CULTURA 2016 

Riapre finalmente al pubblico un gioiello dell'architettura e dell'arte cristiana antiche

Santa Maria Antiqua tra Roma e Bisanzio

di Giuseppe Biamonte

Un evento straordinario di eco internazionale quello che ha avuto luogo mercoledì 16 marzo scorso nella splendida cornice tra Foro Romano e Palatino: l'inaugurazione della mostra Santa Maria Antiqua tra Roma e Bisanzio (17 marzo/11 settembre 2016), che racchiude in sé tutta la magnificenza e l'antico splendore di un gioiello ritrovato dell'architettura e dell'arte cristiana tra Tarda Antichità e Alto Medioevo. Stiamo parlando per l'appunto dell'eccezionale monumento chiesastico di Santa Maria Antiqua, scoperto dal grande archeologo Giacomo Boni agli inizi del Novecento dopo secoli di oblio e di abbandono a seguito del terremoto che sconvolse Roma nell'847. Nel VI secolo l'edificio cristiano fu inserito nell'ampliamento verso il Foro della Domus Tiberiana eretta da Caligola e ricostruita da Domiziano.

Riaperta alla fruizione pubblica, dopo lunghi anni di chiusura, gli accuratissimi restauri (2000-2015) ne hanno restituito la piena agibilità, impreziosendo viepiù il monumento con l'allestimento della mostra al suo interno. La visita non potrà non suscitare fervido consenso tra il vasto pubblico e ampia soddisfazione tra gli studiosi e gli specialisti dell'arte e dell'architettura della Roma bizantina tra i secoli VI e VIII.

Un pubblico attento e puntuale ha varcato, non senza un pizzico d'emozione e d'entusiasmo, la soglia del complesso al Foro Romano, che è apparso ai più come una vera e propria "pinacoteca" dell'arte cristiana dell'Alto Medioevo.

Nel magnifico catalogo pubblicato per l'evento[1], Francesco Prosperetti, responsabile della Soprintendenza Speciale per il Colosseo e l'area archeologica centrale, ha commentato: "La chiesa di Santa Maria Antiqua rappresenta in qualche modo un'eccezione all'interno dell'area archeologica centrale, un brano di architettura medioevale unico e forse per questo rimasto segreto per decenni, a quasi esclusivo appannaggio di studiosi, e pochi altri privilegiati, discosto dai tradizionali percorsi di visita delle antichità romane del Foro".

Protagonisti di questo positivo risultato l'esimia studiosa Maria Andaloro e gli altri curatori, Giulia Bordi e Giuseppe Morganti, ai quali va indirizzato un plauso particolare per aver portato a compimento, con scrupolo e passione, un'impresa non certo facile nell'ambito dei tanto bistrattati e negletti beni culturali italiani.

La visita inizia dal cosiddetto Oratorio dei Quaranta Martiri, che, staccato dal complesso chiesastico di S. Maria Antiqua, fu il prodotto della trasformazione dell'aula domizianea che doveva probabilmente costituire in origine il vestibolo di accesso al palazzo imperiale sul Palatino.

Suggestivo il tema iconografico che domina l'abside dell'oratorio. Qui sono riprodotti, stando all'attribuzione conferitale al momento della scoperta nel 1900, i Quaranta martiri di Sebaste. Secondo il racconto agiografico del loro martirio, questi sarebbero stati soldati romani appartenuti alla XII Legio Fulminata, i quali, a causa della loro conversione al Cristianesimo sarebbero stati martirizzati attraverso immersione in uno stagno ghiacciato. Il loro martirio sarebbe avvenuto al tempo di Licinio Valerio (308-324). Nell'affresco i martiri sono rappresentati in perizoma e con le gambe immerse nell'acqua ghiacciata. Sulla destra si scorge un loro commilitone che, dopo aver apostatato la propria fede, è rappresentato nel momento di entrare nel bagno caldo presidiato da un militare. Stando sempre al racconto agiografico Il suo posto sarà preso da un altro militare convertitosi, seduta stante, al Cristianesimo e che, riunendosi al gruppo di martiri già in acqua e rimpiazzando così l'apostata, ricostituirà il gruppo dei Quaranta. Qui, sfortunatamente, tale figura è perduta.

Usciti dall'Oratorio, si entra nel complesso di S. Maria Antiqua attraverso l'atrio della chiesa, un tempo aula orientale del complesso edilizio di età domizianea, forse sede della biblioteca ad Minervam. In età imperiale tale aula era chiusa e illuminata da finestre. Attualmente si presenta a cielo aperto. I lacerti di affresco conservati sulle pareti testimoniano una frequentazione che va ben oltre l'abbandono del complesso chiesastico dopo il terremoto del IX secolo. Sono per la maggior parte pitture votive che si possono datare dall'VIII all'XI secolo. Tra X e XI secolo una comunità di monaci latini si stabilì in questo luogo. È di questo periodo con ogni probabilità l'inserimento di una chiesa dedicata a S. Antonio.

Attraverso l'atrio si accede al corpo vero e proprio della chiesa di S. Maria Antiqua, un magistrale riadattamento degli ambienti classici secondo i canoni spaziali dell'architettura bizantina. Non va dimenticato, infatti, che l'epilogo della guerra greco-gotica sancì la definitiva vittoria di Bisanzio e l'insediamento del reggente bizantino nei palazzi imperiali del Palatino. Narsete prenderà possesso dell'antico Palatium, "a sottolineare l'importanza del sito, considerato nella sua continuità ideologica come centro del potere imperiale, sulla scia del più ampio disegno politico della renovatio imperii".[2]

L'edificio chiesastico è a tre navate; il presbiterio è affiancato da due cappelle laterali di dimensioni minori con funzione di prothesis e diaconicon.

Nella cappella di sinistra, che doveva fungere da sacrestia e che è conosciuta come Cappella di Teodoto, troviamo il ciclo pittorico più importante: quello del martirio dei Santi Quirico e Giulitta, il cui culto ebbe una vastissima diffusione in tutto l'orbis christianus antiquus (proprio di fronte a S. Maria Antiqua, nella zona dei Fori Imperiali, abbiamo la Chiesa dei SS. Quirico e Giulitta, di fondazione di VI secolo. Si veda la scheda dettagliata su questo monumento nel succitato mio contributo sulla Via Alessandrina).

Nella zona sottostante lo splendido affresco della Crocifissione, accompagnata dalle figure di Maria e Giovanni dolenti, da Longino e da un soldato romano, e dove Cristo è mostrato col costato trafitto dal quale si vedono sgorgare acqua e sangue, appare la rappresentazione di Maria Regina assisa in trono, con, sulle ginocchia, il Bambino Gesù e ai lati i principi degli Apostoli, Pietro e Paolo, affiancati da Quirico e Giulitta e dal primicerius Teodoto, un alto dignitario di corte, che, sotto il pontificato di papa Zaccaria (741-752), anch'egli raffigurato all'estremità sinistra dell'affresco con il codex gemmato in mano (sia Teodoto che papa Zaccaria sono rappresentati col nimbo quadrato in quanto viventi), fu il committente della decorazione della cappella.

Di questa cappella e della passio dei martiri di Sebaste ne parlai al convegno "Sangue e Antropologia nel Medioevo", al quale rimando per una disamina dettagliata dell'argomento.[3] Bellissime le figure dei quattro martiri (tre donne e un uomo) quorum nomina Deus scet che campeggiano nel registro al di sopra del velario sulla parete nord della medesima cappella.

L'ambiente a destra del presbiterio è denominato cappella dei Santi Medici, detti anargyroi per la caratteristica caritatevole attribuita a questi santi orientali di prestare la loro assistenza medica senza percepire alcun compenso. La decorazione, che si svolge sulle pareti a mo' di galleria di icone, risale al pontificato di Giovanni VII (705-707), pontefice di cui torneremo a parlare più avanti. Gli anargyroi più noti, qui addirittura reiterati per ben due volte sulle pareti nord e sud della cappella (quella meridionale costituisce la parete di fondo del diaconicon), sono i SS. Cosma, Damiano, Ciro e Giovanni. Ai primi, originari forse dell'Arabia ma che avrebbero appreso l'arte medica in Siria, è intitolata anche la splendida e nota basilica col magnifico mosaico del tempo di Felice IV (526-530) presso un'aula del vicino Foro della Pace.

Le pitture più conservate, sono quelle delle parete ovest dove sono rappresentate le figure dei SS. Barachisio, Domezio, Pantaleimone ed altri non identificati per mancanza o perdita delle relative didascalie.

Infine, la parete orientale, che è poi quella di accesso al presbiterio, stando all'unico frammento pittorico d'iscrizione relativo ad una figura di santa, purtroppo non identificabile, doveva presentare probabilmente una teoria di sante, sulla cui natura di guaritrici molti però sono i dubbi.

Da qui si accede, come detto, al presbiterio i cui resti pittorici della parete absidale hanno permesso di identificare ben dieci strati dipinti che vanno dalla seconda metà del IV secolo alla prima metà del IX. Nel catino absidale sarebbero state rappresentate una Maiestas Domini tra gli Apostoli Pietro e Paolo e una Maiestas Mariae tra angeli. Ma il focus dell'attenzione è subito direzionato verso la cosiddetta parete palinsesto che, come è stato sottolineato da Maria Andaloro e Giulia Bordi, è da considerarsi "il luogo simbolo della chiesa di Santa Maria Antiqua e delle sue pitture [...]. La parete palinsesto oggi appare come un patchwork di immagini che colpiscono l'osservatore per l'incongruenza compositiva, iconografica e stilistica che le contraddistingue"

Pitture succedutesi sulla stessa parete per ben tre secoli, dal VI all'VIII, e il cui strato più recente appartiene al pontificato di Giovanni VII, il già citato pontefice che agli inizi dell'VIII secolo fu protagonista di una nuova stesura pittorica nella chiesa in esame. Magnifiche sono le figure della Vergine, seduta in trono in veste di Theotokos, e del Bambino. Paradisiaco il volto del cosiddetto "Angelo Bello".

Tanti sono poi i volti, i ritratti e le figure (Sant'Anna, Santa Barbara, S. Basilio, S. Giovanni Crisostomo, S. Demetrio, S. Gregorio Nazianzeno, i papi Leone Magno, Giovanni VII, Paolo I, Teodoto), gli episodi biblici (Storie di Noè e di Giuseppe, Solomone e i Maccabei, Incredulità di S. Tommaso) e simbolici (Adorazione della Croce, scene cristologiche, Cristo tra i Padri delle Chiese occidentale e orientale, Anastasis) che appaiono solenni e maestosi sulle pareti, sulle colonne e sui pilastri di questo prezioso monumento.

Alla fase pittorica risalente al tempo del pontificato di Paolo I (757-767), oltre ai resti della decorazione dell'abside in cui appariva Cristo in trono fra i simboli dei tetramorfi e la figura stessa del papa donatore rappresentato col nimbo quadrato perché vivente, appartiene il grande affresco su più registri sulla parete est della navata sinistra. Da un magnifico velario sul primo registro inferiore si passa al grande registro mediano in cui è rappresentato Cristo in trono affiancato da una teoria di 22 figure di santi e padri della Chiesa occidentale e orientale. Sui due registri soprastanti sono invece raffigurati episodi tratti dal ciclo del Vecchio Testamento: nel registro superiore storie di Noè, in quello inferiore storie di Giuseppe.

In occasione della mostra anche la collezione di sarcofagi di S. Maria Antiqua è tornata a risplendere dopo gli accurati restauri cui sono stati sottoposti. Tutti databili fra la seconda metà del II e il III secolo d.C., essi costituiscono il frutto degli scavi di Giacomo Boni nella zona antistante S. Maria Antiqua, divenuta nell'alto medioevo una vera e propria area cimiteriale. Tra questi, si distinguono in particolare per la raffinatezza della lavorazione e la fattura artistica quello con maschere dionisiache e ghirlande e quello con vittorie alate reggenti un clipeo con ritratto della defunta. Sarcofagi pagani reimpiegati nelle sepolture cristiane qui a S. Maria Antiqua in un momento in cui nuove tematiche decorative che caratterizzeranno l'arte della tarda antichità andranno gradatamente a soppiantare quelle tradizionali del mondo classico, come ad esempio quelle legate al mondo dionisiaco. Assieme a scene relative alla vita del defunto, a quelle di caccia e di battaglia, dove si volevano sottolineare gli ideali di valore e di virtù, appaiono sui sarcofagi del III secolo, denominati "paradisiaci", tematiche di natura agro-pastorale, con scene bucoliche e campestri, che vogliono alludere ad una condizione di felicitas, di vita beata, a cui aspiravano i committenti dei sarcofagi. Accanto a questo mondo bucolico, a questo polo pastorale, dove campeggia la figura del crioforo (il buon pastore dell'arte paleocristiana), compaiono scene attinenti al mondo marino, con rappresentazioni generiche di pesca e figure di pescatori. In questo contesto agreste e marino compare inoltre la figura dell'homo intellectualis, del musikòs anér, dell'uomo dotto, del filosofo, il più delle volte accompagnato da un personaggio femminile ritratto come una musa o un'orante, spesso allusione ai defunti stessi committenti dei sarcofagi.

È in questo contesto ideologico, che affonda le sue radici nella tradizione figurativa ellenistico-romana, che si innestano le prime rappresentazioni iconografiche paleocristiane, con episodi tratti dal Vecchio e dal Nuovo Testamento, che rinnoveranno e rinvigoriranno il tessuto artistico e spirituale dell'arte tardo-antica. Le scene vetero e neotestamentarie cristianizzano così le tematiche tradizionali, potenziandone il contenuto e conferendo loro un nuovo e più profondo significato.[4]

Tutto questo trova la sua sintesi nello splendido sarcofago a vasca, conosciuto come "Il sarcofago di Santa Maria Antiqua" datato al terzo quarto del III secolo. Splendidamente restaurato, il sarcofago presenta al centro della vasca un personaggio maschile sedente su una sella plicabilis coperta da un drappo. Rivolto verso sinistra, è a piedi nudi, abbigliato alla cinica e intento alla lettura di un rotolo svolto. Alla sua sinistra è stante, in posizione frontale, un'orante in tunica e palla, con il capo velato. Essendo i volti dei due personaggi sbozzati, si suppone che essi siano i committenti del sarcofago. Tra l'orante e il "filosofo" è visibile in terra un volatile. Sullo sfondo una serie di alberi scandiscono idealmente lo spazio. Alle spalle del "filosofo" è rappresentato un pastore con ariete sulle spalle tra due ovini. All'estremità destra, scena di battesimo: un uomo barbato in abito filosofico impone la mano destra su un personaggio di aspetto giovanile stante in un corso d'acqua. In alto si vede volare una colomba. Trattasi sicuramente della scena del battesimo di Cristo operato da Giovanni. Sulla curva destra della vasca si vedono due personaggi maschili intenti forse ad aggiustare una rete da pesca.

Su tutta la superficie sinistra della vasca sono rappresentati episodi tratti dal ciclo di Giona (cfr. Gn 1-2; 4-6), la cui fortuna nell'arte paleocristiana fu dovuta essenzialmente al fatto che il profeta era considerato prefigurazione di Cristo (Giona era rimasto tre giorni nel ventre del pistrice come Cristo nel sepolcro prima di risorgere) e allusione all'universalità della Chiesa (il riferimento è alla predicazione e all'ammonimento alla città di Ninive che il Signore aveva comandato a Giona).

Al cospetto di Poseidone, raffigurato seduto in trono e munito di tridente, accanto a un vaso panciuto dal quale fa scaturire l'acqua marina, naviga verso destra, con la vela ammainata e l'insegna a prua, la nave sventurata. Su di essa si vedono due marinai: uno è rappresentato expansis manibus, l'altro mentre regge il timone. Il pistrice ha già rigettato Giona sulla spiaggia. Il profeta si riposa ora sotto la cucurbita nella tipica posa di Endimione.

Reperti artistici straordinari qui raccolti in occasione della mostra sono l'icona della Vergine e il Bambino, denominata Imago Antiqua e i magnifici pannelli a mosaico provenienti dal perduto Oratorio di Giovanni VII in S. Pietro in Vaticano. Per quanto riguarda l'icona, si tratta di un vero e proprio ritorno di questa preziosissima immagine sacra nella sua sede originaria, dopo che, a seguito del terremoto dell'847, papa Leone IV (847-855) decise di trasferirla nell'erigenda chiesa che prenderà la denominazione di Santa Maria Nova (odierna Santa Francesca Romana). Come ha acutamente osservato Maria Andaloro, nella nuova chiesa "sarà traslata [...] - come un palladio - l'icona salvata". Anche in questo caso, come abbiamo già visto sulla parete destra del presbiterio, si tratta, come l'ha definita la stessa Andaloro, di un'immagine-palinsesto, costituita dalle teste della Vergine e del Bambino realizzate a encausto verso la fine del VI secolo e conservate sotto il rifacimento delle stesse nel XIII secolo (i busti, realizzati a tempera forse agli inizi del Cinquecento, furono poi ridipinti agli inizi del XIX secolo). Insomma, un vero e proprio unicum di straordinario interesse storico-artistico, che l'abilissima operazione di distacco e trasferimento su tela incollata su tavola effettuata nel 1950 da Pico Cellini ha saputo restituire in modo ottimale alla devozione e alla storia dell'arte.

Chicca finale della mostra sono i pannelli musivi del tempo di Giovanni VII, il pontefice, che, come abbiamo visto, fu il committente del ciclo di affreschi nella chiesa del Foro, agli inizi dell'VIII secolo. Non solo: egli è anche da annoverare tra i principali protagonisti della trasformazione e del riutilizzo residenziale dei palazzi palatini, dove fece costruire l'episcopio, eleggendo qui la sua nuova residenza dopo l'abbandono della sede del Laterano. I pannelli musivi esposti a S. Maria Antiqua sono conservati nelle Grotte Vaticane (Ingresso di Cristo a Gerusalemme, Lavanda del Bambino Gesù), nel Museo Diocesano di Orte (la Vergine della Natività) e nella chiesa romana di S. Maria in Cosmedin (l'Adorazione dei Magi). Qui riuniti per la mostra, sono stati collocati nella navata sinistra di S. Maria Antiqua a documentazione del milieu culturale e artistico della Roma bizantina e altomedievale.

Secondo Maria Andaloro, S. Maria Antiqua costituisce "un avamposto nel Foro dei palazzi [del Palatino, n.d.a.]", un punto centrale della cristianizzazione del Foro Romano[5], che, come ho già ricordato, con la prima trasformazione di un'aula del Forum Pacis in chiesa dedicata ai SS. Cosma e Damiano, inaugurerà l'ingresso di culti di matrice orientale quali quelli, oltre ai due martiri anargiri, alla Theotokos, ad Adriano di Nicomedia, ai Santi Sergio e Bacco, Teodoro, Quirico e Giulitta.

Arte, architettura e spiritualità che documentano il passaggio del testimone dalla civiltà classica a quella cristiana, che ne seppe valorizzare, potenziare e vivificare la tradizione culturale attraverso una rinnovata visione dell'uomo e del mondo espressa nell'esegesi biblica e nei contenuti teologici della nuova fede.

 

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Foto di Giuseppe Biamonte

[1] AA.VV, Santa Mari Antiqua tra Roma e Bisanzio, Milano, Electa, 2016.

[2] Si veda il mio saggio L'area fra tarda antichità e Medioevo, in AA.VV., La città assente. La Via Alessandrina ai Fori Imperiali, Milano, Agorà edizioni, 2006, pp. 175-228. Il saggio è possibile scaricarlo dal link: https://www.academia.edu/14639946/La_citt%C3%A0_assente._La_Via_Alessandrina_ai_Fori_Imperiali.

[3] Cfr. G. Biamonte, Riflessioni sulla tematica del sangue dei martiri da una pittura altomedioevale della chiesa romana di Santa Maria Antiqua, in "Sangue e Antropologia nel Medioevo. Atti della VII Settimana, Roma 25-30 nov. 1991 (link: https://www.academia.edu/23379881/La_tematica_del_sangue_dei_martiri_da_una_pittura_altomedievale_della_chiesa_romana_di_S._Maria_Antiqua).

[4] Ho trattato ampiamente questo argomento nella mia tesi di laurea alla Sapienza, che ha riguardato per l'appunto la tematica dei sarcofagi paradisiaci nella critica archeologica tedesca del trentennio che va dagli anni '50 agli anni '80 del secolo scorso.

[5] Una mia ricerca specifica su tale argomento, già iniziata da alcuni anni e in attesa di pubblicazione, seguirà quella edita nel succitato volume "La città assente", che ha riguardato l'area dei Fori Imperiali.

 

05/05/2016


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