ALZO ZERO 2014

 

É la svolta? Se Obama si allea con la Siria, la strategia del caos di Israele - che è dietro Isis e curdi, e che continua le sue provocazioni contro l’Iran - potrebbe finalmente entrare in crisi
 

di Claudio Moffa

 

Un deja-vu inquietante: Israele dietro i Curdi e l’Isis, in guerra tra loro. I precedenti ci sono: in una delle tante guerre civili africane, Congo Brazzaville anni 90, gli israeliani si trovarono a sostenere entrambe i fronti, tanto che dopo la protesta delle madri dei ragazzi in guerra gli uni contro gli altri, la stampa denunciò lo scandalo.

 

Anche la strategia della tensione italiana ha visto il Mossad usare a piacere destra e sinistra, purché fosse caos: a Piazza Fontana 1969, l’ombra di Ordine Nuovo, fascistissima organizzazione legata ai servizi israeliani; alla Questura di Milano 1973, l’ anarchico Bertoli, fresco fresco di un viaggetto in un kibbutz israeliano, fatto che venne probabilmente scoperto dal commissario Calabresi, poi “sfortunatamente” assassinato; e nel caso Moro - dopo l’arresto di Franceschini e Curcio, che contattati dai servizi israeliani li avevano mandati a quel paese - ecco spuntare il “compagno Moretti”, quello della stella a sei punte del sequestro Mincuzzi e di tante altre cose puntigliosamente vagliate dalla Commissione stragi di Giovanni Pellegrino.

 

Anche così venne ucciso Moro, il filoarabo odiato da Kissinger e dai banchieri della FED per i suoi pericolosi biglietti di stato a corso legale.

Ma precedenti di cosa, e perché precedenti? Perché quello che sta accadendo in Ucraina – una crisi iniziata con il colpo di stato di Kiev, rivendicato durante la mattanza di Gaza da George Soros, e che ha paralizzato Putin – e in Medio Oriente – le bombe sull’Isis e le armi ai curdi, entrambi sostenuti da Israele – ripete i vecchi scenari appena accennati: da una parte la convergenza tra il sionismo a-territoriale della grande finanza transnazionale “cosmopolita”, e il sionismo territoriale dello Stato d’Israele; dall’altra una guerra civil-religiosa in Iraq alimentata, alle spalle di due dei tre contendenti (Isis e Curdi, conflittuali tra loro e col governo di Bagdad), da una stessa mano, Israele: l’indipendenza curda è stata rivendicata apertamente da Netanyahu il 29 giugno scorso; e l’ISIS, fondato ufficialmente nelle stesse ore, è ormai chiaramente una vera e propria pedina dello Stato ebraico, come denunciato da Teheran (“Al Baghdadi è in realtà un ebreo, agente del Mossad”), e come confermato più o meno direttamente da Snowden e da Hillary Clinton, che nel partito democratico e nell’Amministrazione Obama ha sempre rappresentato l’ala più sensibile a Tel Aviv. L’eventuale presenza all’interno del ‘califfato’ di residui della resistenza baathista all’invasione angloamericana, non conta, evoca al massimo quel fenomeno tipico che colpisce i vinti dalla Storia e che alla Storia cercano di reagire finendo dall’altra parte. Il linguaggio dell’ISIS, sigla franchising o no, non ha nulla di quello del Partito Baath iracheno: è invece lo stesso linguaggio truculento di Al Qaeda, altra organizzazione creata durante la guerra sovietica in Afghanistan con il concorso di Cia e Mossad. Un odio stragista contro tutto il mondo occidentale, i cui obbiettivi prediletti, più che gli eserciti occupanti territori invasi in nome di ‘missioni di pace’, sono civili innocenti. Come a New York, a Madrid, a Londra.

Un dejavu positivo
Inquietante deja-vu, dunque, il triangolo Israele-Curdi-Isis. Ma qual è stata la reazione di Obama? L’intervento in Iraq sul caso degli Yazidi, è potuto sembrare un ritorno al passato, nonostante le dichiarazione del suo carattere mirato e circoscritto alle armate di Al Baghdadi. Ma l’annuncio di un possibile prolungamento dell’assalto all’Isis in territorio siriano è una svolta nel senso opposto, coerente e non contraddittoria con il no di Obama all’intervento in Siria nell’estate dello scorso anno. Un po’ ripetendo il tentativo di Bush all’indomani dell’11 settembre di dar vita a una ‘grande alleanza contro il terrorismo’ (un’alleanza inclusiva anche della Siria e del Sudan), Obama infatti adesso interverrebbe non contro il regime di Damasco, come preteso da Kerry nell’estate 2013, ma contro i terroristi anticristiani che assediano Assad, il quale non a caso si è dichiarato disponibile a un coordinamento con Washington per le operazioni militari.


Una opzione in fieri quella del presidente americano, che rischia però di fallire come quella del suo precedessore. Gli ostacoli infatti sono molti, nell’immediato e in prospettiva, negli Stati Uniti e fuori: all’interno la Israel Lobby nel Congresso, al quale il Presidente americano ha chiesto di poter procedere per un intervento in Siria, lavorerà probabilmente al sabotaggio, anche se la lettera sul New York Times di 300 “sopravvissuti all’Olocausto” che condannano duramente le stragi di palestinesi, è un segnale che potrebbe convincere una parte dei lobbisti a approvare la proposta di Obama. Ma anche se andasse in porto la proposta del Capo della Casa Bianca, gli ostacoli non cesseranno, come già accaduto in Libia: dalla guerra del 2011 il presidente USA si defilò presto, non partecipando già ai primi di aprile ai raid della Nato voluti da Sarkozy, tanto che Gheddafi gli scrisse una lettera elogiando “il ritiro degli USA dalla cociata colonialista contro la Libia” (fonte Affaritaliani.it, 6 aprile). Ma fu un drone americano a individuare Gheddafi in fuga e a dare la stura al linciaggio del leader libico da parte dei Misuratini – una città forte di una orgogliosa comunità ebraica, come ricordò in quei giorni la Stampa – il che significava che la coraggiosa ritirata di Obama era stata osteggiata dentro il Pentagono e forse il Dipartimento di Stato, tra le maglie di un imprecisato ‘supporto logistico” da mantenere attivo. Non si capirà mai nulla della politica estera americana, se si parte da una lettura monolitica dell’establishment USA, diretto da un Presidente onnipotente: non è così, non è mai stato così, almeno fin dai tempi di Kennedy.

Ma gli ostacoli vengono anche dall’Europa, i cui leaders - sotto il ricatto di una costante pressione economica e finanziaria che, anche se solo casualmente coincidente, risulta nei fatti parte integrante del progetto bellicista - o tacciono o si muovono su obbiettivi fumosi e distorti che non colgono la gravità della situazione e in particolare la forte presenza israeliana nell’ attuale crisi irachena. Renzi ha deciso di dare armi anche ai curdi, e Cameron ha operativamente imboccato la stessa strada, inviando secondo quanto ha scritto il Daily-Mail on Sunday una “notevole forza” (Sas e SRR) in Iraq e Siria per “catturare estremisti” (operazione che rischia di essere solo mediatica simbolica, perché la cattura di singoli terroristi risolve ben poco) raggiungendo in particolare in Iraq “unità irachene e curde” per sostenerne la resistenza alle armate di Al Baghdadi. Anche in Siria Cameron appoggerà i Curdi, in lotta contro Assad? E’ questa una opzione che aiuta la strategia della pace?

La complessità della questione Curdistan: la secessione non è l’unico modo di garantire i diritti identitari dei peshmerga. In realtà le armi ai curdi rappresentano da una parte una rottura storica – Cia e Mossad hanno fin dagli anni 60 sostenuto i curdi, ma la consegna delle armi seguiva le modalità semiclandestine della guerra fredda (a ciascun blocco la sua guerriglia) e non costituivano un riconoscimento formale del secessionismo - e nello stesso tempo un grave attacco non solo al governo di Bagdad, ma anche alla Siria, già sconvolta da attacchi terroristici manovrati dall’oltranzismo occidentale, e all’Iran e alla Turchia, paesi il primo infiltrato oggi da un drone israeliano abbattuto dalla contraerea iraniana, e la seconda sede, anche prima della vittoria di Erdogan, di un interessante processo di pacificazione tra curdi e governo centrale. Tutte situazioni, adesso, pronte ad esplodere se non si ha chiarezza sul punto focale: che bisogna trattare con, ma anche difendere gli Stati della regione dai processi di destabilizzazione interni (una destabilizzazione armata e disgregatrice, altra cosa dal sacrosanto diritto di manifestare la propria opinione) e non inseguire sul loro terreno le trame del burrattinai del ‘terrorismo islamico’. Di questa coscienza solo la Casa Bianca sembra aver dato sin qui un mero segnale positivo.

In Europa invece ci si muove diversamente: si pretende, in questo caso alla stessa stregua di Washington, che i russi dell’Ucraina orientale non abbiano il diritto di ribellarsi al golpista Poroshenko, e di riannettersi a uno Stato russo esistente da un quarto di secolo – senza contare peraltro il passato sovietico e zarista – ma che nello stesso tempo tale diritto secessionista debba per forza di cose essere applicato a una complessa regione geopolitica che coinvolge ormai cinque Stati – non solo i quattro comprensivi di minoranze curde, ma ormai anche Israele – operando a vantaggio solo di quest’ultimo, peraltro protetto nello specifico scacchiere palestinese dal silenzio e dall’inazione giuridica e politica dell’ONU e della diplomazia euroamericana.


Questa via rischia di provocare altre scintille nella direzione della guerra mondiale: esistono molti modi di risolvere i diritti identitari delle minoranze nei paesi multietnici, altri che quella retorica delle minoranze che i paesi europei sconvolti dall’immigrazione selvaggia conoscono bene, e che l’Italia ad esempio ha sempre conosciuto (ma risolvendo il problema in modo positivo) nelle regioni di confine settentrionali. Il discorso sarebbe lungo,rimanderei a chi interessa a un mio vecchio saggio su Limes (“Popoli senza stato e ideologi senza cervello”) e ad altri miei scritti sulla “questione nazionale” e la sua proiezione giuridica, il “diritto di autodecisione dei popli”.


Resta il fatto che la soluzione alla crisi irachena non può consistere nel gettare altro fuoco alla benzina dell’Isis, sostenendone i ‘cugini geopolitici”, i peshmerga. L’opzione solo annunciata di Obama – fatte salve tutte le citate incognite della sua concreta applicazione – è quella corretta, e per una volta non sarebbe male che l’Europa seguisse l’alleato d’oltreatlantico, cambiando direzione almeno nello scacchiere siriano.

Ma in caso di dissenso tra Washington e Tel Aviv, l’Europa troverà il coraggio di scegliere? O preferirà non pronunciarsi e magari seguire la tendenza peggiore? Se si parte dagli interessi geopolitici dell’Europa e dell’Italia in particolare – anche senza riandare alla memoria storica di due grandi, De Gaulle e Mattei – e inoltre, dalla coscienza di sé non come suddito altrui, ma come Stato o unione di Stati autonomi e sovrani, la risposta è facile. Ma qui torniamo al punto di partenza: il nodo israelo-palestinese, la questione cioè di un piccolo Stato protetto dalla grande finanza mondiale, che fomenta zizzania tra i Popoli e tra gli Stati, e si mostra capace di tenere al suo guinzaglio le grandi potenze occidentali, fino al punto che diventa un tabù per politici e giornalisti del ‘mondo libero’, il mero racconto dei fatti : il fatto che Israele è dietro Curdi e Isis; il fatto che il golpe ucraino è targato George Soros e ha favorito, inchiodando la Russia, la strage di ormai più 2000 palestinesi, il fatto che la svolta di cui parlano oggi alcune testate, non è affatto della Siria – demonizzata e infangata da una campagna mediatica e diplomatica infame, mentre combatte eroicamente in difesa anche dei cristiani contro il terrorismo sedicente islamico ma che islamico non è – ma di Obama. Il fatto, in conclusione, che è Israele che spinge alla III guerra mondiale e non, questa volta almeno, gli Stati Uniti, secondo un facile clichetantiamericanista, alibi diffuso non solo sui grandi media ma anche in rete, per non rischiare gli anatemi dell'antisemitismo e dell'ostracismo professionale.
 

27/08/2014


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