ECONOMIA 2014

 

Fiscal Compact, l’elisir ammazza Italia

 

di Giuseppe Biamonte

 

Il 2 marzo 2012 i paesi della cosiddetta Unione Europea sottoscrivevano il diktat-capestro noto come "Fiscal Compact", vale a dire il famigerato Trattato sulla stabilità, il coordinamento e la gestione delle economie dei paesi Ue. Un fantomatico toccasana, ben congegnato dalla cupola eurocratica (i cui membri, è bene ricordarlo, non sono elettivi), che a detta degli ideatori avrebbe portato stabilità e crescita nelle economie europee.

 

In verità il trattato servì per svuotare i singoli Stati di una consistente fetta di sovranità economica e politica da trasferire a un Ente sovranazionale, di natura privatistica e vampiresca, chiamato impropriamente Unione Europea. I suoi effetti disastrosi non si sono fatti attendere.

 

Ne sanno qualcosa l’economia e lo stato sociale di paesi quali la Grecia e la Spagna. Le ganasce poste alle casse pubbliche dei singoli Stati dell’Unione, con il miraggio della parità di bilancio, hanno fatto sì che il mostro creato in laboratorio potesse intervenire, in modo particolare, sulla politica fiscale dei governi fantoccio europei. In altre parole, via libera a tasse, balzelli e vessazioni fiscali varie a carico degli inermi e incolpevoli cittadini-lavoratori.

 

Partendo dall’assunto che uno Stato non può mai fallire – esempio lapalissiano, durante la crisi del ’29, innestata anche allora dai soliti noti, furono i provvedimenti economici per il rilancio dell’economia e dell’occupazione presi negli anni Trenta in Germania e in Italia, (in primis attraverso la messa in cantiere di colossali opere pubbliche) che hanno permesso di schivare gli scogli perigliosi senza danni letali - il trucco del risanamento ad ogni costo è stata la cartina di tornasole di questi eurocrati dai lunghi e aguzzi canini per promuovere interventi di rapina, chirurgicamente mirati, volti all’accaparramento, attraverso la loro svendita, di quei settori produttivi, soprattutto in Italia, tuttora in mano pubblica e in buona salute (vedi Eni, Enel, Finmeccanica).

 

I talebani liberal-liberisti, fautori delle privatizzazioni selvagge, avevano già iniziato anni addietro, al grido di "l’Europa lo vuole", il saccheggio delle economie nazionali, prima col Trattato di Maastricht nel novembre del 1993, poi, a seguire, col Patto di stabilità e crescita nel 1997.

 

E il risultato di tale crescita è sotto gli occhi di tutti: lavoro sempre più precario e pagato sempre meno; famiglie alla canna del gas e migliaia di lavoratori nel baratro della povertà; contratti di lavoro scaduti da anni, rinnovi col contagocce ma solo se il sindacato sottostà ai desiderata dei padroni del vapore.

 

Nella tragicommedia eurocratica un posto d’onore, per quanto riguarda l’Italia, spetta ai responsabili della politica nostrana.

 

La vigilia (guarda caso) degli ultimi ludi cartacei europei ci ha mostrato, in tutta la sua miserevole realtà, quale sia il grado di serietà e di attendibilità dei politicanti nostrani appartenenti ai due blocchi-fotocopia.

 

Alcuni di loro, infatti, hanno recitato la parte dei pentiti, facendo finta di sconfessare quanto da loro obbedientemente sottoscritto a suo tempo a Bruxelles.

 

Casi eclatanti sono stati quelli di Fassina, ex viceministro all’Economia e responsabile economico del PD che ha candidamente ammesso: "fu un errore firmare il Fiscal Compact", cui ha fatto subito eco l’ex satiro di Arcore, che ha bollato il trattato come un’imposizione della teutonica culona.

 

Fatto sta che le marionette resteranno sempre marionette e non potranno mai rivestire il ruolo di pupari, che spetta sempre ai loro manovratori.

 

Per non restare al palo ora anche il cinguettatore fiorentino, sempre più in affanno coi propri elettori e sostenitori, finge, nella sua eccelsa abilità di venditore di fumo e di balle stratosferiche, di ribellarsi alla troika dell’usura (Bce, Ce, Fmi), come se fosse lui a dirigere la scassatissima baracca italiota.

 

La realtà è ben altra. Con un rapporto Pil/debito pubblico al 135% il destino dell’Italia potrebbe essere tra non molto la bancarotta.

 

I tagli forsennati alla spesa sociale, ma non allo scandaloso costo della politica, sono serviti finora soltanto a coprire in qualche modo il buco determinato dagli interessi usurai pretesi dalla finanza internazionale che specula sul debito italiano.

 

Ben venga, certamente, il referendum abrogativo del Fiscal Compact promosso da un gruppo di economisti cosiddetti bipartisan.

 

Ma, temiamo, che abrogare quattro articoli del trattato non sarà sufficiente.

 

Per scongiurare l’avverarsi delle profetiche parole del grande Drieu La Rochelle:

 

"Povera Europa, ti abbandoni ai quattro venti del tuo disastro. E non lo sai. Sarai morta senza saperlo"

 

il mostro va abbattuto e non soltanto indebolito.

 

06/09/2014


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