ALZO ZERO 2014

 

Crimea: Chi ha violato il Diritto Internazionale?

 

di Claudio Moffa

Il 25 giugno 1991 la Slovenia proclamò la propria indipendenza dalla Federazione Jugoslava e l’Occidente si precipitò a riconoscerla, Germania e Vaticano in testa: eppure quella decisione proveniva non da un referendum popolare, ma da un semplice voto del Parlamento di Lubiana, e all’epoca rappresentò una palese violazione non solo della Costituzione titoista, ma anche della Carta di Helsinky, fondata come la maggior parte dei trattati ‘regionali’ postbellici (vedi le carte dell’OUA e dell’OSA) sulla saggia intangibilità unilaterale delle frontiere. 


Un quarto di secolo dopo è allo stesso tempo tragico e comico sentir dire alcuni politici nostrani che la Russia starebbe violando essa, e non i golpisti di Kiev, i principi di Helsinky, un trattato affossato proprio dalle trame espansionistiche (verso Est) dell’Europa postbipolare; ed è altrettanto comico e allo stesso tempo irritante leggere sul Corriere il solito trombone dell’oltranzismo occidentale, Bernard Henry Levy, discettare, mentendo, che non sarebbe possibile un paragone col Kosovo. Paragone invero azzeccatissimo, tranne che non si voglia fare un’altra distinzione che quella proposta dal filosofo israeliano: e cioè che mentre la secessione della Crimea è stata sancita da un referendum di popolo plebiscitario e festoso – come ci ricorda Riccardo Fogli in tour proprio in questi giorni da quelle parti – senza cioè alcun atto di violenza, la secessione di fatto del Kosovo da Belgrado fu conseguita grazie ai bombardamenti Nato, e al sostegno delle truppe di occupazione atlantiche all’avanzata delle bande albanesi che andavano occupando terre e abitazioni dei Serbi.


Da una parte la civiltà del popolo russo, dall’altra la barbarie di un Occidente ebbro di illusoria e ambigua perestroika gorbacioviana: quello stesso Occidente che proprio a partire dal 1991 – crisi jugoslava e prima guerra d’Iraq – ha dato il via alla crisi verticale del Diritto internazionale postbellico, grazie al principio di cosiddetta ‘ingerenza umanitaria’ e ai connessi nuovi istituti giuridico-internazionalisti (no fly zone, protezione dei civili e delle minoranze, tribunali penali con potere di arresto e condanna di capi di stato e interi governi - Ruanda, Liberia, Jugoslavia, Sierra Leone), tutti finalizzati alla messa in sordina e alla distruzione del principio cardine della Carta di San Francisco, e cioè la sovranità e l’integrità degli Stati membri della Nazioni Unite. 


Certo, da questo punto di vista si possono trovare difetti in alcuni comportamenti di Mosca durante la crisi ucraina, ma essi non solo sono stati una reazione legittima al golpe di Kiev, non solo sono nulla rispetto ai delitti compiuti nell’ultimo quarto di secolo, in tutti gli scacchieri di crisi, dagli anglo-americani e dai loro seguaci in Europa e in Medio Oriente, ma inoltre e soprattutto sono stati atti necessari per ristabilire un equilibrio di forze nelle relazioni internazionali, equilibrio che dai tempi di Grotius è il fondamento ineludibile, la base ‘strutturale’ di ogni vero Diritto internazionale. L’alternativa sarebbe solo la legge della giungla. 


Putin da questo punto di vista si riconferma un grande, coerente col suo discorso di Monaco del 2007 – basta col monopolarismo, ci vuole una gestione multipolare del pianeta – e con la sua linea di fermezza e di pace, come quando bloccò il cowboy Kerry e il debole Obama nei loro tentativi pazzeschi di scatenare la guerra contro la Siria. La crisi siriana è rientrata, adesso tocca alla Crimea.

 

18/03/2014


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