ALZO ZERO 2017 

 

Libano: Chi di complotto ferisce di complotto...

 

di Dagoberto Husayn Bellucci

 

Che succede a Beirut? Dopo mesi di assoluto silenzio il Libano torna sulle prime pagine della politica mondiale grazie al suo primo ministro, Saad Hariri, responsabile di quanto potrà accadere nel martoriato paese dei cedri.

 

Vediamo di ricapitolare perché, vista dall'esterno, questa ennesima crisi di governo libanese rasenta i limiti della demenza.

 

Lo scorso 4 novembre Hariri in visita ufficiale a Riad, capitale saudita, è intervenuto con una dichiarazione alla tv panaraba «Al Arabiya» con la quale annunciava al mondo le sue dimissioni. É chiaro che il luogo ed il modo utilizzato dal premier libanese per comunicare la sua decisione siano apparsi subito sospetti e, come minimo, strani rispetto alle normali prassi politico-istituzionali dell'intero Vicino Oriente dove i blitz militari, le crisi ed i colpi di Stato si susseguono come prassi comune oramai da settant'anni più o meno come leit-motiv all'ordine del giorno. Se proprio non è prassi sicuramente non è neanche un evento straordinario per un'area tanto instabile e contesa da sempre al centro dei war-games e delle strategie contrapposte della politica mondiale.

 

Ma un primo ministro che in visita ufficiale in un altro paese comunichi così le sue dimissioni ancora non si era mai visto neanche da queste parti.

 

Ora i segnali che qualcosa non quadrasse all'interno dell'esecutivo libanese guidato da Hariri con la partecipazione di Hizb'Allah era chiaro fin dal viaggio italiano dello stesso premier di alcune settimane or sono: le dichiarazioni rilasciate in una intervista al quotidiano romano «La Repubblica» erano inequivocabili. Hariri aveva dichiarato di sentirsi in pericolo, che qualcuno complottava contro la sua vita e - neanche troppo velatamente - aveva puntato l'indice proprio contro il movimento sciita filo-iraniano ed i suoi referenti a Teheran.

 

Considerando il clima ancora piuttosto incandescente nella vicina Siria e nel nord dell'Iraq (dove si continua a combattere le ultime sacche di resistenza dell'autoproclamato «stato islamico») prima di parlare e accusare qualcuno Hariri avrebbe fatto meglio a preoccuparsi delle implicazioni e conseguenze che una simile dichiarazione di ostilità avrebbero causato.

 

Hariri dalla capitale saudita ha parlato di un complotto pilotato dall'Iran contro di lui. 

 

Prove al riguardo non ne ha fornite. Solo chiacchiere. 

 

«Il mio sesto senso mi dice che alcuni mi vogliono morto. - ha dichiarato il premier ad Al Arabiya - C'é un clima molto simile a quello che precedette l'assassinio di mio padre il 14 febbraio 2005. Non permetteremo che il Libano diventi l'innesco dell'insicurezza regionale. Le mani dell'Iran dagli affari del mondo arabo verranno recise»

 

Parole chiare, parole forti. Ma pur sempre parole....perché di fatti nemmeno l'ombra. E non potevano destare maggior insicurezza politica nella capitale libanese e nei quattro angoli del Vicino Oriente se pronunciate dalla capitale saudita dove - come hanno osservato molti giornalisti e addetti ai lavori - Hariri ha pronunciato un discorso che sembrava scritto da altri, senza inflessioni «dialettali», chiamiamole così, libanesi, nell'arabo classico parlato nel Golfo quasi che qualcuno abbia dettato e vergato per lui quanto si voleva che dicesse... Un avvertimento? un monito? Ma per chi? E per cosa soprattutto?

 

Visto che quello che di norma accade in Libano è sempre una spia per le tensioni che si registrano quasi come tsunami nel resto del mondo arabo sarebbe bene prendere sul serio i «moniti» di Hariri senza enfatizzarne la portata ma neanche sottovalutarne le possibili conseguenze.

 

Anche perché l'Arabia Saudita, possibile regista dell'intera operazione, interveniva neanche ventiquattr'ore più tardi con dichiarazioni altrettanto «incendiarie» accusando Teheran di un po' tutto quello che sta accadendo nel Vicino Oriente sostenendo responsabilità tutte da provare nel presunto «complotto» per destabilizzare il Libano ed eliminare il suo primo ministro.

 

Cosa ci guadagnerebbero poi gli iraniani a eliminare Hariri è tutto da capire considerando che i loro «alleati» di Hizb'Allah ed 'Amal (i due partiti sciiti di Beirut) siedono al governo fianco a fianco dei ministri della Corrente Futura, il partito sunnita del premier dimissionario.

 

Riad ha accusato inoltre Teheran di una sempre più netta interferenza nei delicati equilibri geopolitici del Golfo in particolare di sostenere i ribelli sciiti dello Yemen. Niente di nuovo considerando che sono oramai quasi 39 anni che la principale monarchia del Golfo e la più importante potenza sunnita regionale - sia religiosamente, sia politicamente ed economicamente - scarica le proprie contraddizioni interne ed i suoi strali contro la Repubblica Islamica dell'Iran.

 

Di nuovo ci sono soprattutto due avvenimenti: lo strumentale utilizzo di un premier straniero, «ospite» (così si dice) a Riad, per calunniare a destra e a manca Teheran ed i suoi alleati e soprattutto il rimescolamento delle carte all'interno della casa regnante dei Saud dove sta emergendo sempre più nitidamente la figura dell'erede al trono, il principe Mohammad bin Salman, vero regista della politica estera saudita.

 

Dopo le accuse, reiterate anche durante la recente campagna presidenziale americana da ambedue i candidati, piovute contro Riad di sostegno al terrorismo internazionale di matrice al-qaedista/salafita; dopo aver perso influenza e terreno nel conflitto siriano la strategia saudita, ringalluzzita forse dal viaggio e dalle parole con le quali il Presidente USA Trump ha ribadito qualche mese or sono il ruolo di principale alleato degli Stati Uniti ai petrolmonarchi del Golfo, comincia a delinearsi in tutta la sua ampiezza ed estensione coinvolgendo, indirettamente e senza mai nominarlo, «Israele» e facendo presagire futuri apocalittici scenari bellici estesi a tutto il Vicino Oriente.

 

Infine da Riad è giunto l'invito ai propri connazionali di abbandonare il Libano quanto prima. 

 

Intanto un risultato i sauditi sembrano averlo portato a casa: la destabilizzazione politica nel Libano che senza il suo premier si ritrova con un pericoloso vuoto di potere che potrebbe preludere ad una vera e propria crisi. In Libano quando si parla di crisi si è soliti pensare al sanguinoso conflitto civile che insanguinò per quindici anni (1975-1990) il paese dei cedri provocando lutti e lasciando rovine. E nessuno, neanche il più fanatico ed estremista dei libanesi vorrebbe ripiombare lo Stato in questo autentico scenario apocalittico...anche perché nessuno vorrebbe assumersene, un domani, una così grande responsabilità.

 

Gli israeliani, dal canto loro, seguono silenti questo teatrino in salsa libanese...

 

Immediate le reazioni da Beirut dove Hizb'Allah ha tuonato per bocca del suo Segretario Generale, Sayyed Hassan Nasrallah, che ha accusato Riad di tenere prigioniero Hariri, ne ha richiesto l'immediato rientro in patria e ha sostenuto la piena legittimità dell'esecutivo in carica.

 

Quanto sta accadendo tra Riad e Beirut apre invece scenari inquietanti in prospettiva: le strategie destabilizzanti messe in atto dalla monarchia saudita rischiano di precipitare l'intero Vicino Oriente in un caos generalizzato, ed i sauditi ne sono coscienti avendo per anni fatto da pompieri proprio nella delicata situazione interna libanese. Quando il Libano singhiozza di norma l'intero mondo arabo rischia la febbre e qui si sta avvicinando paurosamente una bella broncopolmonite se Riad non rivedrà la sua attuale linea in politica estera. 

 

Una linea che sembra dichiaratamente ostile all'asse sciita Teheran-Baghdad-Damasco-Beirut dettata più dalla frustrazione di vedersi progressivamente escludere dalle capitali arabe determinanti gli assetti di potere ed il balance of power regionale.

 

Esclusi in Iraq dopo la caduta del regime ba'athista e 14 anni di occupazione statunitense i sauditi hanno manovrato nell'ombra le forze criminali delle diverse sigle terroristiche che da sei anni hanno provocato il caos siriano, sostenendo - assieme a Bahrein, Qatar, Kuwait e Emirati Arabi - neanche troppo velatamente la nascita del «mostro» Isis ed il suo radicamento tra Siria ed Iraq.

 

Il principe Mohammad bin Salman, regista delle strategie estere di Riad, appare l'uomo emergente della politica saudita: ha accusato più volte Teheran di intromissioni nella regione del Golfo particolarmente per quanto riguarda la delicatissima situazione yemenita.

 

Nel contesto della crisi yemenita Riad fin dal 2015 ha sostenuto militarmente l'allora Presidente in carica Mansur Hadi e la repressione attuata contro i ribelli sciiti houti sostenuti dall'ex Presidente Alì Abdullah Saleh e appoggiati in modo informale da Teheran.

 

Già nel 2011 in occasione dell'ondata di proteste e manifestazioni di piazza che sconvolsero l'intero mondo arabo e furono, forse un po' troppo pomposamente, ribattezzate come «primavere arabe» l'Arabia Saudita era intervenuta assieme ai suoi alleati del Consiglio di Cooperazione del Golfo per neutralizzare una rivolta sciita nel Bahrein.

 

Nel confinante Yemen Riad ha preso duramente di mira l'analoga ribellione degli houti. E non tralasciando l'ipocrisia con cui l'Arabia Saudita ha gestito la crisi siriana dove finanziamenti e armamenti sono giunti dalla capitale saudita a decine di organizzazioni terroristiche della autoproclamatasi opposizione democratica siriana che di democratico non aveva alcunché e tantomeno di siriano essendo rappresentata da tutta quella miriade di gruppuscoli terroristici in lotta spesso tra loro di matrice integralista salafita-al qaedista.

 

Un analogo segnale fu, alcuni mesi or sono, l'isolamento del Qatar voluto da Riad per «punire» i cugini meno allineati del Golfo.

 

Questa fino ad oggi la strategia estera di Riad. Con la mossa delle dimissioni di Hariri la casa regnante saudita sembra intenzionata invece ad alzare la posta e giocare «sporco» (come d'altronde ha sempre fatto): mettere in discussione gli equilibri a Beirut potrebbe risultare una scelta pericolosissima, un rischio per niente calcolato di cui domani qualcuno dovrà rispondere. 

 

Aprire un vuoto di potere nel paese dei cedri significa incendiare l'intera regione vicino-orientale perché il Libano è tradizionalmente un paese-perno degli assetti e delle strategie regionali, per chiunque troppo importanti da mantenere stabili. 

 

La destabilizzazione del Libano rappresenterebbe un autentico terremoto geopolitico dalle dimensioni e conseguenze irrimediabili, ben più devastante del terremoto naturale che ha colpito in queste ore il confine tra Iraq ed Iran provocando almeno trecento vittime e migliaia di feriti.... 

 

Proseguiranno i sauditi questa sciagurata politica estera volta a scoperchiare i diversi vasi di Pandora del Vicino Oriente?

 

A Beirut nessuno vuole pensare a questa ipotesi, si attende il rientro già annunciato del premier Hariri in patria, si lanciano appelli all'unità nazionale. 

 

Complotti? Occorre fare attenzione prima di metterne in piedi uno funzionale e operativo, Riad dovrebbe meditare bene fin dove accelerare perché ... chi di complotto ferisce...

  

15/11/2017


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