NOTIZIE 2011

 

LA MORTE DI GHEDDAFI – LA FINE DI UN’EPOCA

 

di Dagoberto Bellucci

 

 

La notizia della morte del Colonnello Muhammar Gheddafi , signore indiscusso per quarantadue anni della Libia – trasformata con il denaro del petrolio in un moderno paese (sicuramente il più avanzato di tutta la sponda del Nord Africa per tecnologia e con aperture al turismo occidentale che, almeno negli ultimi vent’anni, l’avevano resa meta di primo piano per le vestigia romane di Leptis Magna e di altre zone dell’interno e della costa) e in una nazione autosufficiente capace di poter dialogare alla pari con l’Europa senza piegarsi ai diktat della plutocrazia mondiale – sembra chiudere definitivamente un’epoca per quanto riguarda il mondo arabo e islamico.

 

L’epoca dei grandi leader’s storici che, a partire dagli anni Sessanta, hanno contraddistinto l’area che, dal Maghreb al Vicino Oriente, ha visto fiorire le ideologie rivoluzionarie del socialismo nazionale arabo, del marx-islamismo dei gruppi palestinesi, del panarabismo nasseriano.

 

Gheddafi ha incarnato in Libia per un ventennio almeno (dal 1969 , anno della presa del potere a Tripoli, fino alla metà degli anni Ottanta) la rivoluzione.

 

La sua rivoluzione era araba. I suoi riferimenti dottrinali provenivano in massima parte da un ibrido connubio tra religione islamica e ideali socialisti e nazionali di indipendenza, univa Corano e idea nazionale sognando la riscossa di tutto il mondo arabo contro l’Imperialismo statunitense e il Sionismo.

 

Con Gheddafi, piaccia o dispiaccia, muore l’ultimo leader di una stagione, quella dei Settanta-Ottanta del secolo scorso, contraddistinta dalle ultime guerre arabo-israeliane, dal terrorismo palestinese che colpiva, cercando di ribattere colpo su colpo le azioni terroriste del Mossad israeliano, gli aerei di linea in Europa e in tutto il Mediterraneo; l’epoca dei grandi personaggi che hanno cercato di rappresentare l’anima, guerrigliera e rivoluzionaria, del nazionalismo arabo; l’epoca del conflitto civile libanese e della rivoluzione islamica iraniana, del Ba’ath stabilmente al potere a Damasco e a Baghdad, del conflitto Irak-Iran e dell’invasione sovietica dell’Afghanistan che avrebbe rapidamente portato, di lì a pochi anni, al collasso dell’URSS ed alla fine della cosiddetta “Guerra Fredda” tra Occidente capitalista ed Oriente comunista.

 

Un’epoca storica nella quale il mondo arabo-islamico era in piena ebollizione, fermenti rivoluzionari da Tripoli al Cairo, da Baghdad a Damasco con l’avvento a Teheran di un movimento rivoluzionario islamico che avrebbe costituito di lì a poco, sotto la guida sapiente del compianto Imam Khomeini (che Dio lo abbia in gloria), una Repubblica Islamica supremo referente e baluardo del fronte rivoluzionario internazionale contro l’Imperialismo, il Sionismo e il Mondialismo.

 

Se oggi a Teheran si organizzano conferenze internazionali di revisionismo storico sull’annosa questione del presunto ‘olocausto’ evidentemente qualcosa vorrà pur significare…

 

Il XXI.mo secolo si era aperto con la morte improvvisa del vecchio Leone di Damasco, Hafez el Assad, che aveva condotto la Siria per un trentennio traghettandola sapientemente nelle intemperie del Vicino Oriente.

Dopo la scomparsa di Assad (2000) sarà la volta di Yasser Arafat ( ‘Mr. Palestine’ come amavano definirlo i media di mezzo pianeta) – che di fatto ha rappresentato l’unità nazionale palestinese indipendentemente da quelli che furono i suoi numerosi errori strategici a cominciare dagli accordi di Oslo con i quali verrà accusato, non a torto, di aver svenduto la causa nazionale palestinese sull’altare della real-politik mondiale accettando di prendere parte a quella farsa del processo di pace che si rivelerà ben presto nient’altro che una mera illusione ed una trappola con la quale sionisti e americani avrebbero blindato le speranze di libertà e indipendenza di un intero popolo e disintegrato gli ardori rivoluzionari dell’ala laica dei movimenti nazionalisti e patriottici palestinesi – ; un leader amato e insieme detestato da molti ma che, comunque, ha rappresentato l’anima laica del nazionalismo palestinese per oltre quarant’anni portando all’attenzione mondiale il dramma di un popolo al quale era stata confiscata manu militari la propria terra; un popolo espulso sotto l’urto delle baionette e del piombo sionista da quella che era la propria nazione; un popolo costretto a mendicare solidarietà inter-araba dalle coste del nord-Africa agli Emirati del Golfo…

 

I palestinesi saranno dal 1948 il popolo-nomade per eccellenza del mondo arabo senza per questo dimenticare l’antica promessa: prima o dopo ritorneremo.

 

Arafat sarà l’anima di questa resistenza disperata che dalle legioni kataeb del primo conflitto arabo-israeliano del ’48 porterà alla costituzione, nei primi anni Sessanta, di Al Fatah, movimento di resistenza nazionalista palestinese (molto vicino ideologicamente alle formazioni terroristiche europee legate al marxismo con le quali i miliziani palestinesi avranno numerosi contatti: dalla RAF tedesca alle B.R. italiane passando per le Cellule Comuniste Combattenti belghe), alle azioni armate anti-israeliane dei primi fedayn ed infine alla nascita dell’ANP l’Autorità Nazionale Palestinese che costituirà il parlamento delle diverse anime – laiche, marxiste, nazionaliste, islamiche – della rivoluzione palestinese.

 

Dopo Arafat toccherà a Saddam Hussein , arrestato dagli americani , processato ed infine impiccato nel dicembre 2006.

 

Il Rais di Baghdad , l’uomo che aveva sogni di riscatto troppo grandi per l’Irak di cui divenne Presidente prima e padre-padrone dopo.

 

L’uomo che aveva osato l’inosabile, pensando di poter sfidare impunemente e contemporaneamente Stati Uniti, Israele, monarchie del Golfo e Nazioni Unite.

 

Due avventure belliche sbagliate (l’attacco all’Iran nel settembre 1980 e soprattutto l’invasione del Kuwait nell’agosto di dieci anni dopo) saranno fatali: l’America punirà questo suo alleato riottoso e irrequieto, utile quando si trattava di fermare il “fondamentalismo khomeinista” negli anni Ottanta inchiodando la rivoluzione islamica dentro le sue frontiere ma diventato scomodo e inopportuno nel momento in cui, all’indomani del conflitto contro l’Iran, pensò di guardare a sud, ai ricchi giacimenti petroliferi del vicino Kuwait , di fatto proprietà delle grandi multinazionali americane.

 

L’Irak verrà ridimensionato con il primo conflitto scatenato nel gennaio 1991 dall’amministrazione di Bush padre e, come dirà l’allora segretario di Stato James Baker al suo omologo iracheno, Tarek el Aziz, ridotto a livelli di un’epoca pre-medievale: l’infame embargo dichiarato dalle Nazioni Unite dal 1991 al 2003 contro Baghdad faranno ovviamente il resto.

L’invasione americana dell’Irak nel marzo 2003 – la seconda guerra mondialista del petrolio scatenata dall’amministrazione Bush e dai deliri ideologici dei neo-conservatori a stelle e strisce – segnerà la caduta del pluri-decennale regime di Hussein e l’inizio della fine.

 

Nel frattempo , con Assad, Arafat e Saddam Hussein, scomparivano uno dopo l’altro anche gli altri grandi protagonisti della politica araba degli anni Settanta: sul finire degli anni Novanta moriva nel suo letto l’ex monarca hashemita della Giordania, il vecchio Hussein, quindi il suo omologo saudita e quello del Marocco.

 

Anche nel blocco dei paesi arabi moderati, ovvero tra i ruffiani dell’America, soffiavano venti di novità.

 

L’ultimo grande statista (…sempre che tale si possa definire un servo degli Stati Uniti che a Washington è stato fedele fino all’ultimo…) del mondo arabo, di quel mondo arabo oggi definitivamente scomparso, che lasciava il potere a seguito delle rivolte popolari di piazza sarà , nel febbraio scorso l’egiziano Hosni Mubarak – la ‘sfinge’ come lo definì l’ex presidente e suo successore al “trono dei faraoni” Anwar el Sadat , eliminato per il tradimento degli accordi di Camp David da un commando dei Fratelli Musulmani.

 

Rimaneva ancora al potere Muhammar Gheddafi.

 

C’è voluta una guerra pretestuosa , scatenata dalla NATO su delega ONU, per abbatterne il pluri-quarantennale potere.

 

Ci sono voluti otto mesi di guerra per arrivare a domare il vecchio leader , il costruttore della Jihamahiriyyah (la Repubblica Popolare Socialista Araba di Libia) , ed avere infine la meglio sui suoi fedelissimi che continuavano da due mesi a resistere a Bani Walid e nella roccaforte di Sirte.

 

C’è voluto soprattutto l’intervento militare terroristico della NATO , i suoi bombardamenti a tappeto sulla capitale Tripoli e contro i centri difesi dalle truppe lealiste.

 

Senza l’aiuto NATO i cosiddetti ‘ribelli’ della Cirenaica avrebbero probabilmente resistito qualche settimana o poco più: un conflitto eterodiretto dall’Amministrazione Obama con il sussidio e l’avallo degli alleati europei che, di questa guerra scatenata per il petrolio libico in pieno Mediterraneo, sono stati attivi fautori e primi responsabili (in particolar modo i francesi ed i britannici).

 

E non dimenticando l’ignobile voltafaccia dei voltagabbana di sempre: gli italiani…

 

Muore Muhammar Gheddafi. Finisce un’epoca…ma il Vicino Oriente, malgrado i sogni di normalizzazione occidentali, le mille promesse di pace e i deliri del Sionismo internazionale che vorrebbe ebraicizzare l’intera regione costruendo il suo Eretz Israel dal Nilo all’Eufrate, rimane come sempre una regione in costante, perenne, instabilità.

 


20/10/2011


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