CULTURA 2014

 

Toponomastica marziana e beni culturali

Il caso emblematico di Villa Mattei-Celimontana a Roma

 

di Giuseppe Biamonte

Del centinaio di ville urbane[1] che, a partire dal Rinascimento, resero Roma un unicum dal punto di vista del verde, del paesaggio, della cultura e dell’arte, tutte deliziosamente integrate nel tessuto topografico-monumentale di età classica e tardo-antica[2], nonché irresistibile attrazione per scrittori, artisti, poeti e viaggiatori stranieri, solo una dozzina si salvò dalla cementificazione che si abbatté sulla città nel ventennio successivo alla proclamazione di Roma come capitale del nuovo Regno d’Italia. Tra le sopravvissute[3], Villa Celimontana ci restituisce, nel suo insieme, un’immagine sufficientemente conforme all’assetto originario del parco dopo il suo ampliamento, avvenuto nella prima metà del seicento, fino alle successive trasformazioni degli inizi dell’Ottocento. E proprio riguardo a Villa Celimontana vedremo come, a onta dei riferimenti storici, artistici, archeologici o culturali in genere che dovrebbero essere alla base della toponomastica delle aree di pubblico interesse (a maggior ragione in quelle locali ben circoscritte come la nostra), si sia mortificata la storia locale per interessi di bottega politica o, più semplicemente, per crassa e presuntuosa ignoranza.

Si accennava alla fama che tali monumenti ebbero per i viaggiatori d’Oltralpe, che li considerarono una vera e propria tappa obbligata del loro Grand Tour in Italia. Tracce rilevanti le troviamo nelle opere di autori celebri, quali ad esempio Wolfgang Goethe, Stendhal, Frances Minto Elliot, Charles de Brosses o Henry James. Scrittori, divenuti veri e propri astigrafi dei luoghi da loro visitati, che ci hanno lasciato descrizioni affascinanti e indelebili dello splendore delle ville romane prima della brutale cancellazione della maggior parte di esse per far posto ai nuovi quartieri residenziali che avrebbero accolto, accanto alle lussuose dimore dei parvenu e degli speculatori finanziari, dei rappresentanti della classe politica emergente e dei boiardi del sorgente stato post unitario, anche le ciclopiche insulae riservate ai travet della nuova burocrazia ministeriale.

Caso eclatante fu quello della splendida e famosa Villa Ludovisi. Il complesso seicentesco, la cui estensione venne stimata in poco meno di 250 mila m2, fu venduto dagli ultimi proprietari per permettere una gigantesca lottizzazione dalla quale sarebbe sorto il nuovo rione Ludovisi. E a conferma del famoso detto “pecunia non olet” anche la finanza vaticana, nonostante la demonizzazione clericale del nuovo Stato unitario e la bruciante Questione Romana, entrò a piene mani nel gigantesco affare speculativo attraverso l’Unione romana e la Società Generale Immobiliare[4]. L’epilogo fu la scomparsa definitiva di una tra le più rilevanti attestazioni artistiche e culturali dell’Urbe, già definita dai più celebri viaggiatori del tempo una delle sette meraviglie di Roma[5].

Tornando a Villa Celimontana ne ricordiamo prima di tutto l’ubicazione in un’area di straordinario interesse storico-archeologico: il Celio.

Il colle, che Tacito afferma chiamarsi in origine Mons Querquetulanus, per l’abbondanza di querce che vi crescevano, è legato alla leggenda che ne narra la conquista ad opera dell’eroe eponimo vulcente Celio Vibenna[6] accorso in aiuto di Tarquinio Prisco[7]. Fu crocevia di importanti percorsi viari[8] e sede di complessi monumentali che dall’epoca repubblicana giungono fino al medioevo e al Rinascimento[9]. Ancora oggi essi costituiscono una tra le mete più ricercate dal flusso turistico nella capitale e un patrimonio culturale di inestimabile valore [10].

Nelle traversie già ricordate riguardanti l’urbanizzazione selvaggia dell’ultimo ventennio del XIX secolo anche il Celio ebbe le sue distruzioni. Lungo l’asse dell’antica Via Caelemontana (attuale arteria di Via di S. Stefano Rotondo), fino al limitare dell’odierna Via di S. Giovanni in Laterano, due magnifiche ville patrizie, con ricche collezioni d’arte, furono abbattute per lasciar spazio ai nuovi insediamenti. La prima, Villa Casali, si trovava all’interno dell’area dell’Ospedale militare. Appartenuta alla facoltosa famiglia dei Casali, imparentatisi poi con i marchesi del Drago, essi erano già grandi collezionisti di opere d’arte alla metà del ‘500. La villa, acquistata dal Comune di Roma nel 1884, a prezzo d’esproprio, fu abbattuta qualche anno dopo per far posto al nosocomio militare. La seconda, Villa Campana, era proprietà dei marchesi Campana, il cui nome è legato alla ricca collezione di terrecotte, conosciute proprio col nome di “lastre Campana”. Essa sorgeva tra Via dei SS. Quattro, l’arteria che porta il nome dell’omonimo complesso monastico che troneggia con la sua poderosa abside sulla propaggine del Caeliolus, e Via di S. Giovanni in Laterano; sul fondo del piazzale d’ingresso il marchese Giampietro Campana vi aveva allestito il Museo delle sculture. Orbene, da tale “fervore” edilizio e dal Piano Regolatore del 1883, Villa Celimontana ne restò fortunatamente fuori. E scampò miracolosamente anche alla cementificazione prevista nel Piano regolatore del 1909, secondo il quale l’area in questione avrebbe dovuto ospitare la costruzione di villini[11]; si trattò probabilmente di un provvidenziale ripensamento dettato dalle nuove norme sulla tutela delle antichità e belle arti emanate proprio in quell’anno. Immaginiamo che, dall’aldilà, anche il fondatore della villa cinquecentesca, Ciriaco Mattei, marchese di Rocca Sinibalda, abbia potuto tirare un sospiro di sollievo.

Il nucleo originario della proprietà (vigna Paluccelli o Paluzzelli, venduta a Giacomo di Pietrantonio Mattei, suocero di Ciriaco, il 28 settembre 1553) su cui sarebbe sorta la villa passò a Ciriaco Mattei come dote della moglie Claudia Mattei, figlia di Giacomo. La profonda passione e l’amore per la cultura classica che il colto Ciriaco profuse nella nuova fabbrica del Celio trasformarono questa parte sommitale del colle in un luogo di delizie aperto al pubblico di studiosi d’ogni dove; un luogo di meditazione e di riflessione, d’ammirazione e di studio delle opere d’arte inserite nelle architetture del palazzetto o casino e della loggia di S. Sisto[12], come pure nel lussureggiante viridarium, che doveva richiamare alla mente i giardini di età romana; ma anche luogo di piacevoli e dolci sensazioni suscitate dal canto degli uccelli ospitati nelle due artistiche uccelliere, oggi scomparse, fatte costruire accanto al casino. Una percezione di armonia, insomma, dove l’arte, l’architettura e la natura sembravano sublimarsi in modo perfetto.

Casino e loggia furono iniziati dall’architetto Giacomo Del Duca, allievo di Michelangelo, e vennero completati da Giovanni e Domenico Fontana, gli artefici della Villa Peretti-Montalto (poi Negroni e, successivamente, di proprietà dei Massimo), eretta su commissione del cardinale Felice Peretti (originario di Montalto Marche, AP), divenuto pontefice col nome di Sisto V (1585-1590). Gli architetti Fontana furono, con ogni probabilità, anche i realizzatori del giardino celimontano per il quale provvidero al trasporto dell’obelisco capitolino ancora oggi visibile nel parco della villa[13].

Noi troviamo ben esplicitato il mecenatismo matteiano e ciò che per lui rappresentò dal punto di vista ideale la villa, confessando oltremodo la propria prodigalità nelle spese per il complesso celimontano, nelle parole che lo stesso Ciriaco dettò al notaio Ottavio Capogalli per la redazione del suo testamento, effettuato il 26 luglio 1610, quattro anni prima della sua morte: «(..) Qual giardino per prima et da quaranta anni sonno era vigna, et io con molta spesa et sollecitudine et tempo l’ho redatto in forma di giardino con averci fatte molte et diverse statue pili tavole intarziate, Vasi, Quadri di pitture et diversi marmi, et fattovi all’anni addietro condurre l’Acqua felice et fattovi varie et diverse fontane et redduttolo in quel buon stato nel quale al presente si trova nel che dico, et confesso realmente haver speso più di sessanta mila scudi (…) qual giardino è stato anco di molta mia recreatione, et trattenimento, et di esercitio di virtuosi et di reputatione non poca della casa essendo visto, et visitandosi giornalmente non solo da personaggi et gente di Roma ma da forestieri con buona lode, et fama il che sia detto senza ostentatione et vanagloria ma solo per la verità et per essortatione delli miei posteri a conservarlo»[14].

Una ferrea volontà di conservazione, dunque, che porterà alla redazione di un dettagliato inventario dei beni della villa, su volontà testamentaria dello stesso Ciriaco, e che sarà compiuto dal di lui figlio, Giovanni Battista, alla morte del padre avvenuta il 10 ottobre 1614[15]. Fedele alle disposizioni paterne - da lui evidentemente ne aveva ereditato anche la passione e l’amore per il complesso celimontano - Giovanni Battista Mattei sarà l’artefice delle opere di miglioria del palazzetto, trasformato da casino-museo in vera e propria residenza della famiglia. Incaricato della direzione dei lavori fu Francesco Peparelli, un giovane e promettente architetto che divenne ben presto ricercato dalle più importanti famiglie nobili romane. Le pitture, di carattere sacro e profano, che ancora oggi si possono ammirare sulle volte delle stanze, furono opera di un nucleo di pittori di formazione tardo manierista: Andrea Lilli, un giovane Andrea Sacchi con la sua magnifica tela raffigurante il famoso episodio biblico di Sansone e Dalila, e i meno noti al grande pubblico Orazio Zecca e Orazio Monaldi, con i suggestivi affreschi del ratto di Proserpina e della gara tra Apollo e Marsia[16].

Nel 1624, alla morte di Giovanni Battista, il complesso passò ad Asdrubale Mattei e Villa Celimontana conobbe un nuovo periodo di grande prosperità. Con l’acquisizione dei terreni confinanti, nella zona a nord della Navicella, verso il Clivo di Scauro e la chiesa dei SS. Giovanni e Paolo, il figlio di Asdrubale (morto nel 1638), Girolamo Mattei, portò a termine la felice impresa dell’ampliamento del parco. Come i suoi predecessori anche Girolamo fu manifestamente votato alla conservazione e alla valorizzazione del complesso celimontano e di tutto il suo patrimonio artistico ed archeologico, che faceva di questo luogo, un tempo «una semplice vigna deserta et derelitta»[17], un centro di straordinaria importanza per la cultura umanistica romana. Non a caso il programma decorativo del parco e delle fontane (tra queste, di straordinaria importanza quelle scomparse dell’Aquila e del Tritone attribuite a Gianlorenzo Bernini[18]) sottendeva un significato ideologico-simbolico, che vedeva nella Virtus Matthaeiana, artefice di tanta magnificenza, l’erede di quella romanità i cui monumenti più significativi costituivano la visuale dominante dalla sommità del colle dove era stata realizzata la villa[19]. Un simbolismo virtuoso richiamato principalmente dalla figura di Ercole, le cui statue ed erme erano collocate nel giardino e in alcune delle fontane che lo ornavano: in quella del Diluvio o dell’Idra era rappresentato il gruppo scultoreo di Ercole che combatte l’Idra, mentre in quella delle Colonne, due grandi colonne bugnate zampillanti acqua dalla sommità, vi era probabilmente l’intento allusivo, in relazione all’episodio della lotta con Anteo, alle famose colonne d’Ercole che l’eroe tebano aveva eretto a Cadice. Allo stesso modo come non pensare alla figura di Ulisse se si considera la fontana del Ciclope che si trovava nel piazzale antistante la loggia. Altrettanto paradigmatica, dal punto di vista dell’allegoria, era la presenza delle figure delle Muse scolpite sull’omonimo sarcofago, ora nel Museo Nazionale Romano, che si trovava nel boschetto a sinistra del portale d’ingresso (dalla tavola del 1809 del Pércier e del Fontaine il sarcofago risulta spostato nell’area circiforme conosciuta come “Prato”, al centro del quale svettava l’obelisco[20]). Figure mitologiche rappresentanti la vittoria della virtù contro il vizio, la forza dell’aspetto “eroico” della paidéia e dell’intelletto. Iconografie, richiami letterari ed esegesi filosofica che già la cultura e l’arte paleocristiane avevano accolto con favore, considerandoli esempi pregnanti e significativi della validità morale di taluni aspetti della civiltà classica, associando addirittura talune figure mitologiche a Cristo stesso[21]. Come ha acutamente osservato Manuela Marinelli, riguardo alla valenza simbolica che potrebbe riguardare la decorazione del parco e la realizzazione del cosiddetto “Prato”, «è ipotizzabile, dunque, che nel ciclo allegorico del giardino Ciriaco volesse celebrare se stesso associando la propria vita alle imprese di Ercole (…). In questa luce tutto appare più chiaro: l’orgoglio di Ciriaco per il suo giardino e il desiderio di tramandare intatta la sua collezione, segno della sua raffinatezza e della sua ricchezza, oltre che simbolo del suo legame con l’antichità e quindi con il nobile passato della famiglia. La magnificenza della villa era stata il mezzo per divulgare la fama dei Mattei e il monumento preposto a serbare la memoria del padre, e con lui di tutti i Mattei»[22].

Ma tale orgoglioso legame con il passato e il tenace proposito di conservazione e di intangibilità del patrimonio artistico, culturale ed ideale rappresentato dal complesso matteiano furono sfortunatamente infranti, dapprima con la vendita delle sculture più celebri, che costituirono il primo nucleo del Museo Pio Clementino in Vaticano, successivamente con l’alienazione totale della villa, acquistata nel 1802 dall’arciduchessa Maria Anna d’Austria. La lenta decadenza della residenza del Celio e del suo parco, iniziata già nel corso del ‘700, non aveva però offuscato la fama della villa a livello europeo. Nel marzo del 1788 Wolfgang Goethe visitava Villa Mattei in occasione dell’annuale pellegrinaggio alle sette chiese. Istituita nel 1552 da S. Filippo Neri, tale ricorrenza vedeva i partecipanti, tra cui lo stesso santo fiorentino, ospitati nel parco della villa e rinfrancati dalle fatiche del lungo percorso devozionale con cibo e bevande messi a loro disposizione dalla generosità della famiglia Mattei. Una tradizione perpetuatasi quindi nel tempo e scrupolosamente onorata dai discendenti di Ciriaco, come possiamo dedurre dalla cronaca dell’evento tramandataci dal grande letterato tedesco: «Chi infatti dopo aver completato il pellegrinaggio con le necessarie attestazioni rientra nella basilica di S. Paolo, riceve qui un biglietto per poter partecipare ad una pia festa popolare che viene ospitata a Villa Mattei in giorni prestabiliti. Qui agli ospiti viene servito uno spuntino a base di pane, uova, vino e un po’ di formaggio. I commensali si possono sdraiare nel giardino, principalmente nell’area del piccolo anfiteatro che ivi si trova. Dirimpetto al casino della villa si riunisce la compagnia degli altolocati: cardinali, prelati, principi e signori per godersi la scena e per aggiungere anche la loro quota di offerte all’iniziativa istituita dalla famiglia Mattei[23]».

Tra i numerosi passaggi di proprietà – una decina circa - che caratterizzarono Villa Celimontana a partire dal 1808, anno in cui si registra la nuova vendita al conte Alessandro Pianciani, e fino al suo esproprio da parte dello Stato italiano nell’aprile 1921 (l’acquisizione al demanio dello Stato avvenne a seguito della sua confisca, dopo la I guerra mondiale, come bene ex nemico, alla famiglia tedesca Hoffmann, ultima proprietaria della villa), quello che vide, il 1° giugno 1813, l’acquisto del complesso da parte del Principe della Pace e ministro del re di Spagna Carlo IV, Don Manuel de Godoy, fu significativo per la rinascenza del nostro monumento, che conobbe così una nuova parentesi di autentico fervore culturale. Il Godoy intervenne non soltanto nella fabbrica principale della villa, ampliandola, ma ne rinnovò in parte anche il giardino, con la creazione del grande viale perpendicolare a quello dell’ingresso della Navicella, che congiunge il piazzale dell’obelisco, ivi trasferito nel 1817 ed eretto su una nuova base dallo stesso Godoy, con l’altro spiazzo accanto alla chiesetta di S. Tommaso in Formis (qui è visibile una sorta di “patchwork” archeologico con ruderi vari) dove è collocata copia di una statua di Diana su basamento con dedica a Cerere[24]. Oltre a tali pregevoli lavori di rinnovamento, affidati all’architetto spagnolo Antonio Celles, il Godoy, grande cultore dell’arte classica, promosse campagne di scavo nell’area della villa che portarono a entusiasmanti scoperte archeologiche. Nel biennio 1814-1815 furono rinvenuti, nella zona compresa tra l’abside della diaconia di S. Maria in Domnica e il palazzo della villa due pavimenti antichi: uno in opus sectile, con figure geometriche a cerchi, rombi, losanghe, ecc., l’altro a mosaico, databile con ogni probabilità al III sec. d.C.: quattro emblemata che racchiudono scene di genere con figure di uccelli e due personaggi maschili, che le rispettive didascalie indicano con i nomi di Pascasus e Sattara, rappresentati stanti accanto al loro cavallo, dietro al quale appare l’immagine di un albero. Iconografie che ricordano molto da vicino quelle degli affreschi dei cavallai della catacomba di S. Alessandro sulla Via Nomentana, dell’ipogeo di Trebio Giusto sulla Via Latina e dell’incisione sulla lastra della catacomba di Domitilla, sulla Via Ardeatina, dove il cavallaio Constantius è accompagnato dai suoi cavalli Barbarus e Germanus[25]. Ma il rinvenimento più sensazionale, a parte le due celeberrime basi dedicate nel 205 e 210 d.C. all’imperatore Caracalla dai militi della V Coorte dei Vigili, la cui statio è stata scoperta a sinistra dell’ingresso principale della villa[26], fu quello dell’Erma bicipite con i ritratti di Seneca e Socrate, un unicum per quanto riguarda l’iconografia di Seneca. Il prezioso reperto si trova oggi custodito al Pergamonmuseum di Berlino[27].

L’eco delle originali scoperte del Principe della Pace rinnovò la curiosità e l’interesse degli ambienti culturali europei. Dopo Goethe, infatti, anche il grande scrittore francese Marie-Henri Beyle, noto come Stendhal (vedi nota 5), attratto dalle novità provenienti dal Celio, racconta nelle sue Promenades: «(…) abbiamo bussato alla porta di Villa Mattei, abitata oggi dal principe della Pace», commentando subito dopo, con grande enfasi, i nuovi scavi archeologici e i preziosi rinvenimenti fatti dal Godoy. Molto interessante dal punto di vista storico ci sembra inoltre la successiva scena annotata da Stendhal (oggi diremmo un gossip da rotocalco) che, salvo errore, non abbiamo trovato citata in nessuna delle pubblicazioni che riguardano Villa Celimontana e che riteniamo invece molto importante perché testimonierebbe che nella residenza del Celio sarebbero stati ospiti del loro favorito il re di Spagna Carlo IV e sua moglie, la regina Maria Luisa, durante il loro esilio romano. L’episodio narrato da Stendhal, citando il IV volume delle Mémoires di M. de Beausset, racconta: «(…) il povero Manuel, per avere qualche momento di colloquio tutto privato con la regina [grande tombeur de femmes, si diceva che Don Manuel ne fosse l’amante, n.d.r.], aveva fatto circondare un getto d’acqua da un muretto alto quattro piedi, riempiendo un bacino situato sulla parte più alta della villa dove ci troviamo. Una barchetta, che poteva contenere a stento un paio di persone, era manovrata dal Principe della Pace, che riusciva così a trovare un momento d’intimità per dire qualche parola alla regina, mentre il re, annoiato di essere rimasto solo, gridava loro dalla riva: “Manuel, basta ora, torna suvvia!”»[28].

Una storia plurisecolare di ampio respiro, dunque, questa di Villa Mattei-Celimontana, i cui principali avvenimenti qui sinteticamente ricordati hanno voluto evidenziare l’importanza del sito e dei suoi protagonisti, ai quali la città di Roma deve essere perennemente grata per aver ricevuto lustro, fama ed un’eredità culturale invidiabile. Una storia, al contrario, ignorata e snobbata persino nella toponomastica recente, che ha visto assegnare ai viali principali della villa denominazioni del tutto avulse dal contesto. Ci piacerebbe infatti sapere che c’azzeccano (non ce ne voglia l’on. Di Pietro se utilizziamo una sua forbita espressione) le Nilde Iotti o i Paul Harris con Villa Celimontana e quali benemerenze possono vantare tali personaggi nei confronti della sua storia. Non abbiamo trovato risposta ai nostri amletici interrogativi nemmeno sul Portale del Servizio di Toponomastica del Comune di Roma, che sulla funzione principale dei toponimi recita a ragione: «(…) Per quanto concerne le denominazioni locali, definizioni che si riferiscono a luoghi conosciuti dalla popolazione per eventi o reperti archeologici esistenti sul posto, si tende a conservare, per quanto possibile e nonostante le trasformazioni edilizie, i ricordi e i riferimenti storici ed archeologici della vecchia topografia cittadina (…)». Un criterio assolutamente ineccepibile e pedissequamente applicato alla toponomastica del rione Celio in occasione della fondazione del quartiere, con toponimi che ricordano per l’appunto personaggi storici e riferimenti topografici ed archeologici locali (Via Annia, Via dei Simmachi, Via Capo d’Africa, Via e piazza Celimontana, Via dei Querceti, Via Claudia, Via dei SS. Quattro, Via Ostilia, etc.), ma che è stato incredibilmente ignorato per Villa Celimontana. Se almeno l’ex Sindaco Veltroni, il cinefilo obamizzato mai stato comunista, e la sua ex Giunta, responsabili di cotanta impresa culturale, potessero fornirci una risposta razionale! Che Nilde Iotti - la “bella ciao” comunista, compagna, in senso politico e affettivo, del leader del PCI Palmiro Togliatti, gran favorito alla corte del Cremlino[29] - sia stata la prima donna a scaldare la poltrona di Presidente della Camera, come recita la didascalia della tabella marmorea sul viale d’ingresso alla villa (delibera Giunta Comunale n. 529 del 28/11/2007), non ci pare possa costituire titolo preferenziale per scalzare dalla memoria storico-toponomastica del prestigioso complesso celimontano non soltanto i legittimi e autorevoli interpreti della sua storia artistica, culturale e ambientale (dai benemeriti fondatori e cultori della villa – Ciriaco, Giovanni Battista, Asdrubale, Girolamo Mattei - all’illustrissimo Don Manuel de Godoy) ma anche i naturali riferimenti alle denominazioni locali già utilizzati in passato (Viale delle Muse, Viale delle Iscrizioni, Viale delle Fontanelle, etc.), come pure i validissimi rimandi storico-archeologici relativi alle più importanti scoperte nell’area della villa e ai reperti ivi conservati (statio della V Coorte dei Vigili, Erma bicipite di Seneca e Socrate, acrolito di Augusto, riferimenti prosopografici desumibili dai testi epigrafici delle basi e delle are funerarie: Naeratius Cerealis, C. Nonius, Civius Successus, etc.).

Stessa cosa dicasi per la seconda veltronata toponomastica istituita con delibera n. 543 del 4/10/2006. In questo caso il personaggio che dà il nome al Piazzale di Diana è tale Paul Harris, che l’incisione esplicativa sulla candida tabula indica come “fondatore Rotary International”. Ancora una volta ci siamo chiesti smarriti: «ma qual è il nesso storico-toponomastico che lega l’eclettico avvocato statunitense e la “congregazione” rotariana all’hortus conclusus matteiano?» Non avendo trovato risposta alcuna, abbiamo allora supposto, spulciando le pagine di certa letteratura “ufficiale” autoapologetica e quelle elettroniche del Rotary International[30], che Walter l’Africano (come dimenticare la gioia, poi purtroppo delusa, che ci aveva pervaso alla lettura della notizia ad effetto circa i propositi del nostro diplomato in cinematografia di partire “missionario” in Africa, abbandonando definitivamente la politica!) folgorato dall’“ecumenismo” del sig. Harris[31] e dalla fratellanza rotariana verso l’umanità dolente, avrà ritenuto doveroso rendere omaggio ad un altro simbolo del pensiero universale amerikano. Qualcuno potrebbe a questo punto obiettare che anche la vecchia denominazione del lungo viale che percorre, approssimativamente da nord a sud, la villa, vale a dire dall’ingresso di piazza dei SS. Giovanni e Paolo sino al piazzale dell’obelisco, non sia del tutto “ortodossa” rispetto ai principi di toponomastica testé enunciati. Risale infatti al 29/11/1972 la delibera n. 7491 (sindaco Clelio Darida, DC) che conferisce al tracciato in questione il toponimo di Viale Card. Francesco Spellman, arcivescovo di New York dal 1939 al 1967. In verità una qualche giustificazione riguardo a tale scelta la rileviamo solo nel fatto che il prelato fu munifico finanziatore dei grandi lavori di restauro alla basilica celimontana dei SS. Giovanni e Paolo (conclusisi nel gennaio 1952), di cui fu anche cardinale titolare dal 1946. Tale intervento restituì dignità, decoro e nuova visibilità al superbo complesso basilicale, all’austero convento dei padri passionisti, al prezioso campanile, alle ciclopiche sostruzioni del Claudianum e alla magnifica piazza antistante dove prospetta il terzo portale di ingresso alla nostra villa, che Girolamo Mattei, Dux Iovii (come recita la scritta dell’architrave), fece erigere alla metà del ‘600. In pratica, quindi, una valorizzazione generale del patrimonio architettonico, archeologico, storico-artistico e ambientale che si affaccia sul Clivus Scauri, luogo sicuramente tra i più suggestivi e meglio conservati di Roma antica[32].

Riconosciuto, dunque, all’eminente personaggio in abito talare il giusto merito culturale, non pensavamo tuttavia che la sua discussa storia politica e personale, che lo vide tra l’altro informatore dei servizi statunitensi a danno dell’Italia durante il secondo conflitto mondiale (interessanti sono i file che testimoniano i suoi stretti rapporti confidenziali e di collaborazione con Edgar Hoover, direttore FBI[33]), meritasse addirittura un riconoscimento toponomastico. Nel dopoguerra la sua visione reazionaria e americano-centrica lo porterà ad appoggiare incondizionatamente la caccia alle streghe scatenata dal maccartismo, fino a bollare grottescamente di “comunismo” i becchini del Calvary Cemetery nel Queens che avevano scioperato per l’aumento dei salari. Gli operai in sciopero furono, dietro suo ordine, sostituiti con i seminaristi del Seminario di S. Giuseppe. Partigiano appassionato della guerra contro il Vietnam, sostenitore dei più conservatori presidenti Usa e amico di banchieri, finanzieri e imprenditori, il prelato del Massachusetts fu anche al centro di inchieste giornalistiche ed editoriali per la sua presunta omosessualità. Il giornalista Michelangelo Signorile l’ha descritto come “uno dei più noti, potenti e sessualmente voraci omosessuali nella storia della chiesa cattolica americana[34], mentre John Cooney, uno dei biografi di Spellman, ha riportato diverse interviste che asserivano l’omosessualità del prelato[35].

Con cotanto pedigree non ci meravigliamo, quindi, che il nome dell’illustre vescovo completi la trilogia toponomastica matteiana voluta dai servili e ignoranti amministratori capitolini, di vecchio e nuovo conio.

Alla toponomastica marziana fa da pendant anche un uso improprio dei monumenti, che, sovente, gli stessi smaliziati amministratori della cosa pubblica romana hanno utilizzato e continuano a sfruttare a fini meramente strumentali e demagogici, sottostimando gli eventuali rischi per la tutela e la conservazione dei medesimi. Ci torna alla mente, come esempio più calzante, la posizione di taluni illuminati rappresentanti capitolini, targati PCI, ai tempi delle cosiddette giunte progressiste Argan/Petroselli (1976-1981), mentre discettavano, con grande lungimiranza e sicumera, sull’apertura no-stop delle ville storiche romane, inclusa ovviamente Villa Celimontana (si parlava addirittura nelle ore notturne!), per offrirne alla cittadinanza un “godimento” pieno e illimitato.

Il nuovo corso ideologico avviato dai benpensanti della pseudo sinistra godereccia inaugurò la filosofia del bivacco, innescò la pratica dello stravaccarsi al sole e le pruderie ludiche di ogni sorta (dalle partite di pallone a quelle a racchetta, tamburello o racchettone); il tutto rigorosamente da compiersi all’interno di aiuole e prati dei complessi storici, il cui calpestio, meglio se a piedi nudi, era il simbolo della piena affermazione del paradiso riconquistato, della felicità ritrovata. Magari con corollario di deiezioni canine dovute al “pascolo” degli incolpevoli animali sul manto verde, anch’essi eccitati, caduta la tirannia della sorveglianza del vigile urbano, dalla nuova atmosfera libertaria e riformista.

Una storia, questa di Villa Mattei-Celimontana, che ha, di conseguenza, assistito impotente, nel corso di oltre tre decenni, al progressivo, inesorabile e irreversibile depauperamento degli ultimi residui della collezione di marmi antichi che arredavano ancora il parco, dopo la sua apertura ai romani alla fine degli anni Venti, in aggiunta all’impoverimento e al degrado del patrimonio arboreo. Furti e danneggiamenti contro i monumenti e il verde pubblico messi in atto per anni, con teppistica e diabolica pertinacia, sono stati facilitati dall’assenza delle autorità preposte alla tutela. Da fotografie scattate da chi scrive nel 1987, per denunciare tali misfatti sulla stampa archeologica e locale, molte delle statue più antiche, poi rimosse quando però “i buoi erano ormai scappati dalla stalla”, avevano ancora “la testa sul collo”. Per di più, malgrado i buoni propositi (ma si sa, come dice il vecchio detto: “l’inferno è pavimentato di buone intenzioni”) circa la creazione di un piccolo Antiquarium nella sede della Società Geografica Italiana per raccogliere tutti i reperti rimossi dal parco – la notizia si trova nella pregevole monografia su Villa Celimontana più volte citata[36] (una proposta identica l’avanzò lo scrivente già nell’aprile del 1987 sul mensile Archeologia e sul quotidiano Il Messaggero di Roma[37]) – la collezione subì invece la tanto temuta diaspora. I pezzi più pregevoli sono attualmente custoditi nella già citata aula di S. Maria in Tempulo[38] e in Palazzo Altemps[39].

Si è dovuto attendere circa un quarto di secolo prima di veder recuperato dall’abbandono e dal degrado più totale il piazzale dell’obelisco e restaurato il monumento che, come recita l’iscrizione fatta apporre sul basamento dal Godoy, “salvatosi dal tempo, dal fuoco, dalle sommosse popolari e dalla rovina dello stesso impero romano”, rischiava di crollare miseramente per l’incuria e l’indifferenza dei contemporanei. Va comunque apprezzato lo sforzo dell’amministrazione capitolina per aver restituito dignità e decoro all’area dell’ex “Prato” a ridosso del palazzo e per aver ripristinato la funzionalità della Fontana del Fiume, grazie alle recentissime opere di restauro e sistemazione del sito finalmente riaperto alla pubblica fruizione. Contemporaneamente auspichiamo anche una netta inversione ad U per quanto riguarda la cultura della manutenzione. I pochi interventi a singhiozzo e a macchia di leopardo che, nel corso dei passati decenni, sono stati concentrati prevalentemente nell’area sud-est della villa (in stato precario è viceversa l’area a nord del complesso, quella, per intenderci, che costituì l’ampliamento del parco voluto da Girolamo Mattei, fino al confine con la chiesa dei SS. Giovanni e Paolo), compresi quelli recentissimi già ricordati, rischiano di essere vanificati se non si garantisce una regolare continuità manutentiva e conservativa delle aree verdi e un rimboschimento del parco (si può già osservare lo stato d’incuria in cui versa l’area dell’obelisco a pochi mesi dalla sua riapertura).

Un ultimo auspicio è che tale complesso, orgoglio di intere generazioni che hanno avuto la fortuna di conoscerlo e amarlo, possa continuare a svolgere la sua funzione culturale secondo le intenzioni dei suoi fondatori, che hanno voluto tramandare ai posteri la bellezza e l’unicità di questo luogo, da loro trasformato in un vero e proprio hortus deliciarum.


Note


[1] La pianta di Roma di G.B. Nolli del 1748 è una significativa testimonianza della capillare presenza non solo di splendide dimore, al cui interno e nei sontuosi giardini annessi erano custodite preziose collezioni d’arte (statue, are funerarie, sarcofagi, epigrafi, quadri), bensì anche di veri e propri polmoni verdi nelle aree all’interno e all’esterno delle mura urbane. Una cartografia preziosa, dunque, questa dell’architetto comacino che ci restituisce una sorta di “inventario” di tali magnificenze, divise per ville urbane (99) ed extraurbane (28), vigne all’interno delle mura (119) ed all’esterno (127), ed orti (38 intramuranei e 30 nel suburbio). Cfr. G. B. NOLLI, Roma al tempo di Benedetto XIV: la pianta di Roma di Giambattista Nolli del 1748, riprodotta da una copia vaticana con introduzione di Francesco Ehrle S.I., Città del Vaticano 1932 (ora interamente consultabile nel sito dell’Università dell’Oregon: http://nolli.uoregon.edu/); S. CONTI, Le ville di Roma attraverso la cartografia, in Villa Celimontana, Torino 1991, pp. 161-169.

[2] Oltre a ciò, come non trovare delle assonanze con gli splendidi Horti di Roma antica, che, come ha ben evidenziato Pierre Grimal, sono anch’essi espressione autentica della “profondità del gusto dei giardini nell’animo romano”. P.GRIMAL, I giardini di Roma antica, Milano 1990; AA.VV., Horti romani. Ideologia e autorappresentazione, in “Atti del Convegno Internazionale (Roma, 4-6 maggio 1995)”, Roma 1998.

[3] Villa Medici, Villa Aldobrandini, Villa Costaguti, Villa Barberini, la Villa della Farnesina, Villa Sciarra, Villa Lante, Villa Salviati, Villa Wolkonsky, Villa Corsini, Villa Giustiniani (poi Massimo, Lancellotti) con gli splendidi affreschi dei nazareni e Villa Mattei-Celimontana. Cfr. I. BELLI BARSALI (a cura di), le ville di Roma e del Lazio, Catalogo della mostra di Italia Nostra, Roma, Palazzo Braschi, 1968; EAD., Ville di Roma: Lazio I, Milano 1970; S. VASCO ROCCA, Guide rionali di Roma. Rione XV Esquilino, Roma 1982, pp.124-131; CONTI, Le ville di Roma, cit. alla nota 1, p. 169.

[4] G. BARBERINI, Guide rionali di Roma. Rione XVI Ludovisi, Roma 1991, pp. 8, 10.

[5] Sulle entusiastiche descrizioni di Villa Ludovisi dei più importanti visitatori stranieri citiamo quelle di Stendhal, che la annoverava tra i monumenti che “parlano all’animo nostro” (Promenades dans Rome, Paris 1866, p. 135), di Frances Elliot, che la definiva “un luogo delizioso”, la cui atmosfera sembrava rievocare “una veduta di Watteau” (Diary of an idle woman in Italy, vol. i, London 1871, pp. 51-58), di Charles de Brosses, che, sottolineando come fosse “la più grande di quelle urbane alla portata dei quartieri residenziali e la più frequentata per le passeggiate”, ne decantava le bellezze naturali: “ci sono tantissimi viali, boschetti d’aranci, cipressi, fontane, statue, un obelisco [quello attualmente davanti alla chiesa di Trinità dei Monti, ndr]” (Le président de Brosses en Italie: lettres familierès écrites d’Italie en 1739 et 1740, vol. 2, Paris 1858, pp. 73-74) o, infine, di Henry James. Alla data del 27 aprile 1873 il poliedrico scrittore americano annotava: “ mattino con L.B. a Villa Ludovisi, che ammettiamo di non poterlo dimenticare tanto presto. La villa appartiene al re, che vi ha fatto alloggiare la moglie morganatica. Non c’è niente di più deliziosamente genuino a Roma, niente di più perfettamente consacrato allo stile. Gli spazi e i giardini sono immensi e la grande cinta rugginosa delle mura urbane si distende in lontananza dietro ad essi e fa sì che la città dei sette colli sembri vasta senza che essi sembrino piccoli. C’è di tutto qui nella villa: viali oscuri sagomati da potature secolari, boschetti, vallette, radure, pascoli dal verde brillante, fontane bordate di canne, grandi prati fioriti tempestati da enormi pini inclinati. È stata una giornata deliziosa, gli alberi una melodia, il luogo nel suo complesso una rivelazione di ciò che l’Italia e il fasto ereditario possono fare insieme” (Italian hours, novembre 1909, in Testi elettronici, www.gutenberg.org/etext/6354, pp. 91-92 [traduzioni dei testi a cura del redattore]. Sia la Conti che la Barberini imputano erroneamente il brano citato all’opera Portraits of places dello stesso James. Cfr. CONTI, Le ville di Roma, cit. alla nota 1, p. 167, nota 16; BARBERINI, Guide rionali, cit. alla nota 4, p. 8).

[6] Sull’importante figura dell’eroe etrusco Caile Vipinas celebrata nello splendido affresco della famosa tomba François della necropoli di Ponte Rotto a Vulci, si veda in particolare AA.VV., La tomba François di Vulci. Mostra organizzata in occasione del centocinquantesimo anniversario della fondazione del Museo Gregoriano Etrusco (1837-1987), Catalogo della mostra (Città del Vaticano, Braccio di Carlo Magno 20 marzo-17 maggio 1987), a cura di F. Buranelli, Roma 1987.

[7] Annales, IV, 65: «Haud fuerit absurdum tradere montem eum antiquitus Querquetulanum cognomento fuisse, quod talis silvae frequens fecundusque erat, mox Caelium appellitatum a Caele Vibenna, qui dux gentis Etruscae cum auxilium tulisset sedem eam acceperat a Tarquinio Prisco, seu quis alius regum dedit (…)»

[8] La dorsale verso Porta Maggiore, a partire dall’arco di Dolabella e Silano, attuale via di S. Stefano Rotondo, costituiva l’antica Via Caelemontana. La strada proseguiva poi all’interno delle mura in direzione del colle Palatino, lungo l’asse Via di S. Paolo della Croce-Clivo di Scauro (quest’ultima via conserva l’antica denominazione di Clivus Scauri, probabilmente dal censore del 109 a.C. M. Emilio Scauro). Altre arterie importanti del Celio erano la Via Tusculana, il cui tracciato ricalcava l’odierna Via dei SS. Quattro, collegando la zona del Laterano con quella del Colosseo, il Vicus Capitis Africae, che, all’esterno della cinta serviana, con orientamento sud-nord, si dirigeva verso la valle Labicana in prossimità del sito del Ludus Magnus, ricalcando l’antica Via della Navicella, scomparsa per la costruzione dei caseggiati popolari di piazza Celimontana (demoliti nel 1970) a seguito del piano regolatore del 1883, il già citato Clivus Scauri e il Vicus Camenarum che si dirigeva in direzione della valle delle Camene dove scorre, intubato il fosso della Marrana Mariana.

[9] Come non ricordare, a mo’ di esempio, l’arco di Dolabella e Silano, nel quale si identifica la Porta Caelemontana della cinta serviana, o l’imponente Tempio di Claudio, le cui colossali sostruzioni sono ben visibili all’interno del cancello del convento dei padri passionisti, a lato del campanile della basilica dei SS. Giovanni e Paolo. Per non parlare poi delle numerose testimonianze paleocristiane: dalla splendida chiesa di S. Stefano Rotondo (con mitreo sottostante), oggi tornata all’antico splendore dopo i restauri patrocinati dal Pontificio Collegio Germanico Ungarico (tra l’altro il collegio avrebbe avuto la proprietà di Villa Celimontana per un breve periodo a partire dal 30 settembre 1868), a quella già menzionata dei SS. Giovanni e Paolo, l’antico Titulus Byzantis et Pammachii, che racchiude l’affascinante palinsesto archeologico delle case a bottega del Clivus Scauri, la probabile Domus ecclesiae dei martiri celimontani, con i magnifici affreschi parietali, tra cui quelli celebri della confessione, con una rarissima scena di martirio (molto probabilmente i martiri Crispo, Crispiniano e Benedetta, devoti dei santi Giovanni e Paolo uccisi durante il regno di Giuliano, raffigurati nel momento della loro decapitazione). Sulla sinistra del clivo il complesso archeologico di S. Gregorio, con i resti del monastero e della cosiddetta Biblioteca Agapiti, mentre sulla piazzetta si eleva l’imponente chiesa di S. Gregorio con i tre splendidi oratori annessi: S. Andrea, S. Barbara e S. Silvia, quest’ultimo con dipinto di Guido Reni. Tornati alla Porta Caelemontana e varcatane la soglia, troviamo la suggestiva facciata medievale dell’Ospedale dei Trinitari, istituito dal fondatore dell’ordine S. Giovanni de Matha (la sua modesta cella è ancora visibile sopra l’arco di Dolabella). In alto, al di sopra del portale, si può ammirare il celebre mosaico cosmatesco, emblema dell’ordine trinitario, con Cristo che libera due schiavi. Annessa al complesso è la deliziosa chiesetta di S. Tommaso in formis officiata dai padri Trinitari e interamente visibile all’interno di Villa Celimontana. Sulla sommità del colle domina l’incantevole diaconia di S. Maria in Domnica alla Navicella, nella sua sistemazione rinascimentale ad opera di Andrea Sansovino, con al suo interno il prezioso mosaico alto-medievale di Pasquale I (817-824).

[10] Sulla storia del Celio e sui suoi monumenti si veda la seguente bibliografia fondamentale: A. M. COLINI, Storia e topografia del Celio nell’antichità, “Memorie della Pontificia Accademia Romana di Archeologia”, VII, Città del Vaticano 1944; C. PIETRANGELI, Guide rionali di Roma. Rione XIX – Celio, Parte I, Roma 1983; Id., Guide rionali di Roma. Rione XIX – Celio, Parte II, Roma 1987; C. PAVOLINI (a cura di), Caput Africae, Indagini archeologiche a Piazza Celimontana (1984-1988). La storia, lo scavo, l’ambiente, I, Roma 1993; A. ENGLEN (a cura di), Caelius I, Santa Maria in Domnica, San Tommaso in formis e il Clivus Scauri, Roma 2003; C. PAVOLINI, Archeologia e topografia della regione II (Celio). Un aggiornamento sessant’anni dopo Colini, in Lexicon Topographicum Urbis Romae. Supplementum III, Roma 2006.

[11] L. TUBELLO, Roma: la città delle ville, in Villa Celimontana, Torino 1991, p. 107.

[12] Il palazzetto è sede della Società Geografica Italiana dal 1926, mentre la loggia di S. Sisto, che doveva trovarsi sul limite sud-est della villa, pressappoco alle spalle dell’obelisco nella sua attuale collocazione risalente al 1817, è, purtroppo, andata perduta.

[13] L’obelisco, dell’epoca di Ramses II (XIX dinastia, 1290-1233 a.C.) e proveniente da Heliopolis, che giaceva nei pressi della chiesa dell’Aracoeli in Campidoglio, fu donato dai Conservatori del popolo romano a Ciriaco Mattei nel 1582 e fatto erigere nel 1587 dal nobile mecenate nel parco della villa. L’iscrizione sul nuovo basamento esprimeva la gratitudine di Ciriaco alle munifiche autorità capitoline per il prezioso dono “(…) ut hortorum eius pulchritudo publico etiam ornamentum augeretur”. R. VENUTI, G. C. AMADUZZI, Vetera monumenta quae in hortis Caelimontanis et in aedibus Matthaeiorum adservatur, I, Romae 1775, p. XXX; C. BENOCCI, L’obelisco della villa Celimontana, in “L’Urbe”, 5, 1987, pp. 5-21.

[14] R. LANCIANI, Storia degli scavi di Roma, vol. III, Roma 1998, p. 95.

[15] L’inventario delle collezioni d’arte di Villa Mattei è interamente riportato in LANCIANI, Storia degli scavi, cit. alla nota 14, pp. 97-104.

[16] Sull’intervento di Peparelli e sulla decorazione del casino si rimanda a C. BENOCC I, La Villa Mattei. Dal XVI al XX secolo: il palazzetto, il parco, le collezioni, in Villa Celimontana, Torino 1991, pp. 43-49 (ivi ulteriore bibiliografia).

[17] Cfr. C. BENOCCI, Roma, Villa Mattei al Celio: le sistemazioni cinque-seicentesche del giardino di Giovanni e Domenico Fontana, in “Storia della Città”, n. 46, aprile-giugno 1988, pp. 102-124.

[18] Un documento ritrovato recentemente nell’archivio Antici-Mattei confermerebbe l’attribuzione al Bernini delle due fontane citate, databili al 1646. Cfr. BENOCCI, La Villa Mattei, cit. alla nota 16, pp. 54-55.

[19] Nella prima metà del ‘700 sempre il de Brosses, visitando la nostra villa, potrà ammirare non solo i suoi giardini «vastes et découverts» e gli ambienti del palazzo e del porticato «remplis de bonnes statues antiques», ma godrà della vista dalla sommità del colle delle immense rovine delle Terme Antoniniane («on y a la vue des immenses ruines de l’Antoniane»). DE BROSSES, Le président, cit. alla nota 5, p. 253.

[20] Pubblicata in BENOCCI, La Villa Mattei, cit. alla nota 16, pp. 66-67.

[21] Sul simbolismo della tradizione classica nell’arte paleocristiana si veda G. BIAMONTE, Dal segno pagano al simbolo cristiano, in “Studi e Materiali di Storia delle Religioni”, vol. 58, n.s. XVI,1, 1992, pp. 93-123; L. DE SANTIS, G. BIAMONTE, Le catacombe di Roma, Roma 20052. Sulla figura di Ulisse in ambito cristiano cfr. G. BIAMONTE, Il mito di Ulisse e le Sirene: un supposto fenomeno di continuità fra tradizione pagana e simbolica cristiana, in “Bessarione”, Quaderno n. 11, 1994, pp. 53-80. Un tipico esempio di “cristianizzazione” di un mito classico è quello di Orfeo, il celebre cantore che ammansiva gli animali con la dolcezza del suo canto, che viene sovente rappresentato, assimilato alla figura di Cristo, negli affreschi delle catacombe romane. Tra le iconografie più celebri, quella della catacomba dei SS. Marcellino e Pietro sulla Via Labicana (odierna Via Casilina) e quella di Domitilla sulla Via Ardeatina.

[22] M. MARINELLI, Assetto del parco: lettura diacronica, in Villa Celimontana, Torino 1991, pp. 144-145.

[23] W. GOETHE, Italienische Reise, Teil 2, p. 107, in www.gutenberg.org/cache/epub/2405/pg2405.html [trad. italiana del redattore]. La recente, superba mostra Roma e l’Antico. Realtà e visione nel ‘700, ospitata nelle sale della Fondazione Roma Museo e appena conclusasi, ha ben evidenziato l’enorme influenza che esercitò Roma e la sua civiltà sulla cultura europea. Si consiglia la consultazione del prezioso catalogo edito da Skira (AA.VV., Roma e l’Antico. Realtà e visione nel ‘700, Milano 2010).

[24] Sono gli odierni viale Nilde Iotti e viale card. Francesco Spellman, con sbocco in largo Paul Harris, toponimi di cui si ragionerà per l’appunto più avanti. L’originale della statua di Diana, purtroppo acefala, costituisce, assieme ad altri marmi rimossi da Villa Celimontana (un’ara circolare di età repubblicana e due sculture virili togate, anch’esse acefale), l’arredo odierno dell’antica cappella di S. Agata appartenuta al monastero altomedievale di S. Maria in Tempulo. L’ambiente, che si trova in prossimità dell’ingresso alla villa alla Passeggiata Archeologica, è oggi adibito dal Comune di Roma ad aula per la celebrazione dei matrimoni civili. La cappella ebbe nel X secolo una nuova dedicazione a Maria e l’icona ivi venerata, nota come Madonna del Monasterium Tempuli, fu successivamente trasferita nella vicina chiesa di S. Sisto Vecchio. Attualmente è custodita in S. Maria del Rosario a Monte Mario. Un tempo tale edificio faceva parte della Villa Mattei ed era stato adibito a casale dall’ultimo proprietario del complesso celimontano, il barone Riccardo von Hoffmann.

[25] F. BISCONTI, Mestieri nelle catacombe romane, Città del Vaticano 2000, p. 117, fig. 59; p. 295, tav. IXb; D. MAZZOLENI, Epigrafi del mondo cristiano antico, Roma 2002, p. 329, fig. 10.

[26] Copie di tali basi furono collocate dall’allora Governatorato di Roma all’inizio del viale prospiciente il palazzetto. Quella di destra è stata purtroppo gravemente danneggiata, forse a causa di incidente involontario occorso nei recentissimi lavori di restauro e consolidamento del muraglione di sostruzione del terrapieno e nella sistemazione del settore dell’ex “Prato”. Si spera che alla necessaria rimozione del manufatto segua ora un celere restauro e un suo successivo ritorno in situ.

[27] Facciamo notare per completezza di informazione che la targhetta esplicativa che accompagna il reperto del museo berlinese indica come data di ritrovamento del reperto l’anno 1813 (gefunden 1813 in der Villa Mattei in Rom).

[28] STENDHAL, Promenades, cit. a nota 5, pp. 119-120 [trad. italiana del redattore].

[29] Il noto capo comunista, in servizio permanente effettivo agli ordini di Stalin, fu responsabile di aver abbandonato al loro destino i prigionieri italiani nei Gulag sovietici. La recente scoperta di una sua lettera indirizzata a Vincenzo Bianco, funzionario del Komintern, e conservata negli archivi russi prova la servile sottomissione del personaggio a Mosca. Ne riportiamo il testo come doveroso contributo al pubblico ludibrio dell’alias “Ercoli”, al quale, stando sempre nel campo della toponomastica, si è persino spudoratamente intitolata una grande arteria romana: “(...) L'altra questione sulla quale sono in disaccordo con te, è quella del trattamento dei prigionieri. Non sono per niente feroce, come tu sai. Sono umanitario quanto te, o quanto può esserlo una dama della Croce Rossa. La nostra posizione di principio rispetto agli eserciti che hanno invaso la Unione Sovietica, è stata definita da Stalin, e non vi è più niente da dire. Nella pratica, però, se un buon numero dei prigionieri morirà, in conseguenza delle dure condizioni di fatto, non ci trovo assolutamente niente da dire, anzi e ti spiego il perché. Non c'è dubbio che il popolo italiano è stato avvelenato dalla ideologia imperialista e brigantista del fascismo. Non nella stessa misura che il popolo tedesco, ma in misura considerevole. Il veleno è penetrato tra i contadini, tra gli operai, non parliamo della piccola borghesia e degli intellettuali, è penetrato nel popolo, insomma. Il fatto che per migliaia e migliaia di famiglie la guerra di Mussolini, e soprattutto la spedizione contro la Russia, si concludano con una tragedia, con un lutto personale, è il migliore, è il più efficace degli antidoti. Quanto più largamente penetrerà nel popola la convinzione che aggressione contro altri paesi significa rovina e morte per il proprio, significa rovina e morte per ogni cittadino individualmente preso, tanto meglio sarà per l'avvenire d'Italia (...)”. Per la lettera in questione cfr. www.cuneense.it/letteratogliatti.htm Se si aggiunge che nell’incontro dell’ottobre 1944 con il partito comunista iugoslavo Togliatti acconsentì alla cessione alla Jugoslavia di Tito dei territori italiani dell’Istria, Trieste, Fiume, Gorizia e parte del Friuli Venezia Giulia (cfr. M. Valle, Porzûs. I comunisti ammazzano gli antifascisti, in Storia in Rete, n.109-110, novembre/dicembre 2014, pp. 60-65), allora si comprende bene quali siano stati i suoi meriti, nell’ottica del mito resistenziale, per essersi “guadagnato” anche lui un primo posto nella toponomastica di Roma.

[30] Cfr. P. P. Harris, The founder of Rotary, Chicago 1928 e www.rotary.org

[31] Nella citata autobiografia del 1928 il principe dei rotariani, il cui pensiero sembra avere in nuce tutti i virus dell’odierna ideologia atlantico-mondialista (così apprezzata dalle oligarchie politiche di destra, sinistra e centro) che sta cancellando le identità nazionali e spirituali dei popoli europei (a tal proposito si consiglia vivamente la lettura del recente saggio di IDA MAGLI, La dittatura europea, Milano, Bur, 2010), esprimendosi in terza persona (ne lasciamo volutamente il testo in inglese affinché nemmeno uno “iota” possa essere frainteso nella traduzione), afferma: «It was not at all unusual for him to attend the services of various denominations – Ethical Culture, Christian Science, Catholic, Quaker, Theosophical, Bahite, Jewish, Methodist, Presbyterian, Baptist, and Congregational. He enjoyed them, every one, and for all he could see, each was striving to attain the same end». Cfr. HARRIS, The founder, cit. alla nota 30, p. 89.

[32] Sui restauri succitati cfr. in particolare la preziosa monografia di A. PRANDI, Il complesso monumentale della basilica celimontana dei SS. Giovanni e Paolo, Città del Vaticano 1953. Cogliamo l’occasione per denunciare, tra il silenzio e l’omertà generali, il grave e permanente stato di degrado di cui soffre, ormai da lunghi anni, la piazza dei SS. Giovanni e Paolo a causa del traffico veicolare e della sosta selvaggia. Tale intollerabile situazione è dovuta principalmente all’attività degli studi televisivi Mediaset, ivi operativi da lungo tempo. Dobbiamo presumere che tale azienda privata goda di qualche esenzione dal rispetto della normativa stradale vigente, dato che il sito in questione rientra tra quelli protetti e interdetti al traffico veicolare. Anche in questo caso l’inveterata latitanza dell’autorità municipale (passata e presente e di qualsiasi colore politico) ha contribuito e continua a favorire la pratica dell’abuso perpetuo a discapito della tutela dei monumenti e dell’ambiente.

[34] M. SIGNORILE, Cardinal Spellman's Dark Legacy, in http://www.nypress.com/article-5826-cardinal-spellmans-dark-legacy.html New York Press, 2002-05-07).

[35] Cfr. J. COONEY, The American Pope: the life and times of Francis Cardinal Spellman, New York, Times Books, 1984.

[36] Cfr. BENOCCI, La Villa Mattei, cit. alla nota 16, p. 93.

[37] G. BIAMONTE, Le ville storiche romane nel completo abbandono, in “Archeologia”, aprile 1987, p. 12.

[38] Vedi supra nota 24.

[39] SOPRINTENDENZA ARCHEOLOGICA DI ROMA, Museo Nazionale Romano. Palazzo Altemps, Roma 1997, p. 12.

 

21/02/2017


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