ALZO ZERO 2017 

 

L'asse sciita proclama la vittoria contro i tagliagole del califfato nero dell'ISIS

 

di Dagoberto Husayn Bellucci

 

«Il male supremo del mondo é Satana, ma Satana inganna e seduce solamente. Gli Stati Uniti, oltre a questo, uccidono, impongono sanzioni, ingannano e praticano l'ipocrisia»

(dal discorso dell'Ayatollah Sayyed Alì al Khamine'ì. Guida Suprema della Rivoluzione Islamica - 15 Settembre 2015)

 

Una conferenza stampa ed un vertice trilaterale tra Russia, Turchia ed Iran - tre colossi eurasiatici la cui intesa non potrà che avallare politiche di cooperazione e sviluppo per l'intero Vicino Oriente e, in prospettiva, per un rilancio economico continentale - hanno segnato l'agenda della settimana politica internazionale.

 

Lo scorso 22 novembre in un clima di evidente reciproca soddisfazione si è svolto l'incontro di Sochi, in Russia, tra i Capi di Stato di tre delle nazioni più importanti, influenti (politicamente, economicamente e militarmente) e dinamiche di quel perimetro geostrategico denominato «la Grande Scacchiera» eurasiatica da molti statisti e studiosi di questioni di politica mondiale ritenuto vitale rispetto a quelli che saranno sviluppi ed evoluzioni della situazione internazionale.

 

La Russia di Vladimir Putin, la Turchia di Recep Erdogan e l'Iran di Hassan Rouhani si sono così ritrovate attorno allo stesso tavolo per discutere gli sviluppi, disegnare un futuro ed elaborare un programma generale per la rinascita della Siria.

 

Secondo il leader russo gli sviluppi della situazione bellica sul terreno promettono una rapida scomparsa delle formazioni terroristiche ed una altrettanto celere soluzione negoziale per gli assetti futuri della Repubblica Araba Siriana. Putin ha sottolineato la necessità e l'efficacia della collaborazione con Teheran e Ankara per giungere ad una pacificazione della Siria sostenendo come l'intervento militare russo al fianco delle truppe lealiste fedeli al Governo di Bashar al Assad sia servito per evitare un crollo ed una dannosissima divisione etnica o confessionale del paese, centrale nelle strategie mediorientali di Mosca.

 

Alleata di ferro fin dai primi anni Settanta di Damasco la Russia secondo Putin ha scongiurato un disastro umanitario ancora peggiore intervenendo militarmente e sostenendo un coordinamento con l'Iran e le milizie sciite libanesi di Hizb'Allah, attive nel conflitto siriano fin dall'autunno 2011.

 

Le proposte per aprire definitivamente un processo di pacificazione nella martoriata Siria sono così giunte dal trilaterale di Sochi che ha riunito tre potenze eurasiatiche interessate a ri-equilibrare i rapporti di forza nel «Great Game» che si sta consumando da oramai venticinque anni sulla «Grande Scacchiera» e che vede contrapposte all'imperialismo della talassocrazia statunitense quegli Stati che ritengono un pericolo la visione unilaterale americanocentrica delle diverse amministrazioni U.S.A. succedutesi dall'epoca di Bush senior fino ai nostri giorni alla guida della superpotenza a stelle e strisce.

 

La Russia di Putin innanzitutto, da tempo in aperta crisi con l'establishment di Washington (crisi e conflitto in Georgia, contrasti in Europa per l'espansione dell'Alleanza Atlantica verso Est, scontro sull'adesione dell'Ucraina all'Unione Europea, interessi conflittuali nelle aree geoeconomiche del Mar Nero e del Caspio), ma anche la Turchia di Erdogan (che dall'estate dello scorso anno non perde occasione per accusare Washington di responsabilità dirette nel tentativo golpista che ha portato ad un rapidissimo raffreddamento delle relazioni bilaterali con gli USA e a quelle con l'Unione Europea accusata di interferenze nella politica interna di Ankara) e ovviamente la Repubblica Islamica dell'Iran (storicamente il nodo «dolente» da quasi quarant'anni - esattamente dal febbraio 1979 in cui trionfarono le forze rivoluzionarie islamiche guidate dall'Imam Khomeini - dell'intera politica estera statunitense) che continua a riconoscere nell'America (sia essa sotto amministrazione democratica o repubblicana, siano i suoi presidenti «progressisti» o «conservatori», di sinistra o di destra) nient'altro che «il Grande Satana», il grande corruttore e manipolatore, responsabile dei disastri della politica internazionale.

 

Putin ha così promosso la creazione ex novo di un processo di pace per la Siria che si fondi sui seguenti punti programmatici:

 

·  la costituzione di un Congresso internazionale di pace tra il governo centrale di Bashar al Assad e tutte le organizzazioni politiche del cosiddetto «fronte dell'opposizione siriana». Questo Congresso avrebbe l'imprimatur russo, si dovrebbe svolgere a Mosca e vedrebbe la presenza delle principali nazioni coinvolte nel conflitto civile siriano;

·  la stesura di una nuova Carta costituzionale per la Repubblica Araba Siriana ipotesi contemplata nel recente vertice bilaterale russo-siriano tra lo stesso Putin ed il suo omologo siriano Assad;

·  nuove e libere elezioni delle quali Mosca lascerebbe data e modalità alla supervisione delle Nazioni Unite;

 

Il programma di pacificazione russo rappresenta la sola possibilità di uscita da quasi sette anni di conflitto che in Siria ha provocato, dal marzo 2011 ad oggi, la morte di oltre quattrocentomila persone e l'emigrazione forzata di almeno tre milioni di siriani costretti a cercare rifugio nei paesi confinanti o in Europa.

 

Questa proposta è anche la sola plausibile che, di fatto, sembra ratificare gli equilibri maturati sul campo nel conflitto che ha visto opposte le diverse formazioni terroristiche della galassia islamista salafita-wahabita (sostenuta da Arabia Saudita e paesi del Golfo con non certo disinteressate intromissioni sioniste-statunitensi al lato di questo o quel movimento «jihadista») al legittimo governo ba'athista nazional-socialista di Assad al fianco del quale sono andati schierandosi Hizb'Allah, l'Iran e la Russia.

 

Mentre Putin dichiarava il suo programma per rilanciare i negoziati di pace (avviati stancamente lo scorso gennaio ad Astana in Kazakhistan ma mai realmente decollati per i troppi veti incrociati posti dalle diverse delegazioni) a Riad in Arabia Saudita si riunivano i rappresentanti della cosiddetta «opposizionale nazionale» siriana ai quali spetterà decidere come e quando rispondere all'invito russo e porre così definitivamente la parola fine al conflitto siriano.

 

Conflitto del quale ha parlato anche il Presidente iraniano Hassan Rouhani il quale ha proclamato la definitiva sconfitta del sedicente «califfato nero» dei tagliagole dell'ISIS i quali, dopo la riconquista di Raqqa - autoproclamata «capitale» da «Daesh» nel nord-est della Siria - sembrano in rotta su tutti i fronti e destinati ad una rapida scomparsa.

 

Eliminato l'incubo islamista da Siria ed Irak la Repubblica Islamica dell'Iran vuole giocare la sua parte, e far valere tutta la sua influenza, nel dopoguerra siriano. Anche per questo motivo la teocrazia sciita conta sulla favorevole accoglienza politica delle sue proposte da parte della Turchia sunnita di Erdogan il quale, dopo sei anni di netta chiusura verso Damasco, sembra intenzionato a sostenere le proposte russo-iraniane allineandosi de facto al fronte sciita uscito nettamente vincitore dal conflitto siriano.

 

In prospettiva sarà interessante capire come risponderà e quali saranno le prossime mosse dell'amministrazione americana, considerando che Trump ha deciso, fin dallo scorso giugno, di puntare tutte le sue carte sui tradizionali alleati degli USA nella regione (Arabia Saudita e entità sionista alias «Israele») rilanciando le desuete accuse contro la Repubblica Islamica iraniana di fomentare il terrorismo internazionale e accusando Teheran praticamente di rappresentare né più né meno che una sorta di centrale del male mondiale. E questo, Trump, lo ha fatto parlando da Riad e Tel Aviv alias le due capitali del crimine organizzato che indisturbato serpeggia per tutto il mondo arabo e islamico fomentando divisioni etniche e confessionali, sedizione, tensioni e caos generalizzato.

 

28/11/2017


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