ECONOMIA 2013

 

Fiat chiama, Ugl risponde
 

di Giannino Stoppani
 

Torna di grande attualità (per disgrazia dei lavoratori italiani) la vicenda Fiat, che, a questo punto della situazione, sarebbe più corretto chiamare Chrysler-Fiat. Giovedì 16 maggio l’agenzia di stampa americana Bloomberg (non dunque i soliti “complottisti” di Rinascita), in un lungo e circostanziato articolo a firma Tommaso Ebhardt e Mark Clothier

http://www.bloomberg.com/news/2013-05-15/fiat-mulling-post-merger-relocation-may-boost-michigan.html

ha raccontato (da leggere sono anche i commenti di alcuni lettori che appaiono nel blog) dell’intenzione della famiglia Agnelli-Elkann, tramite il loro proconsole svizzero-canadese Sergio Marchionne, di trasmigrare negli Usa (con ovvia chiusura degli stabilimenti italiani non più “concorrenziali”), dopo la fusione con la Chrysler. I piani della più grande industria italiana, stando sempre a quanto riportano gli articolisti statunitensi, hanno scatenato turbamento e preoccupazione nei sindacati e nella classe politica nostrani (“…sparked concern among italian unions and politicians about the plans of the country’s biggest manufacturer”).


La precisazione sulla “preoccupazione” dei politici e dei sindacati di regime su quanto sta bollendo in pentola al Lingotto e sul prossimo pacco, doppio pacco e contropaccotto che saranno rifilati ai lavoratori italiani e allo stato (la esse minuscola è voluta), farebbe sorridere se la tragedia non fosse dietro l’angolo e tutta sulle spalle dei soliti noti.


Sulla classe politica italiota, passata e presente, e sulla sua sottomissione ai desiderata della Fiat non vale spendere nemmeno una parola. I fatti, ormai storici, sul foraggiamento degli Agnelli & C. con soldi pubblici per scongiurare l’atavico ricatto di licenziamenti ad libitum e mantenere livelli occupazionali decenti sono arcinoti e allo stesso tempo disonorevoli per l’Italia.


Quello invece che ci indigna profondamente è l’atteggiamento ipocrita e doppiogiochista di certi sedicenti rappresentanti dei lavoratori (leggi Cisl, Uil, Ugl, Fismic, la Cgil in questo caso si è salvata in zona Cesarini) che, proprio sulla vicenda Fiat, nonostante il flop a suo tempo registrato dal “plebiscito” di Pomigliano, dopo aver firmato la resa senza condizioni, con le sole eccezioni della Fiom e del sindacalismo di base, dopo aver accettato una pressoché totale deregolamentazione delle condizioni lavorative, dopo aver avallato lo stravolgimento del CCNL, dopo aver contribuito alla volatilizzazione della busta paga, ancorando sempre più il salario agli straordinari (divenuti obbligatori), alle indennità ballerine e ai premi di produttività, insomma dopo aver concretamente cooperato con la Fiat all’aggiramento e allo svuotamento dei principi contenuti nella legge 300, principi irrinunciabili che riguardano la dignità e i diritti fondamentali dei lavoratori - vedi l’articolo specifico in

http://www.rinascita.eu/?action=news&id=2862

solo ora che i buoi sono scappati dalla stalla e la loro corresponsabilità per quanto sta accadendo è messa a nudo dall’amara realtà, che tra l’altro era facilmente prevedibile, fanno finta di preoccuparsi, ma a voce molto bassa e con dichiarazioni sommesse, politicamente corrette e finalizzate a perpetuare il gioco delle parti.


Fra queste ci è balzata agli occhi e al naso (abbiamo infatti percepito un forte olezzo di excusatio non petita per la passata “cooperazione” con l’azienda) quella furbesca e, a dir poco, rocambolesca di Giovanni Centrella (non avendolo fatto mai in precedenza, vogliamo qui dedicare un plauso particolare al confezionatore di tutte le dichiarazioni centrelliane che mostrano sempre estro e fantasia a iosa), l’ex metalmeccanico a capo della Unione Generale del Lavoro (per “procura” dell’on. pidiellina Renata Polverini), che dal portale del sindacato di Via Margutta ha tirato un timido buffetto sulle gote paffutelle del manager in pullover: “Sergio Marchionne probabilmente sta valutando da anni, non in questi giorni, la possibilità di trasferire la sede Fiat da Torino agli Usa ed è anche per evitare questo se dal 2010 abbiamo fatto degli accordi per migliorare la produttività.

 

Fondamentale è che in Italia restino almeno le braccia cioè gli stabilimenti e quindi i lavoratori”. Traducendo dal sindacalese, secondo il Centrella-pensiero l’Ugl e gli altri sindacati vestiti di giallo canarino avrebbero soggiaciuto al diktat della Fiat per la salvezza degli stabilimenti e dei lavoratori italiani. La realtà sembra invece essere ben diversa e triste: qui da noi non resteranno né fabbriche né lavoratori, con buona pace di chi (guarda caso sempre lo stesso Centrella) tre anni fa, facendo eco alle dichiarazioni padronali del duo Elkann-Marchione, elogiava spudoratamente quel prototipo di contratto capestro affermando testualmente dalle colonne del mensile patinato dell’Ugl: “(…) noi vogliamo accettare la sfida perché sappiamo che nel momento in cui firmeremo un accordo con il Gruppo Fiat, quell’intesa rappresenterà un modello per tutte le aziende del settore metalmeccanico in Italia (…)” (La Meta Sociale, n. 4 aprile 2010, p. 10). In effetti, analizzando nel dettaglio gli sviluppi del caso Pomigliano, il segretario forse un po’ di ragione l’aveva.

 

Quel modello non solo è servito da “prototipo virtuoso”per le altre aziende del settore ma, come facilmente predicemmo a suo tempo, ha fatto anche da apripista alla precarizzazione del lavoro in molti altri comparti produttivi.


La botta conclusiva che sta per colpire ora i lavoratori metalmeccanici, grazie al contributo fattivo dei sindacati “cooperanti”, è talmente forte che l’Ugl, nei giorni 16 e 17 maggio, ha organizzato in quel di Pomezia una conferenza-show, cd. programmatica, con la partecipazione delle proprie Rsa del gruppo Fiat. Dopo il profluvio di parole al vento (impegno, certezze, confronto, occupazione giovanile, momento difficile, etc.) e di dichiarazioni in passerella che definire kafkiane sarebbe davvero riduttivo (per credere basta visionare

http://webtv.ugl.it/category/eventi/conferenza-rsa-fiat-ugl/

nel mazzo cogliamo quella di Gaetano Altobelli, Rsa Ugl di Pomigliano, che lamenta, stupefatto, che la Fiat non abbia mantenuto gli “impegni” e che 1400 persone stiano ancora aspettando di rientrare a Pomigliano), la mozione finale votata all’unanimità recita: “Impegno a sollecitare le istituzioni affinché non passi sotto silenzio la vicenda dei lavoratori di Irisbus e Termini Imerese, garantendo futuro e prospettive a persone attualmente senza risposte, e la richiesta di chiarimenti e certezze sulle missioni produttive per gli stabilimenti Fiat di Mirafiori e di Cassino, in virtù delle rassicurazioni dell’amministratore delegato Sergio Marchionne sul fatto che tutti i siti italiani resteranno attivi”.

 

Se questo è il proclama di “lotta” della Ugl - tutto imperniato sulle “sollecitazioni alle istituzioni” e sulle “rassicurazioni” dell’amministratore delegato della Fiat che le fabbriche non chiuderanno – allora i lavoratori metalmeccanici, loro sì, non potranno che essere assaliti da seri turbamenti e sapranno certamente chi ringraziare nel momento in cui si troveranno disoccupati.


Quale sarà il futuro della Fiat e cosa ne pensa la stragrande maggioranza dei metalmeccanici delle “lotte” sindacali dell’Ugl e degli altri confederali a loro tutela?


Mah, parafrasando lo spot vaticano sull’8 per mille non ci resta che chiederlo direttamente a loro!
 

23/05/2013


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