CULTURA 2017 

 

In morte dei congiunti: Ritratto inedito di tre protagonisti del XX Secolo

 

di Antonio Rossiello 

 

Nel 1942 l’Editore Ulrico Hoepli, di origine svizzera, pubblicò Il libro di Benito Mussolini “Parlo con Bruno’’ in occasione dell’incidente aereo che vide il figlio del Duce, Bruno Mussolini, morire a Pisa il 7 agosto 1941 mentre effettuava un volo di prova su di un nuovo velivolo da bombardamento a grande raggio, a causa di una avaria al quadrimotore Piaggio108 che pilotava.

Bruno fu aviatore di tre guerre, già volontario in Africa ed in Spagna, trasvolatore dei deserti e di oceani, consacrato all'eroismo nella breve parentesi di una giovinezza audace, concretizzata di fede e di amore, di passione e di battaglie.

Era caduto al posto di combattimento con negli occhi la gioia dell'ardire, una delle più recenti conquiste per le nuove battaglie e per le nuove vittorie, tipica dei pionieri e degli eroi. Volendo dar maggiori glorie alla Patria, le aveva riservato il sacrificio della propria vita.

Il libro del Duce era una lettera che il padre scriveva al figlio morto, ripercorrendo le fasi della sua breve ma intensa vita. Colmo di sentimenti e stati d'animo.

La voce che cogliamo non è quella virile ed imponente del Duce dell'Italia che parla alle folle oceaniche, bensì quella malinconica ma orgogliosa di un padre ferito dalla perdita del figlio.

Durante la lettura la mente vien trasportata in una piccola stanza dove si scorge, illuminato da una candela, l'autore mentre riporta su carta le parole rivolte al figlio.

Il duce scriveva: “Persone che non ricordo mi accompagnano alla tua stanza. Tu sei là, disteso sopra un lettuccio, immobile, con la testa fasciata fino agli occhi chiusi.

Le coperte ti coprono tutto sino al collo e sembri dormire. Sul tuo volto qualche macchia di sangue, ma i tuoi lineamenti sono intatti. Ti guardo, mi chino su di te, ti bacio.

Non oso scoprirti! Bruno! Il mio Bruno! Brunone come ti chiamavo quando ti accarezzavo con violenza i capelli.

Bruno, cos'è accaduto? Un campanello suona. Qualcuno mi dice che debbo andare al telefono. È Riccione che chiama.

La madre di Bruno domanda.

– Che cosa è accaduto? Dimmi...

– Bruno è caduto dall'aeroplano stamattina. È morto. Ti mando un apparecchio. Vieni.

Mi giunge il pianto ineguagliabile di una madre, di tua madre, Bruno.”…..

Tutte le volte che io ti ricevevo nella qualità di Capo, tu avevi il portamento di gregario.

Questi incontri a Palazzo Venezia, in una officina, in un campo, mi davano una speciale emozione.

Era un profondo duplice sentimento quello che provavo per te: mio figlio e mio soldato! Ed ero fiero dell'uno e dell'altro!......

Il mio libro è finito, Bruno, ed io prendo congedo da te.

Ho scritto un libro, ancora un libro, ed ora che sono giunto all'ultima pagina, uno strano pudore mi consiglierebbe di lasciarlo inedito, di non farlo circolare fra la gente, di non sottoporlo agli estranei e forse questo potrebbe essere anche il tuo desiderio, schivo com'eri della soverchia pubblicità.

Ma questo libro non è un'apologia, non è un'esaltazione: è un racconto, un semplice umano racconto e come tale lo affido specialmente ai giovani perché traggano ispirazione dalla tua vita esemplare….

Il nome dei Mussolini ha avuto dal tuo vivere e dal tuo morire il sigillo di una nobiltà imperitura.

Nelle molte generazioni dei Mussolini, vi è ora un giovane capitano che veramente, fascisticamente sdegnava «la vita comoda», che di tutte le attività scelse la più rischiosa, che servì in pace e in guerra l'Italia e che nell'adempimento del suo dovere di soldato morì.

Tutto quello che io ho fatto o farò è nulla a paragone di quanto tu hai fatto. Una sola goccia del sangue che sgorgò dalle tue tempie lacerate e scorse sulla tua faccia impallidita, vale più di tutte le mie opere presenti, passate future. Poiché solo il sacrificio del sangue è grande; tutto il resto è effimera materia…..Solo il sangue è spirito, solo il sangue conta nella vita degli individui e in quella dei popoli: solo il sangue dà la porpora alla gloria.

Prendo congedo da te, Bruno. Quanto tempo dovrà trascorrere prima che io discenda nella cripta di San Cassiano per dormire accanto a te il sonno senza fine?’’

Anche il fuhrer Adolf Hitler aveva sofferto per la morte della propria madre Klara Pölzl (Weitra, 12 agosto 1860 Linz, 21 dicembre 1907) cattolica devota, che frequentava la chiesa regolarmente.

La morte della madre colpì profondamente il giovane Adolf, come si evince nelle frasi Hitler nutriva un senso di devozione profonda verso la madre, mentre non era molto in sintonia col padre, del quale criticava l'autoritarismo e il comportamento libertino e la passione smodata per gli alcolici, tanto che alla morte della madre ebbe a dichiarare: «Mi parve che il mondo intero mi fosse crollato addosso; mi ritrovavo senza la mia stella polare, a dover prendere le decisioni in prima persona...».

Alla morte del padre invece non dedicò molte parole: «Non posso certo dire di aver provato un gran dolore...».

Hitler fu annichilito dalla morte della madre, tanto che il medico che aveva in cura la donna testimonierà che mai aveva visto un ragazzo così distrutto dal dolore. Hitler, una volta divenuto dittatore, istituirà la Giornata della madre tedesca, con tanto di onorificenze paragonabili alle medaglie militari note come "Croce di Ferro", proprio nel giorno del genetliaco della madre, che cadeva il 12 agosto. Inoltre, anche un ritratto della madre Hitler lo teneva sulla scrivania alla Cancelleria, sul comodino delle sue camere da letto, ivi inclusa quella del bunker ove si suicidò.

Il 14 gennaio 1907 alla madre, già da alcuni mesi incapace di dormire per i prolungati dolori al petto, venne diagnosticato un carcinoma mammario ulcerato in stadio avanzato e subì una mastectomia radicale una settimana dopo; l'intervento chirurgico risultò del tutto inutile, a causa della diagnosi tardiva.

Per tutto il 1907 Hitler si prese cura della madre e dell'appartamento in cui vivevano. A soli quattro anni dalla morte del marito, Klara morì a Linz all'età di 47 anni all'alba del 21 dicembre 1907 ("Il Natale peggiore di tutta la mia vita" ebbe ad affermare Hitler a Mussolini durante l'ultima visita che il dittatore italiano fece al Führer nel 1944 alla "Tana del Lupo").

Il medico che curò invano la madre di Hitler era ebreo, tale Eduard Bloch, e non soffrì alcuna persecuzione durante tutto il regime hitleriano.

Hitler gli espresse tutta la sua gratitudine per aver tentato invano di salvargli la madre: «Sappia che non lo dimenticherò mai!».

Il punto di partenza sarebbe la constatazione della presenza del Complesso di Edipo; moltissimi studiosi ritengono che, partendo dai sentimenti di affetto morboso che provava per la madre, Hitler avesse individuato nel padre un nemico da combattere e da abbattere, come hanno scritto di lui gli psicoanalisti più famosi Freud, Fromm ed altri di religione semita.

A causa della situazione economica disagiate della famiglia di Hitler, a quel tempo, Bloch si faceva pagare un onorario ridotto e a volte non prendeva soldi affatto.

Diciotto anni dopo, Hitler gli riservò un ringraziamento speciale attraverso un memoriale apposito (Ich werde Ihnen ewig dankbar sein).

Anche nel 1937 parlò di lui e lo chiamò un "Edeljude" (ebreo nobile). Nel 1938 Bloch scrisse una lettera a Hitler in cui chiese aiuto e quindi fu messo sotto protezione speciale dalla Gestapo: era l'unico ebreo a Linz con tale privilegio.

Bloch rimase nella sua casa fino a che le formalità per la sua emigrazione non furono completate.

Nel 1940 emigrò negli USA e visse nel Bronx, a New York, senza esercitare più la professione medica, dato che la sua laurea non era riconosciuta negli Stati Uniti.

Nel 1941 e nel 1943 fu contattato dall'ufficio dei servizi strategici (predecessore della CIA) per ottenere delle informazioni sull'infanzia di Hitler.

Bloch pubblicò le sue memorie dei rapporti con il Führer nel settimanale Collier's Weekly, in cui scrisse che Hitler era l'uomo più triste che avesse mai visto quando fu informato della morte imminente della madre.

La madre di Hitler era una donna molto pia e gentile: Sie würde sich im Grabe herumdrehen, wenn sie wüsste, was aus ihm geworden ist ("Si rivolterebbe nella tomba se sapesse cosa ne è stato di lui").

Malgrado l'affetto evidente di Hitler verso Bloch, il venticello delle calunnie sulle sue origini dell’antisemitismo da tale evento luttuoso non si è fermato. Fra le conoscenze di Bloch vi era inoltre Hedda Wagner, un'autrice e sostenitrice dei diritti delle donne, che scrisse un libro dedicato a lui.

Hitler precursore dell’ecologia, dell’affermazione delle donne e di una libertà autorevole? Fu veramente antisemita? Lui che probabilmente discendeva da avi o aveva indirette origini ebraiche? Come fu possibile la sua trasformazione?

Per non parlare del “mostro” Iosif Vissarionovič Džugašvili, detto Stalin, che al funerale (1907) della sua prima moglie, Ekaterina Svanidze, nata in Georgia il 2 Aprile 1885, disse ad un amico che, insieme a lei, era morto ogni sentimento umano in lui. Successivamente aveva sposato Nadežda Sergeevna Allilueva o Allilujeva (Надежда Сергеевна Аллилуева), figlia del rivoluzionario Sergei Alliluev e della moglie Ol'ga.

Incontratisi per la prima volta da bambini, poiché suo padre Sergei Alliluyev offrì riparo al giovane Stalin in occasione della fuga dalla prigione avvenuta nel 1908. Dopo la rivoluzione, Nadežda fu impiegata di fiducia nell'ufficio di Lenin. La coppia si sposò nel 1919, quando Stalin aveva già 40 anni. Dal matrimonio nacquero due figli: Vasilij Džugašvili (1921-1962) e Svetlana Allilueva (1926-2011).

L'8 novembre 1932, in occasione dell'anniversario della rivoluzione, fu dato un banchetto al Cremlino, durante il quale Stalin fu estremamente scortese nei confronti di sua moglie. Le versioni dell'accaduto sono diverse: alcuni hanno riferito che il dittatore arrivò anche a gettare su di lei una sigaretta accesa. Nadežda lasciò la cena e si ritirò nella sua stanza, accompagnata dalla Molotova, che riferì di averla lasciata più tardi ormai tranquillizzata.

Dalla testimonianza resa dopo la morte di Stalin da Nikolaj Vlasik, capo della sua scorta, emerse che quella notte Nadežda telefonò alle guardie del corpo chiedendo del marito e l'ufficiale in servizio le rispose che non era al Cremlino ma nella sua dacia fuori città in compagnia della moglie di Gusev. Il giorno dopo Nadežda Allilueva fu trovata morta, uccisa da un colpo di revolver, verosimilmente suicidatasi.

Aveva 31 anni. Quanto alla reazione di Stalin di fronte alla morte della moglie, lo storico Robert Conquest scrive che «fu l'unica occasione in cui gli videro gli occhi pieni di lacrime».

Un’altra donna riuscì a toccare il cuore di quell'uomo tanto duro. Marija Veniaminovna Judina (nata a Mosca il 9 settembre 1899), una pianista sovietica, riuscì a far commuovere ed "ammansire" il terribile dittatore grazie al misterioso e potentissimo linguaggio della musica.

Stalin ascoltò alla radio il suo concerto dal vivo per pianoforte in La maggiore di W. A. Mozart.

La pianista fu così chiamata nel cuore della notte e portata in uno studio di registrazione dove era stata allestita una piccola orchestra.

Una leggenda, vuole che, una volta ascoltata la registrazione, Stalin scoppiò in lacrime.

Dopo aver ricevuto il disco, Stalin donò alla Judina una cospicua somma di denaro.

La Judina lo ringraziò, ma si permise il lusso di rimproverarlo in modo piuttosto sferzante: "La ringrazio: darò i soldi che mi sono stati donati alla mia chiesa e pregherò per Lei perché il buon Dio La perdoni per tutte le atrocità che ha commesso verso il popolo".

Stalin, di solito assolutamente intollerante verso ogni forma di critica nei suoi riguardi, non prese alcun provvedimento.

Vittime o carnefici, di qualsiasi colore politico, credo religioso e stato sociale, tutti, se autentici esseri umani e non irriducibili egoisti/egocentrici, hanno uno stallo quando muore un congiunto strettissimo.

Circostanziando l’argomento al lato politico, si ricordino Piero Gobetti, Giacomo Matteotti, per non citarne altri del passato, mentre approdando ai tempi recenti, quando persero la vita, o perché vittime di omicidio o per conseguenze successive ad aggressioni di natura politica o pseudo-politica, giovani come Mikis Mantakas, i fratelli Mattei, Sergio Ramelli, ed ancora Giorgiana Masi, Mauro Rostagno, o ancora Francesco Lo Russo, Benedetto Petrone ed altri.

Immagino già alcuni volti storcere il naso e la bocca, non gli va proprio giù questo discorso. Ma non è questo di cui voglio discorrere, ora, a distanza di meno di un anno dal 22 aprile 2018, quando correrà il centenario della nascita di Bruno Mussolini.

Ciò che mi preme è fare un parallelismo circa la sofferenza psicologica, provocata ai propri congiunti, fra la morte storica di un uomo, un essere umano, un eroe cui fu conferita la Medaglia d’Oro al Valore Aereonautico, accompagnata da un elogio delle autorità di Stato del tempo, e la dipartita di un qualsivoglia comune congiunto: madre, padre e ancor più di un figlio.

Redigo questo breve articolo per onorare la memoria di mio padre Francesco, scomparso il 31 dicembre 2008 e, più recentemente, della dipartita di mia madre, Maria Lucrezia Zingarelli, il 13 luglio 2016, eventi che più di ogni altra cosa hanno sconvolto e addolorato la mia vita metafisica, interiore e sociale, non avendo al momento una propria vita affettiva autonoma, permanente e solida, dati gli egoismi delle persone che volenti o nolenti frequentiamo, nè un afflato vitale su cui fare affidamento né trovare un’ammortizzazione più candida possibile dei dolori dell’anima che un vero essere umano prova, se non è un grezzo zώon politikón o un autentico animale e basta.

Ci si sente come un tenero Jacopo Ortis o un sofferente giovane Werther.

E siatene certi di questi elementi fra buzzurri e borghesi apatridi ne siamo circondati, ognuno è alla ricerca vanitosa della realizzazione del proprio ego e del proprio particulare guicciardiniano.

 

14/06/2017


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