INTERVISTE 2013

 

Intervista a Vittorio Russo: L'Italia nel cuore

 

di Giovanna Canzano

 

Giovanna Canzano intervista VITTORIO  RUSSO: L’India nel cuore

 

9 gennaio 2013

 

…“Mi piace qui ricordare, come ho scritto nel mio libro L’INDIA NEL CUORE, che per esempio in India esiste il divorzio, ma è solo una legge civile in un paese democratico, regolarmente disattesa come tante. Nella realtà quotidiana, di fatto, esso non ha senso semplicemente perché non si possono rimuovere intrecci, nodi e legami così radicati da diventare quasi sempre definitivi”. (Vittorio Russo)

 

Canzano – Gi avvenimenti di queste ultime settimane, vogliono far credere all'occidente che l'India è un Paese che si sta occidentalizzando, e, che c’è spazio anche per l’uguaglianza per le donne?


RUSSO – Purtroppo non è così. Quando si parla di India occorre non perdere mai di vista dimensioni e quantità. L'India è un Paese di un miliardo e trecento milioni di abitanti delle etnie più svariate e con le tradizioni più diverse. E' un continente che ha quasi il doppio della popolazione dell'intera Europa con culture, genti e mentalità che hanno fra loro distanze siderali rispetto ai centimetri delle lontananze dei popoli europei. Detto questo, si deve aggiungere che una storia plurimillenaria ha stratificato diffidenze e modi di essere accentuando quasi sempre e nella maniera più grossolana un maschilismo esasperato che riduce la donna a livello di cosa. Ritengo che questo atteggiamento sia la conseguenza e l’espressione prima delle religioni (e non solo quelle indiane).

Voglio dire che l’ottusità del maschilismo, niente affatto propria dell’India, procede dalle fedi religiose (tutte indistintamente, in Oriente come in misura minore in Occidente) che ponendo l’uomo al centro di tutto fanno della donna una essere a lui costantemente subordinato. Quello che straordinariamente sta avvenendo in questi giorni in India, ovvero il gran fracasso che poche migliaia di persone stanno suscitando intorno alle quotidiane violenze sulle donne è tuttavia solo un quasi impercettibile lamento. Poche migliaia di persone sono niente più che gocce d’acqua in un oceano. La voce arriva a noi in Occidente, per fortuna, e questo suscita emozione e disgusto.

L’India ufficiale non può non tenerne conto. Ci saranno condanne severissime. Ma non molto cambierà da qui a qualche giorno, quando le voci si spegneranno.

Lo spazio per l’uguaglianza delle donne è rivendicato in realtà da una minoranza progressista e svincolata dai costumi del passato. Una minoranza che crescerà, certo, ma prima che abbia la capacità di incidere realmente sulle consuetudini passerà del tempo, tanto tempo.

Consuetudini irriducibili, infatti, fanno della donna nella società ortodossa indiana una creatura priva di diritti, legata essa per prima alla mentalità irriducibile del purdah, ovvero la separazione dei sessi con l'obbligo per le donne di coprire il proprio corpo per nasconderne le forme in presenza di uomini. Insomma, una barriera tra loro e il mondo. La donna indù ha come modello ideale Sita, la moglie del dio Rama, discreta e fedele allo sposo che segue come un’ombra, fino alla morte. Perché proprio questo nella prospettiva dell’Induismo prescrive il dharma. Ora, che uno sparuto numero di giovani progressisti e aperti all’Occidente, urli e condanni l’abominio delle violenze sessuali, trovando l’assenso formale della middle-class e delle istituzioni del Paese, è un gran bene, ma non significa molto. In centinaia di migliaia di villaggi dell’India, tagliati spesso fuori dal mondo, non è arrivata nemmeno l’eco di questo grido di condanna. Questa è purtroppo l’amara realtà. Per capire come è vista la donna nella prospettiva tradizionale occorre ricordare che in questa terra gli unici pregi di una donna consistono nella devozione e nella castità cui essa è educata fin dall’infanzia. Va da sé che sono qualità riservate esclusivamente allo sposo. Devozione e castità sono tutto quello che realmente una donna indiana possiede e quando la sola persona cui esse sono consacrate non c’è più, non ha senso la vita stessa della sposa. Questo spiega la frequenza delle sati (il suicidio rituale delle donne che si lasciavano bruciare vive sui roghi dei mariti morti) nei tempi passati.

Tanto radicato è questo valore dell’onorabilità del sacrificio delle vedove che la proibizione per legge della sati da parte degli inglesi, agli inizi del 1800, si è tradotta nell’emarginazione cui oggi la donna nella tradizione indiana è condannata. Questo perché nell’interpretazione corrente, la moglie che sopravvive allo sposo rappresenta una vergogna per la famiglia. La logica di questa concezione è sempre la stessa: una donna in India non ha nulla e una vedova ha ancora meno, perché onore e dedizione, a una vedova non servono più. Questo spiega perché in questo Paese si concentri pure il più elevato numero di suicidi femminili, in massima parte di vedove, ma non solo, delle classi più umili. Si tolgono la vita non meno di diecimila donne ogni anno ingerendo pesticidi o, la maggioranza, dandosi fuoco, ma potrebbe essere una stima per larghissimo difetto. Si sa però che il più delle volte si tratta di spose bruciate vive nell’ambito della famiglia del marito quando non è stato onorato il pagamento della dote convenuta o quando la promessa di onorarlo non è stata mantenuta. Questi drammi sono normalmente catalogati come incidenti domestici. Malgrado la sensibilizzazione per inibire il sistema della dote, questo è un costume così antico che, accentuato anche dalla cupidigia, non sarà agevole rimuovere. Mi piace qui ricordare, come ho scritto nel mio libro L’INDIA NEL CUORE, che per esempio in India esiste il divorzio, ma è solo una legge civile in un paese democratico, regolarmente disattesa come tante. Nella realtà quotidiana, di fatto, esso non ha senso semplicemente perché non si possono rimuovere intrecci, nodi e legami così radicati da diventare quasi sempre definitivi. Ricordando le poche centinaia di separazioni celebrate a Mumbai, una città di quasi quattordici milioni di abitanti, importanti testate giornalistiche cittadine esprimevano di recente perplessità e stupore circa l’accoglimento del divorzio e altri costumi occidentali che sconvolgono quelli tradizionali dell’India! Il matrimonio, in realtà, non è solo l’unione degli sposi ma anche quella delle loro famiglie. Il fatto poi che esso avvenga nell’ambito della stessa casta, rappresenta un’ulteriore barriera dell’irreversibilità del vincolo.

Un’altra infame consuetudine vuole che se la sposa (normalmente bambina) rimane vedova, non potrà risposarsi. Saranno infranti tutti i suoi braccialetti di vetro, le saranno probabilmente rasi i capelli, vestirà di bianco, non indosserà mai più un gioiello e sarà obbligata a dormire per terra.

Diventerà, insomma, un’emarginata. Le vedove sono, infatti, considerate di cattivo auspicio e responsabili della morte del marito. Non hanno perciò altra scelta che l’allontanamento dalla società, perché non c’è alternativa all’identificazione della vedovanza che l’esclusione sancita da una consuetudine antichissima.


Canzano - Che cosa chiedono gli indiani, che lo stupro, già punito con il carcere a vita , venga punito con la morte?


RUSSO – In India la pena di morte esiste solo per i reati più gravi, non certo per le violenza carnali di cui le donne sono vittime da sempre. Il reato di violenza carnale dalle stesse donne indiane non è percepito con la connotazione di gravità che ad esso annettiamo in occidente. Perciò difficilmente le pene saranno inasprite per molto tempo. Magari si esprimerà sdegno da parte delle istituzioni e ci saranno con condanne esemplari, ma solo in apparenza.

 
Canzano - Può esserci qualche probabilità che la polizia raccolga le denunce delle ragazze?


RUSSO – Che cosa si può rispondere alla luce di quanto detto? Il fenomeno della violenza sulle donne è una realtà quotidiana alla quale si è sostanzialmente indifferenti. La polizia interviene ufficialmente soprattutto quando lo scandalo valica i confini nazionale. Ma poi tutto ritorna come prima, compiacenti i poliziotti che chiudono un occhio perché talvolta (o spesso) sono essi stessi colpevoli del crimine che dovrebbero perseguire. Basti tener presente quello che è avvenuto con la giovane studentessa morta. Nei giorni successivi ci sono state altre violenza quasi che si volesse con esse esprimere e con arroganza la legittimità e l’accettabilità di un delitto così odioso.


Canzano - Nelle società orientali non esiste la manifestazione politica come concetto. Esiste la marcia rivoluzionaria, ma l'idea che una manifestazione serva ad esprimere presso il governo le opinioni del popolo è praticamente sconosciuta. Allora perché manifestano? Per mandare un messaggio in occidente?


RUSSO – Sì. Ma le manifestazioni riguardano sempre sparute minoranze se rapportate alla stragrande massa della popolazione. Certo l’obiettivo è pure quello di far giungere in Occidente il segnale di disagio della parte sociale più aperta e per fortuna ci sono veicoli straordinari di informazione come internet di cui la parte sociale che denuncia (giovani collegati col mondo) si serve bene.


Canzano - Oppure vogliono far credere che l'India sia un paese in via di sviluppo?


RUSSO – L’India è un paese che cresce in fretta e a ritmi inimmaginabili in Occidente. Fra meno di 40 anni l’India sarà una delle potenze alla guida del pianeta, avrà una popolazione di due miliardi di abitanti la cui maggioranza sarà rappresentata da giovani al disotto dei trent’anni. A essi credo sia affidato il destino dell’umanità di domani. Non bisogna dimenticare però che per ora cresce una percentuale insignificante della sua popolazione, la stragrande maggioranza vive ai confini del mondo civile.

 
Canzano – L’India descritta nel suo libro è un Paese che vive nella sua tradizione fatta di equilibri perfetti tra la vita spirituale e materiale, dove la quotidianità è in armonia con il creato, e, dove si respira un senso di eterna beatitudine. Invece in India si sta muovendo qualcosa?


RUSSO – Nel mio libro ho cercato di esprimere quello che ho colto in una serie di viaggi: gli aspetti più sconcertanti e più contraddittori, la spiritualità, l’arte, le tradizioni, i miti, insomma il portato di una civiltà lunga quattro millenni. Ma l’India è un indescrivibile finimondo percepito in occidente secondo false prospettive alimentate da esotismi e mode intramontabili. E' un continente che non si riassume in formule; l’India è un caleidoscopio di luminosità e di tenebre così come un ossimoro di contraddizioni pazzesche. Mi permetto di riportare alcuni dati e cifre che più di qualsiasi commento sono in grado di dare un profilo della realtà indiana e dai quali si evincono le ragioni di certe realtà e della condizione della donna. Un terzo della popolazione (ossia più di quattrocento milioni di persone) vive al disotto della soglia della povertà fissata dal governo indiano in 30 centesimi di euro al giorno. Il 40% dei poveri della terra vive in India. Ogni ora in India una donna viene assassinata per il possesso della sua dote. Ogni venti secondi muore un bambino. 1 bambino malnutrito su tre vive in India. Non è quantificabile il numero degli infanticidi femminili.

Mezzo milione è il numero delle vittime della prostituzione minorile ogni anno. Indefinibile il numero delle vittime delle violenze sessuali la maggior parte dei quali non denunciato… Mi fermo qui e ringrazio tutti per l’attenzione.

 

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Giovanna Canzano - © - 2013 

 

10/01/2013


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