludere che utilizzino anche altre installazioni militari segrete per il rifornimento dei ‘prodotti da aerosol’.

L’operazione ‘scie chimiche’ ha dimensioni colossali, basta alzare gli occhi al cielo per rendersene conto. Molti si domandano come sia possibile nascondere tutto questo all’opinione pubblica, quando tante persone ed Istituzioni sembrano coinvolte. Forse la tecnica è proprio quella di lasciare in vista ciò che si vuole nascondere, e di confondere poi le idee della gente facendo apparire come ‘normale’ una situazione che non lo è affatto. Gli obiettivi veri dell’operazione restano poi accuratamente nascosti, mentre ai piloti, che sono costretti comunque ad obbedire agli ordini, viene probabilmente raccontato che con i velivoli si diffondono nell’atmosfera elementi chimici atti ad attenuare “l’effetto serra”. Si aggiungano l’omertà, le collusioni, il sostegno reciproco tra le persone coinvolte, i ricatti nei confronti di alcuni uomini politici, la corruzione di coloro che hanno poteri decisionali, ed il gioco è fatto. E’ sufficiente occupare i posti giusti con le persone giuste: se qualcuno mostra esitazione viene in qualche modo delegittimato.

Sembra che l’intera operazione sia gestita proprio dal complesso industriale-militare, che si avvale della collaborazione dei governi o della loro acquiescenza. Ad esempio a Marana, in Arizona esiste uno dei più importanti impianti della CIA-NSA, la struttura di “Pinal Airpark Marana base”, dove sembra che molti modelli di aeroplano per uso civile siano stati riconvertiti per compiere le operazioni chimiche-biologiche che entrarono a regime, per quanto riguarda gli Stati Uniti, nel novembre del 1998. Prima di quell’anno, furono scelte alcune regioni per condurre le operazioni chimiche in atmosfera, in modo da sperimentare la tecnologia necessaria e mettere a punto l’efficienza degli aerei irroranti in relazione alle condizioni meteorologiche. Il programma è condotto sotto diversi nomi in codice come “Operazione copertura” e “Operazione danza della pioggia”, ed in seguito fu esteso a dozzine di stati nel mondo.

Ufficialmente la base di Marana è un cimitero di aerei dismessi, tutta nelle foto pubblicate dal sito ‘airlines.net’ si vedono aerei ben conservati ed “impacchettati” con cura (tra questi anche le aerocisterne KC-10) per evitare che si danneggino sotto il sole e le intemperie. Nel sito ‘tankerenemy.com’ si legge anche: “Si nota (all’interno della Pinal Airpark Marana base) una certa attività attorno ad alcuni velivoli, che sembrano venire sottoposti ad un completo restyling nonché sostituzione di pezzi quali motori, carrelli etc. (è presente una vasta porzione dell’aerea ove sono ordinatamente disposti centinaia di componenti meccanici) attraverso, ad esempio, la riverniciatura degli stessi (di colore bianco) e la cancellazione dei loghi di compagnia originari. Curiosa inoltre la presenza di velivoli appartenenti alla compagnia di bandiera ‘Alitalia’. Pure in un’area separata, si nota la presenza di decine di elicotteri ‘Apache Longbow’), quali appaiono in buonissimo stato e parcheggiati con ordine.

Stessa cosa si può dire per quanto riguarda un buon numero di velivoli dalla linea fortemente aerodinamica e che, senza dubbio, non possono essere aeroplani dismessi”. Un aspetto curioso è che la base di Marana è visibile anche da ‘Google earth’ e le immagini non sono oscurate come accade di solito per le basi militari, si vedono bene gli aerei bianchi parcheggiati in ordine e senza insegne di riconoscimento. Si tratta quindi davvero di un deposito per aerei dismessi oppure anche in questo caso si lascia in vista ciò che si vuole nascondere…difficile dirlo.

Per le operazioni di aerosol vengono utilizzati anche aerei di linea oltre a quelli militari. A questo proposito il sito tankerenemy.com riporta un post pubblicato da un manager di una compagnia aerea, non meglio identificato: “I pochi dipendenti della compagnia aerea che erano al corrente del progetto ‘Cloverleaf’ furono tutti sottoposti a controlli del loro passato, e prima di esserne informati ci fecero firmare accordi di non-divulgazione in cui sostanzialmente si dichiarava che se avessimo detto a chiunque quanto sapevamo saremmo stati incarcerati. Ci dissero che il governo avrebbe pagato la nostra compagnia, insieme ad altre, per rilasciare speciali agenti chimici da aerei commerciali. Quando chiedemmo loro perché non si limitassero ad equipaggiare gli aerei militari disponibili per rilasciare questi agenti chimici, dichiararono che non c’erano abbastanza aerei militari disponibili per rilasciare agenti chimici su una base così ampia come doveva essere fatto. Poi qualcuno chiese perché tutta questa segretezza.

I rappresentanti del governo dichiararono in seguito che se l’opinione pubblica avesse saputo di aerei in volo che stavano rilasciando agenti chimici nell’aria, i gruppi ambientalisti avrebbero scatenato un inferno e chiesto la fine dell’irrorazione” (‘An Airlines Manager’s Statement’, tankerenemy.com). Forse i militari non hanno abbastanza velivoli da usare per gli aerosol, bisognerebbe fare qualche cosa per loro…

Quei filamenti caduti dal cielo: seta volante o polimeri biosintetici?

Parte 4

Nei primi giorni del mese di novembre 2008, in diverse località del Nord Italia, sono state raccolte segnalazioni relative alla caduta di “strani filamenti” dal cielo. Ciò che ha colpito maggiormente l’occhio degli involontari testimoni è stata la copiosità del fenomeno: in poco tempo prati, alberi e automobili sono stati letteralmente ricoperti da una leggera coltre di fili bianchi. Altro fatto insolito è che i filamenti in questione, che all’apparenza sono sembrati molto simili a fili di ragnatela, hanno mostrato una notevole tenacità, molto maggiore di quella che presentano le comuni ragnatele.

Proprio l’atipicità del fenomeno osservato ha indotto diverse persone a raccogliere campioni dei filamenti, sperando che successive analisi di laboratorio potessero stabilirne la natura. I campioni analizzati sono stati raccolti nei giorni tra il 5 ed il 9 novembre 2008 in diverse località, più precisamente: Parma, Bologna, Calderara di Reno (Bo), Ferrara, Buccinasco (Mi) e Milano Parco Nord.

L’analisi sui campioni svolta dal biologo Dott. Giorgio Pattera e dalla Dott.ssa Ilaria Alfieri ha confermato quanto affermato dai testimoni: “I filamenti sono apparsi estremamente appiccicosi e tenaci, molto resistenti alla trazione e decisamente difficili da maneggiare, anche con pinzette sottili di legno, plastica o acciaio”. I campioni provenienti dalle località citate sono stati suddivisi in porzioni, in modo da poter eseguire differenti test su ciascuna tipologia, in particolare il saggio alla fiamma, le prove di solubilità, il testi di solubilità in acidi, il saggio alla soda caustica e quelli coi reattivi di Loewe e Schweitzer. Tutti i filamenti sono stati sottoposti agli stessi test ed hanno dato tutti gli stessi, identici risultati.

I risultati ottenuti relativi alla solubilità nei reattivi specifici per la seta (reattivo di Loewe e reattivo di Schweitzer), unitamente alle osservazioni precedenti, ossia un ph alcalino dei vapori sprigionati dalla combustione, il caratteristico odore di “corno bruciato” (per evidente presenza di ßcheratina), il residuo di cenere nera (carbonioso) e la solubilità in acido solforico, acidi nitrico e soda caustica (in ebollizione), portano a concludere che i filamenti sono quanto meno di origine organica e, più precisamente, presentano caratteristiche chimico-fisiche molto simili a quelle mostrate dalle ragnatele, anche se, rispetto a queste ultime, possiedono una maggiore tenacità e una maggiore resistenza alla solubilizzazione nei reattivi specifici. A questo punto, prima di avventurarci nell’esposizione delle possibili ipotesi circa la provenienza e, soprattutto, la funzione di questi “filamenti”, è doveroso stabilire innanzitutto che cosa non possono essere.

L’analisi sui campioni svolta dal biologo Dott. Giorgio Pattera e dalla Dott.ssa Ilaria Alfieri ha evidenziato che “non sono sicuramente la produzione (che risulterebbe a livello industriale, fra l’altro, per coprire l’estensione territoriale) delle ghiandole sericigene dei cosiddetti ‘ragni d’alta quota’, la cui esistenza (dal punto di vista entomologico) lasciano appannaggio delle ‘leggende metropolitane’, con buona pace del CICAP. Non sono assimilabili, nemmeno lontanamente, ai filamenti di ‘bambagia silicea’ o ‘capelli d’angelo’ caduti in concomitanza col passaggio a bassa quota di Oggetti Volanti Non Identificati (OVNI) su Oloron nel 1952 e su Firenza nel 1954, che si volatilizzarono in breve tempo, quasi sublimandosi a contatto con le mani”. Nel caso in oggetto grazie all’intraprendente solerzia di uno studente, allora laureando in ingegneria, si potè eseguire l’analisi chimica dei filamenti presso l’Istituto di Chimica Analitica dell’Università di Firenze. Il referto analitico concluse lapidariamente: “Sostanza a struttura macromolecolare, contenente boro, silicio, calcio e magnesio. In linea puramente ipotetica, potrebbe trattarsi di vetro boro silicico” (firmato: il Direttore Prof. G. Canneri).

Ma allora che cosa sono questi filamenti? Per poter formulare qualche ipotesi non utopistica sulle origini di questi misteriosi filamenti, andiamo ad indagare da vicino la loro probabile struttura, circoscrivendo il campo di indagine. Come ci spiega il biologo Dott. Giorgio Pattera “le fibre naturali animali, quelle naturali vegetali e quelle artificiali hanno reazioni diverse nei confronti della combustione. Infatti la fibre naturali animali (lana, seta) bruciano lentamente, emanando un odore di corno bruciato per la presenza della cheratina, lasciano residui di combustione friabili e carboniosi. Le fibre naturali vegetali (cotone, lino, canapa, juta) bruciano velocemente, con fiamma viva, rilasciando un odore di carta bruciata per la presenza della cellulosa e residuando ceneri impalpabili. Le fibre artificiali si comportano come quelle naturali, a seconda della loro origine”.

Le analisi hanno verificato che, saggiandola alla fiamma, la sostanza di cui sono composti i filamenti allo studio emana odore di corno (o capello, pelo) bruciato, tipico delle strutture fibrose naturali di origine animale. Questo, pertanto, circoscrive il campo d’indagine alle fibre naturali animali (lana e seta). Entrambe tuttavia, pur derivando da distretti del tutto differenti (annessi cutanei dei mammiferi, la prima; ghiandole sericigine di alcuni insetti, la seconda), sottoposte alla fiamma, emanano lo stesso odore: perché questa “cross-reaction”? Per rispondere a questa domanda occorre chiarire la struttura delle due fibre. Ci spiega il biologo Dott. Giorgio Pattera che “la lana è costituita dall’αcheratina, una proteina a struttura elicoidale formata da una coppia di αeliche destrorse, strettamente avvolte a spirale e rinforzate da numerosi ponti disolfuro intercatena. La seta, invece, è costituita dalla ßcheratina, detta fibroina, una proteina organizzata ‘a foglietti pieghettati a ventaglio’, disposti in piani sovrapposti, ravvicinati e compatti ( ciò che rende la seta morbida e flessibile) e dalla sericina. E’ la presenza in entrambe della cheratina che consente a tutte e due le fibre di emanare il caratteristico odore di “corno bruciato”, qualora esposte alla fiamma. Ma, come abbiamo visto, i nostri filamenti si sciolgono col reattivo di Schweitzer, per cui rimane in gioco solo la seta”.

Ma che senso ha parlare di “fili di seta volante?” Il biologo Dott. Giorgio Pattera e al Dott.ssa Ilaria Alfieri hanno elaborato tre ipotesi. Prima ipotesi. I filamenti analizzati sarebbero da collegarsi, in qualche modo, al sorvolo delle località interessate da parte di oggetti volanti non identificati, cosi come riferito da numerosi testimoni: situazione simile, pertanto, a quelle già citate (Oloron 1952, Firenze 1954), con l’unica differenza consistente nel tipo di sostanza ricaduta al suolo (borosilicato contro polimeri organici). Anche oggi, come allora, restano sconosciute le motivazioni di tale “pioggia”.

Seconda ipotesi. I filamenti analizzati sarebbero un “sottoprodotto”, una conseguenza “accessoria” del progetto di modificazioni climatiche, al fine di prevenire la formazione di eventi atmosferici turbolenti (uragani, precipitazioni intense, trombe d’aria), particolarmente disastrosi per il continente europeo. Tale progetto verrebbe messo in atto mediante il rilascio in atmosfera, da parte di aeromobili privi di contrassegno identificativo, di particolari elementi (bario, ioduro d’argento, ecc.) in grado, per l’appunto, di influire sul clima, impedendo o favorendo la formazione di nubi e le relative piogge. Questa azione diretta sul clima è già stata sperimentata con successo durante lo svolgimento delle Olimpiadi di Mosca, nel 1980, grazie ad un’intesa (al tempo segreta e trapelata solo dopo la caduta del muro di Berlino) fra l’aeronautica sovietica e quella statunitense. Ma anche oggi possiamo notare gli effetti della dispersione delle suddette sostanze nei nostri cieli: entro 48-72 ore dalla comparsa delle scie chimiche, rilasciate da velivoli non identificabili nell’atmosfera tersa, si osserva la comparsa di formazioni nuvolose, seguite da precipitazioni più o meno intense.

Terza ipotesi. I filamenti analizzati sarebbero il risultato di un processo di polimerizzazione di sostanze organiche (bio-polimeri di sintesi), realizzato artificialmente ed impiegato come “supporto” di altri componenti (polveri metalliche?), allo scopo di diffondere nell’atmosfera un “aerosol”, atto a potenziare ed estendere, nello spazio e nel tempo, la riflessione delle onde elettromagnetiche (radar, comunicazioni radio, trasmissioni satellitari); il tutto, ovviamente, a scopi militari di controllo ed “intelligence”.

“Propenderei per quest’ultima ipotesi, dato che una delle proprietà della seta è quella di fissare con facilità Sali di alluminio, ferro e stagno, con formazione di sali basici insolubili. In altre parole, questi polimeri bio-sintetici fungerebbero da adiuvanti nella nebulizzazione aerea di composti metallici non meglio rilevabili, comportandosi come i sistemi di diffusione dei semi da parte del vento, utilizzati da alcune essenze vegetali (tarassaco, tiglio, acero, pioppo, ecc.). Si tenga conto anche del fatto (sicuramente su Parma, mentre non abbiamo riscontri per le altre località) la ricaduta copiosa di “ragnatele” si è avuta dopo un intenso viavai di aeromobili non identificati, che hanno disegnato sulla verticale della zona uno “scacchiere” di scie (ma diverse da quelle “normali” di condensazione dei gas di scarico dei jet, per forma, dimensione ed insistenza temporale), denominate per l’appunto scie chimiche, come osservato da numerosi testimoni oculari.

Non ci sentiamo di esprimere giudizi su quelle due ultime ipotesi, ancora tutte va verificare, poiché ci addentreremmo in un ambito, quelle delle strategie politico-economico-militari, che esula dalla nostra speculazione”.

A completamento dello scenario che si sta delineando riportiamo una notizia interessante relativa ad un brevetto americano (US Patent 59944099) che riguarda proprio la scoperta di polipeptidi che formano macroscopiche fibre, e di DNA clonato che codifica tali polipeptidi. In altre parole questa scoperta consentirebbe di riprodurre le proteine della seta tipiche delle ghiandole flagelliformi del ragno Nephila Clavige. Le applicazioni industriali indicate per il brevetto vertono principalmente su suture per vari procedimenti medici. Ma le caratteristiche di questa seta artificiale assomigliano molto a quelle dei filamenti caduti dal cielo. Sarà un caso?

In ogni caso il biologo Dott. Giorgio Pattera sottolinea la pericolosità delle sostanze che vengono rilasciate nell’aria: “Ci preme comunque evidenziare la pericolosità di alcuni elementi, che si suppone vengano dispersi nell’atmosfera per ottenere gli scopi predetti. Bario, alluminio, quarzo, titanio (per citarne alcuni), se inalati direttamente o assunti con alimenti (vegetali) contaminati dalle piogge susseguenti la dispersione, possono dare origine negli organismi superiori a gravi patologie, quali le sindromi di neurodegenerative (SLA, BSE), quelle neurotossiche (Alzheimer), insufficienza respiratoria (silicosi), ecc”. E’ forse per il diffondersi di questo allarme, percepito dalla popolazione, che negli ultimi cinque anni sono state poste sette interrogazioni “bipartisan” al Parlamento italiano ( a firma Ruzzante, Di Pietro, Brandolini, per citare alcuni) e numerose altre all’Europarlamento, da parte di onorevoli tedeschi e olandesi. Tutte per chiedere giustificazioni “sull’inquietante fenomeno, in continuo incremento, della comparsa di formazioni nuvolose anomale, rilasciate da aerei militari o privi di contrassegni identificativi, nei cieli italiani ed europei”.

Tra le altre quella dell’On. Sandro Brandolini (6 ottobre 2008), è particolarmente incisiva, in quanto sfida il ministero della Difesa a “fornire, se ne è in grado, le prove scientifiche definitive che smentiscano l’esistenza delle chemtrails”.

Gli USA, le Nazioni Unite ed il dominio del cielo

 

Parte 5

In una intervista a Radio Base il Tenente Generale Fabio Mini ha spiegato chiaramente che l’interesse delle ricerche militari per il controllo del clima non è mai venuto meno e che, di conseguenza, le ricerche sono continuate in segreto negli anni nonostante le leggi internazionali sul tema “La guerra ambientale, in qualunque forma, è proibita dalle leggi internazionali. Le Nazioni Unite fin dal 1977 hanno approvato la convenzione contro le modifiche ambientali, il che rende ingiustificabile qualsiasi guerra proprio per i suoi effetti sull’ambiente, ma come succede a molte convenzioni, quella del 1977 è stata ignorata ed i militari hanno anzi accelerato la ricerca e l’applicazione delle tecniche di modificazione del tempo e del clima, facendole passare alla clandestinità. Se, prima di quella data, l’uso delle devastazioni ambientali era chiaro e se le modifiche ambientali anche gravissime erano codificate e persino elevate al rango di sviluppo strategico o di progresso tecnologico, oggi non si sa più dove si diriga la ricerca e come si orientino le nuove Armi” (intervista al Tenente Generale Fabio Mini, Radio Base, all’interno del programma ‘Linea Diretta’ del 21 febbraio 2008). Le operazioni di aerosol clandestino rientrano in questo disegno.

Il Tenente Generale Fabio Mini cita anche un documento del 1996 della US Air Force intitolato “Weather as a multiplier force - Owning the weather in 2025” (il clima come moltiplicatore di forza - Controllare il clima entro il 2025), nel quale si fa esplicito cenno alle modificazioni atmosferiche che l’esercito americano intende realizzare in questi anni per controllare le condizioni meteorologiche ed utilizzarle a fini bellici. In tale documento si cita la creazione di una superficie ionosferica artificiale (a quota molto più bassa di quella naturale), il controllo di precipitazioni, tempeste, foschia e nuvole, e la creazione di condizioni climatiche artificiali. Ed infine si elencano i mezzi tramite i quali ottenere queste ‘conquiste’, fra i quali ritroviamo:

Sembra quindi che i mezzi attraverso cui raggiungere il controllo del clima siano principalmente di tre tipologie: sostanze chimiche disperse nel cielo (scie chimiche), onde elettromagnetiche e nano tecnologie.

Sulla pericolosità delle sostanze contenute nelle scie chimiche già è stato detto molto. Per quanto riguarda invece le onde elettromagnetiche citiamo il lavoro di del Professore Levis che indica le principali sintomatologie connesse all’irradiazione di onde elettromagnetiche; si possono così riassumere:

Inoltre l’esposizione alle radiazioni non ionizzanti è reputata da molti scienziati all’origine di neoplasie, soprattutto leucemie.

Si potrebbe pensare che scie chimiche ed onde elettromagnetiche non siano fenomeni correlati tra loro, ma non è così. Lo spiega bene il giornalista indipendente Carolin Williams Palit in un articolo. “Le scie chimiche sono diffuse per creare un mezzo attraverso cui trasmettere onde elettromagnetiche, per mezzo di oscillatori di campi elettromagnetici (chiamati ‘gyrotrons’) e del riscaldamento della ionosfera. Il particolato consente alle armi ad energia diretta di funzionare meglio (il bario ad esempio cosparso nell’atmosfera reagisce chimicamente con i raggi ultravioletti). Ciò è connesso con la natura stessa del plasma e della propagazione dei raggi. Il bario rende il plasma, contenente alluminio, più denso; ciò vuol dire che in tal modo si ottiene un plasma più denso di quanto non avverrebbe solo riscaldando la ionosfera. In altre parole stanno tentando di realizzare armi di raggi al plasma, dove le scie chimiche sarebbero il mezzo, mentre i radar del sistema GWEN, le stazioni HAARP (High Frequency Active Auroral Research Program) e le stazioni laser nello spazio sono lo strumento vero e proprio.

Questi sistema d’arma si troverebbero in Russia, Canada, Stati Uniti ed in tutta Europa, e possono essere mobili o fisse, sulla Terra, ma anche essere collocate nell’atmosfera o nello spazio. Si tratta di un sistema di difesa e di offesa contro attacchi elettromagnetici e missilistici, che impiega ‘scudi’ di particelle ionizzate. Quando questi scudi sono attivati, ‘escludono’ ed alterano il campo magnetico terrestre, e possono essere disposti in strati uno sopra l’altro per proteggere dai missili. Le scie chimiche contengono anche carbonio, che può essere usato per assorbire le microonde, ed altri elementi (“chaff”) che rendono gli aerei invisibili ai radar”.

Se notate, negli ultimi anni stanno spuntando numerose le antenne per la telefonia mobile e le reti wireless. In effetti tutte queste antenne sembrano davvero troppe…spuntano in ogni angolo, sui tetti delle abitazioni, nei parchi, nelle tenute private, sui crinali delle colline, sulle cime di montagne, al centro degli incroci stradali. Sembrerebbero che alcune di queste antenne siano utilizzate in realtà per rinforzare il campo elettromagnetico per scopi militari. In altre parole è come se l’atmosfera stesse diventando un grande forno a microonde. Gli scienziati sanno bene che le microonde sono in grado di influire sui fenomeni meteo, sugli equilibri naturali ed anche sul comportamento umano, e sono quindi di fatto anche un’arma militare. La CIA stessa finanzia ricerche universitarie per mettere a punto degli apparecchi a microonde capaci di lanciare dei raggi che sembra possano causare un’ipnosi a distanza.

I russi che, insieme con gli statunitensi, sin dagli anni ’50 del XX secolo, sperimentarono sistemi d’arma a microonde, lo sanno bene. Tra l’altro nei ‘forni’ di questo tipo si impiegano usualmente sostanze quali il quarzo ed il bario, elementi che sono stati rintracciati anche nelle scie chimiche, forse non è una coincidenza.

Le sperimentazioni di queste armi sono coperte ovviamente dal segreto militare, per cui è difficile avere informazioni di prima mano. Uno dei rari scienziati del governo americano a parlare apertamente dei ‘progressi’ di questa scienza e delle sue applicazioni tecnologiche è Lowell Ponte, un ricercatore del Pentagono. Egli conferma l’esistenza di segnali elettromagnetici in grado di influenzare il campo magnetico terrestre. Anche i servizi segreti canadesi accennano ad un progetto simile in un dispaccio che risale all’agosto del 1975, parlando di “introduzione di onde elettromagnetiche della Natura”. E’ comunque poco, e non si dà alcuna indicazione sulle possibilità di combinare delle onde stazionarie giganti con raggi a microonde capaci di influenzare il cervello umano, e non si dice nulla sulle microonde impiegate come armi. Tutti questi progetti fanno parte probabilmente della rete, molto sviluppata e sempre segreta, della ricerca sulle armi invisibili.

Nonostante tuta questa segretezza , alcune prove sono quotidianamente dinnanzi ai nostri occhi; basta alzare lo sguardo al cielo ed osservare le forme che assumono le nuvole a causa di queste irradiazioni elettromagnetiche. Il meteorologo Scott Stevens ha osservato che le “le nuvole assumono forme grottesche, innaturali, a causa dell’emissioni di onde elettromagnetiche. Abbiamo anche notato che le nubi tendono ad acquisire strane configurazioni a pettine al di sopra delle antenne”. Probabilmente non è un caso.

Il programma per il controllo del clima parte probabilmente dagli Stati Uniti, ma di sicuro coinvolge direttamente anche governi europei. E l’Italia che ruolo sta giocando in questo scenario?

Proprio recentemente è apparsa sui giornali la notizia che il segretario regionali dell’Adiconsum, Giorgio Vargiu, ha scritto una lettera aperta al presidente della Repubblica, al Presidente del Consiglio e a tutti i Ministri chiedendo che venga fatta un’indagine sul fenomeno delle cosiddette “scie chimiche”. A questo proposito il segretario regionale dell’Adiconsum cit anche l’Accordo di collaborazione Italia-Usa del 2003, denominato “Cooperazione Italia-Usa su Scienza e Tecnologia dei cambiamenti climatici”, nel quale si fa riferimento a “siti sperimentali italiani dove vengono modificate artificialmente le condizioni ambientali a cui è esposta la vegetazione” e di “meccanismi di risposta delle piante”. Nella sua lettera Vargiu si rifà anche a studi condotti in tutto il mondo.

Ma torniamo per un momento all’accordo di collaborazione Italia-Usa, in cui si legge: “Gli Stati Uniti e l’Italia hanno organizzato un Convegno Bilaterale sulla ‘Ricerca congiunta sui cambiamenti climatici’ a Roma, il 22-23 gennaio 2002, in seguito all’impegno del Presidente George W. Bush e del primo Ministro Silvio Berlusconi di intraprendere ricerche sui cambiamenti climatici in collaborazione”.

Questo impegno faceva perno sulla ‘necessità’ di basarsi su solidi risultati scientifici e sulla potenza della tecnologia per ridurre le incertezze associate con i futuri cambiamenti climatici e ambientali. I due Paesi identificarono più di 20 progetti di ricerca nel campo dei cambiamenti climatici pronti ad un avvio a breve e medio termine nelle aree delle simulazioni globali e regionali. “I progetti di ricerca immediatamente pronti all’implementazione miglioreranno la nostra capacità di capire, sorvegliare e prevedere le variazioni climatiche e i loro impatti. Inoltre, le attività di ricerca tecnologiche attivabili a breve contribuiranno allo sviluppo di tecnologie avanzate a basso contenuto di carbonio per limitare le emissioni dei gas serra. Gli studi condotti recentemente hanno mostrato che esiste una buona possibilità di cambiamenti climatici nei prossimi 50 anni. Viste e ricadute sulle attività umane che un clima diverso dall’attuale potrà avere, inizia ad essere imperativo iniziare a considerare la variabile “clima” come una delle più importanti nella catena delle decisioni. Una maggiore conoscenza delle caratteristiche del clima locale, dei suoi cambiamenti nel recente passato (40-50 anni) e la definizione di scenari climatici futuri a scala locali è altrettanto fondamentale.

Il nostro Paese è sicuramente un’area a rischio per le problematiche connesse ai cambiamenti climatici. Al di là della comprensione “accademica” se il nostro Paese sia “predestinato” ad avere un clima “medio” diverso in futuro (ad esempio temperature più alte o precipitazioni minori, meno fenomeni nevosi, innalzamento dei mari Tirreno e Adriatico), è necessario prestare molta attenzione anche alle eventuali modifiche nella frequenza di accadimento di eventi meteo-climatici anomali: periodi di caldo anomalo, precipitazioni molto intense, eventi temporaleschi grandinigeni ecc.

Una maggior frequenza di precipitazioni più intense avrebbe sicuramente un impatto devastante nel nostro Paese, viste le condizioni di dissesto idrogeologico in cui gran parte di esso si trova, come purtroppo è stato reso palese dai recenti episodi alluvionali che hanno colpito sia il Nord che il Sud dell’Italia. Solo questo semplice esempio dovrebbe far riflettere sull’urgenza di conoscere adesso quali potrebbero essere gli scenari climatici futuri in modo da avere tempo sufficiente per pensare a possibili rimedi. Sull’importanza del clima, sulla vita umana siamo tutti d’accordo, ma attenzione a non confondere i rimedi con le cause. Tra le aree di studio previste nell’ambito del progetto si leggono titoli inquietanti, quali:

Inoltre facciamo notare che il medesimo documento cita tra i partecipanti al tavolo del lavori:

Ricerca accademica, Servizio Meteorologico, CNR, Organizzazione Mondiale della Sanità, Industria Petrolifera, chimica, automobilistica, rappresentanze politiche, ma non mancava proprio nessuno.

IL PROGETTO H.A.A.R.P.

Parte 6

Le sostanze rilasciate dalle scie chimiche vengono impiegate anche per scopi militari, ed in particolare per ottimizzare il funzionamento di alcune tecnologie radar e per la modificazione del clima. Infatti, grazie alla diffusione del particolato metallico nel cielo, i radar possono operare tridimensionalmente ed indagare anche aree al di là dell’orizzonte, mentre le antenne del progetto H.A.A.R.P. (acronimo che sta per High Frequency Active Auroral Research Program) trovano una superficie riflettente a bassa che serve per applicazioni di modifica climatica o forse anche peggio.

Il progetto H.A.A.R.P. ha sede a Gakona, in Alaska, ed è costituito da un campo sperimentale in cui è stato realizzato un insieme di potenti antenne, circa 180 piloni di alluminio alti 23 metri. Su ogni pilone sono state installate doppie antenne a dipoli incrociati, una coppia per la banda bassa l’altra per la banda alta, in grado di trasmettere onde fino ad una distanza di 350 km grazie alla loro potenza. Queste onde sono indirizzabili verso zone strategiche del Pianeta, sia atmosferiche che terrestri. Ufficialmente è un progetto di ricerca che servirebbe solo a ‘studi scientifici’, ma essendo a tutti gli effetti un’installazione militare, e potendo emettere radiazioni elettromagnetiche di tale potenza, c’è da crederci poco…

Il quotidiano “Il Messaggero” a proposito del progetto scrive: “H.A.A.R.P. è una super arma che, come componente principale dello scudo spaziale, consentirà di annientare tutti gli attacchi missilistici e mettere in ginocchio qualsiasi Paese, scatenando violenti cambiamenti geofisici. La stazione radio-elettronica H.A.A.R.P. entrata in funzione in Alaska nel 1997, una specie di ‘forno a microonde globale’ è allo stesso tempo una potentissima arma geofisica, in grado di alterare le condizioni meteorologiche”. E’ interessante notare che negli anni scorsi alcuni ricercatori che stavano effettuando rilevazioni geologiche rilevarono la presenza di forti onde elettromagnetiche di origine ‘sconosciuta’ proprio nei momenti antecedenti ad un forte terremoto. A tal proposito si riporta una notizia dell’agenzia Knight-Ridder, pubblicata dal Sunday World di Tulsa, Oklahoma, il 10 dicembre 1989: “San Josè, California, un ricercatore della Stanford University ha dichiarato giovedì scorso che le insolite onde radio registrate qualche ora prima del terremoto di Loma Frieta potrebbero essere usate un giorno per prevedere in anticipo l’arrivo di un sisma. Tre ore prima che avvenisse il terremoto, lo strumento usato dai ricercatori di Stanford proprio nei pressi dell’epicentro del sisma ha registrato dei segnali di grande potenza, i più potenti che avesse mai rilevato in due anni di lavoro. Le onde continuarono fino al momento in cui avvenne il terremoto, allorquando venne a mancare la corrente elettrica e lo strumento si spense. ‘Abbiamo visto cose alquanto insolite che non riusciamo a spiegare’, ha dichiarato Arman Bernardi, membro dell’equipe di ricercatori della Stanford University che, per pura coincidenza, stava studiando le comunicazioni sottomarine.

Lo strumento, sistemato in una casa di montagna a Corralitos, cominciò a registrare un forte aumento di onde radio a frequenza bassissima, 12 giorni prima del terremoto. Antony Fraser Smith, il capo dell’equipe, non sa spiegare come la terra possa aver generato tali onde radio, ma si dice convinto che queste siano collegate al terremoto”. Forse questi ricercatori non sapevano del progetto H.A.A.R.P. e dei suoi effetti. In merito al progetto H.A.A.R.P. esiste perfino una nota preoccupata del parlamento russo; nel 2002 infatti la Duma, il parlamento russo, ha rilasciato un documento firmato da 188 deputati nel quale si sostiene che l’esercito statunitense aveva programmato di collaudare le tecniche per intervenire sul clima nel sito in Alaska e in altri due siti. “I membri delle commissioni riportarono che gli U.S.A. avevano deciso di collaudare tre siti del genere. Uno di questi si trova nel territorio adibito ai test militari in Alaska e i test completi avrebbero dovuto cominciare agli inizi del 2003. Il secondo ed il terzo si trovano il Groenlandia e in Norvegia. Quando questi tre siti diverranno operativi, si creerà una linea chiusa con un potenziale fortissimo in grado di influenzare il clima del Pianeta.

Sotto il programma H.A.A.R.P., gli Stati Uniti stanno creando nuove armi geofisiche integrali, che possono influenzare gli elementi naturali con onde radio ad alta frequenza. Il significato di questo salto è comparabile al passaggio dell’arma bianca alle armi da fuoco, o dalle armi convenzionali a quelle nucleari”. Ormai le prove che il progetto H.A.A.R.P. può essere utilizzato per modificare il clima in sinergia con le scie chimiche si stanno accumulando sempre più. Ma probabilmente la prova più convincente di queste manipolazioni elettromagnetiche del clima la possiamo trovare sopra le nostre teste, dove sempre più spesso le nuvole appaiono ondulate, come se fossero sagomate da un’onda; il particolato metallico rilasciato dalle scie chimiche insieme alle emissioni elettromagnetiche di grande intensità emesse da sistemi come H.A.A.R.P. potrebbero infatti generare proprio questo effetto. Gli U.S.A. non si sbilanciano sull’argomento, e continuano a sostenere l’innocuità del progetto e dei suoi obiettivi di ricerca scientifica. Ma tra le dichiarazioni ufficiali degli U.S.A. sul tema ne esiste una del Ministro della Difesa U.S.A. William S. Cohen, che risale all’aprile del 1997 che appare molto interessante. “Altri si stanno occupando anche di una sorta di ecoterrorismo attraverso il quale possono alterare il clima, causare terremoti, fare esplodere vulcani attraverso l’uso a distanza di onde elettromagnetiche”. Il Ministro Cohen ha fatto affermazione ad una conferenza su “Terrorismo, armi di distruzione di massa e strategia degli U.S.A.” nella sua veste ufficiale di Ministro statunitense. Peraltro ha precisato successivamente: “E’ reale, e questo è il motivo per il quale dobbiamo intensificare i nostri sforzi”. In altre parole il ministro sosteneva l’esistenza di pericolosi gruppi terroristici in possesso di tecnologie in grado di causare disastri climatici attraverso l’uso a distanza di potenti onde elettromagnetiche. Il progetto H.A.A.R.P. ci insegna che per generare tali onde sono necessarie installazioni tecnologiche giganti difficili da nascondere. Sembra pertanto un po’ improbabile che il governo U.S.A. possa essere messo in ginocchio da terroristi che dispongano di tali tecnologie.

Lasciamo pure il beneficio del dubbio, in ogni il riferimento alla esistenza di tali armi è stato di sicuro esplicito. L’effetto serra che produce il riscaldamento del nostro Pianeta è causato in parte anche dalle emissioni elettromagnetiche delle antenne del progetto H.A.A.R.P., e delle altre che con esse lavorano in sintonia. I forti campi elettromagnetici sono infatti nel range delle microonde. A questo si aggiungono gli effetti delle sciate chimiche; le attività notturne degli aerei cisterna, che spruzzano scie persistenti approfittando del buio, impediscono l’escursione termica, incrementando così ulteriormente l’effetto serra. Le emissioni di CO2 non sono dunque tra le maggiori responsabili del fenomeno. Inoltre c’è da notare che 10 anni prima degli annunci sul “global warming causato dall’anidride carbonica” gli scienziati attribuivano alla CO2 l’effetto opposto, ovvero addirittura il raffreddamento del Pianeta, tanto che nel 1980 si prevedeva una nuova glaciazione proprio a causa delle emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera. Una curiosa inversione di tendenza. A questo proposito va citato il rapporto dell’International Panel on Climate Change - IPCC (ovvero l’Osservatorio Internazionale sul Cambiamento Climatico), che nasce forse dall’esigenza di coprire i veri responsabili del surriscaldamento del Pianeta e degli sconvolgimenti climatici. Nonostante l’inutile opposizione di un centinaio di scienziati che accusavano i relatori del rapporto di stilare un documento falso, utile alle lobbies militari, il documento venne comunque pubblicato (e sulla copertina si vedono pure tre aerei con scia al seguito).

Le pressioni sul governo degli Stati Uniti per la pubblicazione del rapporto furono notevoli sino all’ultimo istante. Inoltre, forse per dare maggiore forza alla tesi, Al Gore, uomo organico al sistema, fu insignito del premio Nobel, proprio perché appoggiava le conclusioni del rapporto I.P.C.C. Dunque mentre noi siamo intenti a ridurre le nostre emissioni di CO2, il nostro Pianeta soffre del riscaldamento globale causato dalle emissioni elettromagnetiche delle antenne H.A.A.R.P. che in sinergia con le scie chimiche lo stanno trasformando in un forno a microonde.

Le previsioni del tempo e quelle “innocue velature” nel cielo

Parte 7

Molto spesso ci è capitato di guardare le previsioni del tempo e vedere annunziate nuvole, nuvolosità diffuse e “velature innocue”, e di osservare poi cieli che sarebbero stati sereni senza l’intervento delle scie chimiche degli aerei. I servizi meteorologici prevedono spesso con esattezza le velature del cielo, anche quando sono a tutti gli effetti meteorologicamente imprevedibili. Come possono mai prevedere le finte nuvole generate dal traffico aereo? Fossero anche realmente delle scie di condensa e non delle scie chimiche? Nelle previsioni meteorologiche che si trovano in TV ma anche su internet si leggono spesso parole quali “presenza di innocue velature nel cielo”, quasi una previsione delle irrorazioni da aerosol. Ci domandiamo infatti perché mai si dovrebbe usare l’espressione “innocue velature” (peraltro così diffusa solo negli ultimi anni) per una foschia o per una lieve nuvolosità? Innocue forse perché non portano pioggia?

Ma in tempi di siccità come questi la pioggia dovrebbe essere accolta con sollievo. Sembra piuttosto un modo per portare le persone ad associare inconsciamente le “velature” portate dalle scie chimiche a qualcosa di ’innocuo’, cosa che purtroppo è oltremodo falsa. Da notare inoltre che ultimamente la pioggia viene considerata una sorta di sfortuna dai meteorologi, come se il potersi fare una passeggiata senza l’ombrello fosse più importante del rendimento dei campi coltivati. Un’altra forma di condizionamento verbale per fare accettare la siccità indotta dalle scie chimiche? Ci sono casi in cui al contrario le previsioni (persino quelle a breve termine) risultano così errate da fare venire delle forti perplessità: forse chi ha formulato le previsioni non ha tenuto conto dei fattori di modificazione climatica artificiale? O forse i progetti di manipolazione climatica sono cambiati dopo che le previsioni erano già state formulate, cosicchè non c’era più modo di fare la previsione giusta. Di sicuro da quando è iniziata l’operazione clandestina di rilascio delle scie chimiche le piogge diminuiscono e la siccità avanza, e se ci si allena a guardare il cielo si percepisce come forte formazioni nuvolose che una volta portavano la pioggia adesso vengono dissolte dai composti irrorati dagli aerei. A questo proposito il meteorologo 1° M.llo ATG Domenico Azzone ha osservato che “la comparsa di queste scie può avvenire nell’arco di tutta la giornata (sono state osservate anche scie anomale notturne) ed in uno qualsiasi dei 4 quadranti cardinali (in un qualsiasi quadrante della rosa dei venti. Premesso ciò, la maggior parte delle scie è vista verificarsi durante la mattinata (dalle ore 6-7 alle 13) ed in posizione contro il Sole e molto spesso in un cielo terso, oppure al massimo vi è la presenza di nubi alte.

Questo significa che i quadranti particolarmente interessati sono quello da Nord ad Est, e quello da Est a Sud. Ho notato (ed è stato notato) che vi è un’implementazione oppure una massiccia presenza istantanea di scie anomale in un arco temporale che oscilla dalle 36 alle 72 ore prima dell’arrivo (nella zona interessata) di un fronte freddo”. Anche il meteorologo statunitense Scott Stevens tramite il suo sito www.weatherwars.info denuncia la manipolazione climatica quotidiana tramite l’uso di scie chimiche e potenti emissioni elettromagnetiche, descrivendo come il processo di formazione delle nuvole sia ormai completamente alterato e come le sagome delle nuvole siano spesso totalmente innaturali, con forme stranamente squadrate ed altre irregolarità visibili ad occhio nudo. Scrive Stevens che “L’intero sistema è manipolato, dalla soppressione delle nuvole durante la siccità fino agli uragani ed allo sviluppo dei tornado. Non c’è più nulla di naturale. La cosa triste è che non ci sono più aree di controllo per fare un paragone sullo sviluppo delle nuvole e sul comportamento dei temporali”.

Dall’altra parte della barricata ci sono meteorologi che tranquillizzano il pubblico sulle scie chimiche, con spiegazioni funamboliche ad esempio il meteorologo Ten. Col. dell’Aeronautica Militare Guido Guidi è intervenuto alla RAI: “Se questa umidità è in aumento, se è molto consistente il contributo di umidità, le scie tendono a divenire sempre più larghe e noi usiamo dire che tendono a divenire persistenti e quindi anche a dare luogo a nuvolosità”. Se ciò fosse vero ci sarebbero giornate (e nottate) in cui, vedendosi sempre scie persistenti, ci dovrebbe essere un’umidità in continuo aumento; peccato che l’umidità non può essere in continuo aumento dal momento che quando si arriva al punto di saturazione l’umidità non aumenta più. Quando l’umidità relativa arriva al 100% (saturazione) un eventuale carico di acqua che si aggiunga all’ambiente sotto forma iniziale di vapore condensa immediatamente portandosi allo stato liquido; come lo zucchero non si può sciogliere a volontà nell’acqua (ma ad un certo punto si deposita sul fondo non potendosi sciogliere) così il vapore acqueo non può mescolarsi in quantità arbitrarie nell’aria in continuazione. La cosa veramente curiosa nelle parole del meteorologo è che precisa “Che le scie larghe persistenti si formano se è molto consistente il contributo di umidità”, e ciò vuol dire che siamo già in presenza di condizioni di alta umidità relativa. Di conseguenza nei giorni (e nelle notti) in cui vediamo scie formarsi in continuazione, se fossero davvero scie di condensa dovremmo pensare che stiamo partendo da condizioni di umidità relativa già alta e che quindi man mano che passa il tempo si arrivi a livelli di umidità relativa sempre più elevata, è come per lo zucchero, non si possono sciogliere 10 cucchiaini in una tazza di tè.

 

Fonti:

Articoli di Antonio e Rosario Marcianò curatori del sito www.tankerenemy.com

Articoli del biologo Dott. Giorgio Pattera

Articolo “Guida sintetica al riconoscimento delle caratteristiche delle scie di condensazione anomale” del meteorologo 1° M.llo ATG Domenico Azzone

Pubblicazioni del Dott. P. Zatta, CNR Istituto Tecnologie Biomediche, Unità Metalloproteine, Padova

Mark Purdey, Medical Hypothesis, 2004 “Cronic barium intoxication disrupts sulphated proteoglycan synthesis: a hyphotesis for the origins of multiple sclerosis”.

“Dossier Scie Chimiche” a cura del fisico Corrado Penna, curatore del sito “scienza marcia” http://scienzamarcia.altervista.org

Fonti: Analisi dei filamenti caduti nel novembre 2008 effettuate sui filamenti dal biologo Dott. Giorgio Pattera e dalla Dott.ssa Ilaria Alfieri.

G. Pattera “Scie nel cielo, paura sulla Terra” tratto da “Area di confine”, n° 32 maggio 2008 pagg. 50-58.

Articoli da “L’Unione Sarda” del 28-12-2006 e del 18-01-2007

Articoli da “La Repubblica” del 16-01-2007

Articoli dal “Gazzettino di Treviso” del 23-03-2007

Comunicato stampa “Codacons” del 16-12-2007

Articoli da “La Stampa” del 11-02-2009

Articoli dal “Corriere della Sera” del 19-02-2009

Intervista al Tenente Generale Fabio Mini, Radio Base, all’interno del programma Linea Diretta del 21 febbraio 2008

Documento “Weather as a multiplier force Owning the weather in 2025” della Marina Militare US (1996)

Articolo “Scie chimiche: Il segretario regionale dell’Adiconsum Giorgio Vargiu scrive a Napolitano” dal quotidiano “La Nuova Sardegna” del 13-06-2010

Accordo di collaborazione Italia-USA del 2003, denominato “Cooperazione Italia-Usa su Scienza e Tecnologia dei cambiamenti climatici” tratto dal sito http://www.scribd.com/doc/9381320/PianodettaglioAccordoItaliaUSAsulClima

Articoli della giornalista indipendente Carolin Williams Palit

Articolo da Il Messaggero del 25-06-2002

Articolo del Sunday World Tulsa, Oklahoma, del 10-12-1989

 

11/09/2012


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