ECONOMIA 2010


LA FIAT DEVE PRODURRE IN ITALIA


Di Filippo Ghira

L’Italia si sta deindustrializzando e il suo destino sembra quello di doversi trasformare in un semplice mercato di sbocco per beni di consumo prodotti in altri Paesi. La crisi dell’auto è in tal senso esemplificativa. La decisione della Fiat di chiudere entro il 2012 la produzione di auto nello stabilimento siciliano di Termini Imerese, considerato troppo lontano dalle grandi arterie di comunicazione perché le auto lì prodotte siano concorrenziali in un mercato globale, è stato l’ultimo atto di una vicenda storica iniziata con la decadenza produttiva della marca torinese che continua a scontare oggi la sciagurata gestione della società condotta da Cesare Romiti all’insegna della finanza piuttosto che della produzione. Il manager romano, imposto agli Agnelli nel 1976 da Enrico Cuccia, leader maximo di Mediobanca, basò la sua azione sull’equilibrio interno della Fiat holding, un equilibrio da raggiungere anche attraverso ardite operazioni di ingegneria finanziaria tra le società controllate dalla casa madre ed operanti nei più svariati settori. Quello che ne risentì fu però il settore dell’auto che vide emarginati e poi eliminati dall’azienda due dirigenti, come Vittorio Ghidella e Giorgio Garuzzo, che conoscevano vita, morte e miracoli del mercato dell’auto. Il ridimensionamento dell’auto consistette soprattutto ad una minore attenzione alla qualità del prodotto, un fatto che portò alla nascita di due modelli che i clienti ancora ricordano con raccapriccio: la Duna e la 126 prodotta nello stabilimento polacco che per usare un eufemismo certo non brillavano per la loro qualità. Due modelli che contribuirono, grazie al classico passa parola, a diffondere una immagine non idilliaca delle auto torinesi. La Fiat, che negli anni settanta era seconda in Europa per numero di vendite in Europa dopo la Volkswagen, è scivolata adesso al quinto posto e nemmeno le vendite della Grande Punto sembrano in grado di poter invertire la tendenza. La morte di Gianni Agnelli nel 2003 rappresentò per la Fiat un colpo mortale perché fece saltare tutta quella rete di rapporti, con la politica e le banche, che fino a quel momento avevano rappresentato un maniero quasi inespugnabile al quale pochi avevano avuto l’ardire di dare l’assalto. L’ultimo che ci aveva provato era stato Massimo D’Alema che da presidente del Consiglio, nel 1999, aveva avallato la scalata di Colaninno alla Telecom. Scalata ostile perché Telecom era controllata con appena il 6% da una cordata formata da Agnelli e da azionisti “amici”. Una scalata che vide schierata contro la Fiat, e contro gli Agnelli, un alleato storico come Mediobanca.
Oggi gli Agnelli-Elkann hanno consegnato il potere esecutivo in azienda a Sergio Marchionne (nella foto) che ha lanciato allo stesso tempo l’operazione di integrazione con la Chrysler, voluta anche da Barack Obama, ed il raddoppio della capacità produttiva dello stabilimento polacco di Tychy. Per non parlare degli investimenti previsti nello stabilimento brasiliano di Betim, nello Stato di Minas Geiras e della riapertura del 2008 dello storico stabilimento argentino di Cordoba. Tutte realtà dove il costo del lavoro è inferiore di quello italiano. La Fiat guarda quindi oltre frontiera considerandosi, come in effetti è, una società multinazionale. Da qui la decisione di produrre all’estero e di chiudere in Italia, nonostante che gli stabilimenti nel Sud siano stati costruiti con contributi pubblici a fondo perduto che avevano come concambio l’impegno a mantenere un certo livello di occupazione.
Significativo appare quindi il commento del segretario nazionale della Uil, Luigi Angeletti. “Il vero problema in Italia - ha spiegato - è che noi produciamo poco più di un terzo delle auto che compriamo. L'Italia – ha ammonito - non può essere semplicemente un mercato. E' questa la questione che bisogna porre alla Fiat, essendo l'unico produttore automobilistico del Paese”. In Italia, ha concluso, bisogna arrivare a produrre 1 milione e 100 vetture. Solo così non ci sarebbero problemi per gli stabilimenti.

09/05/2010


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