INTERVISTE 2015 

 

UNA NUOVA LETTURA DELL’ESPERIENZA FASCISTA: Italia Sociale intervista l’Autore Stefano Fabei

 

Tre dei tuoi ultimi libri sono dedicati al fascismo, studiato secondo diverse prospettive. Il primo potremmo definirlo un racconto dell’intera esperienza fascista attraverso il percorso, politico e militare, di Nicolò Nicchiarelli; il secondo ricostruisce una pagina di storia della Seconda guerra mondiale con la legione «Tagliamento» come protagonista; nel terzo, indagando sull’interventismo dei sindacalisti rivoluzionari tra il 1914 e il 1915, tratti di scelte politiche e posizioni dottrinarie destinate in gran parte a confluire nel movimento fondato nel 1919 da Mussolini.  Vorrei chiederti, prima di tutto, come mai hai deciso di studiare la figura di un gerarca poco conosciuto come Nicchiarelli?

 

Alcuni anni or sono, all’archivio dello Stato maggiore dell’esercito, dove mi trovavo per raccogliere materiale documentario necessario alla realizzazione del saggio sui volontari stranieri nelle forze armate italiane durante la Seconda guerra mondiale (La legione straniera di Mussolini, Mursia, 2008), Piero Crociani, autore di volumi, saggi e articoli a carattere storico-militare, mi informò dell’esistenza di un consistente archivio appartenente al generale Nicolò Nicchiarelli, originario di Castiglione del Lago, paese che si trova di fronte al mio sulla sponda opposta del lago Trasimeno, sollecitandomi a visionare le carte conservate dalla famiglia ed eventualmente allo studio delle stesse. Contattati gli eredi, fui autorizzato a consultare, cosa mai concessa prima ad alcuno, la vasta documentazione che mi è stata utile per scrivere I neri e i rossi (Mursia, 2011), Il generale delle Camicie nere (Macchione, 2013) e «Tagliamento». La legione delle Camicie nere in Russia (1941-1943) (in Edibus, 2014).

 

Puoi tracciare per i nostri lettori un breve profilo biografico del Generale delle Camicie nere?

 

Nato a Castiglione del Lago nel 1898, Nicchiarelli partecipò alla Prima guerra mondiale arruolandosi a 16 anni, nel 1° reggimento granatieri con cui ebbe il battesimo del fuoco sul Sabotino. Dopo il corso ufficiali fu destinato al 37° reggimento fanteria e rimase ferito in un assalto al monte Seluggio nel luglio del 1916. L’anno successivo fu assegnato come tenente di complemento al 261° reggimento della brigata «Elba», con cui combatté sulla Bainsizza. Il 27 ottobre 1917 fu catturato, insieme ai suoi uomini, a San Pietro al Natisone. Con altre centinaia di soldati e ufficiali fu imprigionato nel campo di concentramento di Cellelager, dove rimase fino al dicembre 1918. Rimpatriato, partì volontario nel 1919 per la riconquista della Libia (241° reggimento di fanteria, brigata «Teramo»).

Nutrito di ideali patriottico-risorgimentali, nazionalista, aderì al nascente fascismo. Avvocato, squadrista, partecipò alla Marcia su Roma e nel febbraio 1923 si arruolò come seniore nella Milizia in cui prestò servizio fino al suo scioglimento nel novembre del 1943.

Segretario del Fascio e sindaco di Castiglione prima, alla guida del reparto autonomo della MVSN a Lipari tra il 1929 e il 1930, nei quattro anni successivi comandò la 58ª legione a Trieste. Ancora in Africa dal 1935, comandante della 3ª legione libica e federale di Bengasi, presidente del Tribunale speciale per la Cirenaica, partecipò alle operazioni militari di Buq Buq e Sidi el Barrani dal giugno 1940 al gennaio 1941 alla testa della 233ª legione e alle dipendenze dei generali Francesco Antonelli e Annibale Bergonzoli.

Dopo l’esperienza russa con le Camicie nere della «Tagliamento», promosso console generale, rimpatriò e assunse il comando della Zona CC.NN. di Torino e, dal maggio 1943, del raggruppamento «XXI Aprile» in Jugoslavia. Durante la RSI rivestì, dai primi mesi del 1944 all’aprile del 1945, il ruolo di capo di stato maggiore della Guardia nazionale repubblicana. Processato dalla corte d’assise straordinaria, fu condannato a 12 anni e 6 mesi per collaborazionismo, ma in cassazione fu assolto con formula piena perché il fatto non costituiva reato. In prigione restò per 13 mesi. Tornato alla vita civile, morì a Milano nel 1969. Come evidente, una vita molto intensa sia dal punto di vista politico sia da quello militare.

 

Secondo te, per quale motivo Nicchiarelli non è mai voluto «apparire», pur ricoprendo ruoli di grande responsabilità e importanza?

 

Aveva un carattere molto sobrio e riservato, oltre a un forte senso del dovere. Non era un gerarca amante delle coreografie di staraciana memoria e assunse sempre un atteggiamento critico nei confronti del regime, al cui interno svolse a lungo attività di carattere non solo militare ma anche amministrativo: sindaco, rettore supplente alla provincia di Perugia, presidente del Tribunale speciale dello Stato a Bengasi, solo per citarne alcune. Fu l’interprete di un fascismo che si faceva Stato e si identificava con esso, in una totale adesione alla concezione mussoliniana del rapporto Stato-Partito. Non fu un fanatico, ma un realista, portato per temperamento a guardare sempre in faccia la realtà, con i limiti da questa imposti. Non a caso, si trovò spesso in disaccordo sia con i politici sia con i militari, con i quali incontrò problemi per tutta la Seconda guerra mondiale (dalla Libia alla Russia, dalla Jugoslavia a Salò) e che vennero da lui accusati di non svolgere coerentemente il proprio ruolo e di essere, al di là delle apparenze, tiepidi con il regime mussoliniano.

 

Cosa pensi sia successo davvero nel tragico tramonto del Fascismo, quando, a Como, alcune nuvole sembrano offuscare anche la figura del comandante in seconda, dopo il Duce, della GNR?

 

Io ritengo che – lasciata assurdamente Milano, dove avrebbero potuto attendere l’arrivo degli Alleati e combattere fino alla morte o arrendersi con onore – il 26 aprile 1945 i fascisti, radunatisi a Como, fra cui Nicchiarelli, si dimostrarono incapaci di prendere, o forse non vollero prendere, le decisioni più semplici e urgenti. I loro vertici furono preda di una crisi di nervi, di un cedimento generalizzato, come era stato previsto dai capi comunisti, i quali due giorni prima avevano affermato che il «nazifascismo» poteva crollare per disgregazione o per collasso interno. Nella città lariana, chiave della nuova situazione strategica per i fascisti, si ebbe un cedimento per le stesse ragioni presentatesi il giorno prima a Milano: il crollo del fronte e il voltafaccia dell’alleato tedesco. A Como allora si vide, più del 25, quanto influisse la circostanza che la guerra fosse finita in quel modo, con la defezione germanica. A parte questo, era stato un grave errore non solo l’eccessivo ritardo con cui la grande colonna di Nicchiarelli, Romualdi e altri era partita da Milano, ma anche e soprattutto il fatto di trattenerla a Como. Una forza di circa 4.000-5.000 uomini, abbastanza bene armati e con il morale alto, in una situazione generale ancora quasi tranquilla, avrebbe dovuto accelerare verso la sua destinazione. Una sosta sarebbe stata plausibile se nella città lariana si fosse trattenuto Mussolini, il quale si era invece allontanato da Como nella nottata e aveva lasciato detto, per la colonna, di raggiungerlo. Sia Pavolini sia Nicchiarelli, Costa e Romualdi sapevano che il Duce - messosi in marcia, forse senza una meta precisa, insieme ad alcuni ministri e a un’esigua scorta - non poteva fare a meno di loro. Le brigate partigiane non erano ancora di scena ma lo sarebbero state di lì a poco e a quel punto sarebbe diventato difficile spostarsi ed evitare che Mussolini restasse tagliato fuori da ogni rinforzo.

 

Quindi, secondo te, fu un errore fermarsi a Como...

 

Sì, un’assurdità e ancora più assurda la prolungata permanenza in città per tutta la giornata, con il conseguente e sempre più consistente disgregamento delle forze a causa della mancanza di ordini da parte di chi avrebbe dovuto impartirli. Tutto si svolse fuori della logica più elementare. Lo stato di «trance» dei capi investì i reparti. Questo non partire, l’attendere senza una decisione, o la sola idea di una decisione, le voci che cominciarono a correre, la stessa distanza che si andò determinando tra fascisti e popolazione, sintomatica in quella giornata, e soprattutto il fatto psicologico di aver perso contatto con il Duce, abbatterono il morale degli uomini. Caduto, o prossimo a cadere,  l’impulso collettivo, in alcuni affiorò l’istinto della salvezza personale. Ma la grande maggioranza ancora la sera del 26 avrebbe potuto rimettersi in movimento e raggiungere Mussolini, il quale nei suoi spostamenti più volte si fermò per attendere la colonna che non arrivava.

Nel pomeriggio del 26, dopo aver cercato di evitare la disgregazione delle forze concentrate nel capoluogo lariano, Pavolini, insieme a Vezzalini e Utimperghe, con tre autoblindo decise di andare a prendere il Duce a Menaggio per riportarlo a Como e attendere qui lo sviluppo degli eventi. Questo avrebbe impedito l’inevitabile, graduale dispersione delle forze presenti in città. Prima di salire sull’autoblindo della Brigata nera di Lucca, si rivolse ai fascisti promettendogli di riportargli Mussolini. In realtà andava incontro al proprio destino. Romualdi invece rimase, «molto contro voglia» a suo dire, a Como.

Raggiunto il Duce nella caserma di Grandola, Vezzalini, ferito, disse al capo che se non fosse tornato indietro nessuno lo avrebbe raggiunto. Mussolini rifiutò dicendo che avrebbe atteso il ritorno di Vezzalini con le colonne di Romualdi e Nicchiarelli. Dal racconto di questi eventi fatto da Angelo Tarchi emerge l’assenza di Pavolini che Romualdi dice partito con le tre autoblindo, insieme con Vezzalini e Utimperghe. Il segretario del PFR avrebbe raggiunto a Menaggio, verso le quattro del mattino del 27, il Duce che dovette constatare come con Pavolini, giunto a bordo di un grosso veicolo blindato, vi fosse solo una dozzina di uomini, fatto questo che determinò un alterco in cui Mussolini rimproverò al gerarca di averlo ingannato facendogli credere di poter facilmente riunire almeno 5.000 Camicie nere. Pavolini replicò di non essere responsabile della mancanza di spirito combattivo delle sue truppe.

Un’ora dopo, improvvisatosi «capocarro», Pavolini partì per l’ultimo viaggio con il suo Duce che di lì a poco sarebbe stato arrestato. Romualdi raccontò in seguito che, rimasto a Como, come ordinatogli dal segretario del PFR, attese per la tarda sera del 26 e nel corso della nottata il ritorno del gruppo Mussolini, l’arrivo della colonna Noseda e di quella guidata da Mischi, proveniente da Bergamo. A suo dire, doveva non soltanto impedire disordini di qualsiasi genere, ma anche prendere contatto con i rappresentanti del CLN, tramite il prefetto di Como, e concordare, se necessario, una tregua d’armi o quanto avesse comunque stimato necessario per non pregiudicare con scontri inutili una situazione che doveva poter controllare fino all’arrivo del Duce. Se ciò non fosse avvenuto, avrebbe dovuto decidere il da farsi l’indomani mattina, proseguendo, se possibile, verso l’alto lago.

 

Cosa accadde allora?

 

La sera e la notte tra il 26 e il 27 passarono nell’attesa, da parte del gruppo Mussolini, a Grandola, che arrivasse la colonna da Como, nell’attesa di Romualdi e degli altri, a Como, che arrivasse il Duce con i suoi e i rinforzi. Le forze partigiane intanto stringevano sempre più il cerchio. I fascisti, stanchi, avviliti, affamati, infreddoliti sotto la pioggia, in una città ostile, in cui il potere era già nelle mani del locale CLN, si dispersero perché privi di ordini da parte di Costa e Romualdi che rimasero chiusi nella federazione per 16 ore, senza sapere o volere prendere alcuna decisione. Quando ne uscirono, quelle Camicie nere, così come i militi della GNR presenti alla caserma «De Cristoforis» e nei dintorni, rimaste senza direttive per tanto tempo, si erano già dileguate andando ciascuna incontro al proprio destino.

La lusinga delle situazioni pratiche, e magari più tranquillizzanti per la sorte stessa del Duce, aveva preso il sopravvento su una decisione immediata. Il questore Larice riassunse in una frase quel pathos: «Un accordo sul posto per la salvezza di Mussolini nonché dei fascisti cominciò a sembrare più conveniente e sicuro di un’avventura come taluno cominciò a chiamare la Valtellina.» In realtà i capi fascisti stavano cedendo alla suggestione di preponderanti masse avversarie non ancora viste nella zona e ancora per due giorni molto modeste. Non a caso a fermare Mussolini furono solo alcune decine di uomini. La semplice circostanza di avere iniziato trattative aveva portato i fascisti a riconoscere ufficialmente la presenza di un CLN la cui autorità, come prevedibile, aumentò con il diminuire della loro.

 

Cosa fece in quella situazione il generale Nicchiarelli?

 

Giunto questi a Como alle 10 del 26 aprile, Celio gli aveva già comunicato che Romualdi stava trattando con il CLN locale e che analoghi patteggiamenti, per la provincia, erano in corso tra il questore colonnello Pozzoli, il vicefederale Airoldi e l’avvocato Grassi. Nicchiarelli pregò Celio, che disponeva di una linea telefonica diretta con Menaggio, di informare il Duce del suo arrivo con il comando operativo. Lo avvertì inoltre che, per avere la possibilità di comunicazioni telefoniche immediate, egli si sarebbe fermato a Villa Taroni, in viale Regina Margherita, dove si trovava anche la sua famiglia. Volendo distinguere se stesso, militare, da quei politici con cui da tempo, per varie ragioni, non era in sintonia, Nicchiarelli si chiuse in una lunga attesa. Verosimilmente era giunto alla conclusione che il fascismo fosse già finito e che non valesse la pena battersi per una causa ritenuta ormai persa. Intorno alle 17, dal centro addestramento della caserma «De Cristoforis», i colonnelli della GNR Fossa, Vanini, Pollini e Guidi, chiesero per telefono a Nicchiarelli di poter raggiungere Villa Taroni. Il tenente generale ricevette i quattro che gli esposero la situazione locale, del resto a lui nota. Vanini precisò che con le sue trascurabili forze non avrebbe potuto organizzare alcunché; Fossa gli confermò che avrebbe potuto fare assegnamento solo su qualche decina di uomini perché i giovani del centro di addestramento da lui diretto erano da considerarsi infidi.

Tutti, tranne il colonnello Biagioni, suo aiutante di campo, consigliarono a Nicchiarelli di aderire alla resa senza resistenza. Considerato che nessuna disposizione gli era giunta dal Duce, che la direzione del PFR, per mezzo di Romualdi, stava accordandosi con il CLN, che la XI Brigata nera stava operando di conseguenza a mezzo del vicecomandante Airoldi, che non era da supporre una decisione arbitraria del partito in contrasto con i voleri del Duce, il tenente generale decise di accogliere il loro consiglio.

Conclusa la riunione, Nicchiarelli impartì queste disposizioni: riunire ufficiali e truppe nelle caserme; mettere in libertà tutti coloro che avevano la possibilità di indossare abiti civili con l’ordine di raggiungere le rispettive abitazioni o quelle di chi avesse potuto ospitarli; trattenere in caserma quanti non si trovavano in queste condizioni, fino all’arrivo di chi avrebbe dovuto prendere in consegna le caserme stesse; non opporre resistenza per non provocare inutili spargimenti di sangue. Alle 19 ordinò ai colonnelli Fossa e Vanini di recarsi di persona dal capo della provincia Celio e, se questi era ancora in carica, renderlo edotto delle sue decisioni.

Dopo aver ordinato ai 4 colonnelli la resa della GNR, Nicchiarelli alle 19 lasciò in borghese Villa Taroni. Non andò verso il confine svizzero o verso sud dove c’erano gli americani, né incontro ai partigiani dalla cui parte altri, come Celio, si erano già schierati o lo stavano facendo, ma - avrebbe raccontato in seguito - incontro al battaglione «Perugia».

 

Quando e come si arresero i fascisti a Como?

 

La resa al CLN comasco, senza consegna delle armi, da parte delle Brigate nere e della «Muti» avvenne in realtà molte ore dopo, alle 5 del 27 aprile; resa voluta da Celio, da tempo in segreta intesa con il CLN locale, accettata da Romualdi, Costa e Colombo, e firmata dal federale di Mantova Motta e dal cappellano militare don Giuseppe Russo. Poco dopo Vanini firmò la resa delle forze armate della GNR e dei soldati presenti alla caserma «De Cristoforis».

Da combattente, quale aveva dimostrato in precedenza di essere, oltre che da fascista coerente, Nicchiarelli avrebbe dovuto tentare di raggiungere il Duce cui aveva promesso che, qualunque cosa accadesse, non lo avrebbe lasciato prendere dal nemico, o almeno recarsi alla caserma suddetta e parlare con i suoi uomini - o, meglio, con quelli ai suoi ordini - concordando con loro il da farsi e non abbandonarli mandandone molti, certo involontariamente, incontro alla morte. Avendo lui voluto la colonna che, lasciata Milano, aveva raggiunto Como, aveva il dovere di salvarne i componenti, di affrontare con loro il futuro, di farsene garante.

Perché aveva voluto portarli a Como quando, per arrendersi, così come per combattere in attesa degli Alleati, sarebbe stato certamente meglio rimanere a Milano? Non c’era bisogno di spostarsi.

I partigiani erano ancora pochi e le stragi a danno dei vinti sarebbero venute dopo. In realtà - questa è la mia impressione - Nicchiarelli, come la maggior parte dei vertici militari della RSI, a cominciare da Graziani e Borghese, dimostrò di non avere più voglia di combattere per una causa ritenuta persa e di non sapere gestire la resa sua e della Guardia repubblicana. Era convinto da tempo - e Mussolini sembra ne fosse consapevole - che il governo della RSI dovesse riparare in Svizzera, e che si dovesse in un certo senso prendere atto della realtà, lungi da ogni «fanatismo» e dall’illusione di cercare «la bella morte».

 

Qual è stato il ruolo - se c'è stato - di Nicchiarelli nel fascismo del dopoguerra?

 

Il 30 aprile Nicchiarelli fu fermato nei pressi di Erba da partigiani che lo trovarono in possesso di una carta d’identità intestata a Nello Rosi, tenente colonnello della GNR. Processato dalla Corte d’assise straordinaria, fu condannato a 12 anni e sei mesi per collaborazionismo.  La Corte di cassazione annullò la sentenza e il successivo procedimento vide l’assoluzione dell’imputato con formula piena perché il fatto non costituiva reato.

Tra il 1946 e il 1948, Nicchiarelli ebbe un ruolo nella nascita e nella conduzione del Fronte antibolscevico internazionale (Fai), accanto al suo leader storico, uno strano personaggio rispondente al nome di Giuseppe Cambareri, alias Entità X. Originario di Scilla, massone aderente ai Rosacrociati d’America, Cambareri aveva il pedigree giusto per essere amico dello zio Sam: anzitutto aveva collaborato con i servizi segreti statunitensi fin dal 1939, inoltre, in qualità di dirigente del nostro servizio d’informazione militare, il SIM, aveva cooperato con Badoglio, il generale Carboni e il Vaticano, alla difesa di Roma durante l’occupazione nazista. Il mio saggio ha come limite cronologico la fine della Seconda guerra mondiale. Tuttavia voglio citare un rapporto inedito e segreto dell’intelligence italiana, datato 22 ottobre 1947, in cui si legge: «Il Fai ha aumentatole forze nel nord dove ha ricostruito i reparti mediante l’ausilio del generale Nicchiarelli. Si calcola che superino adesso i 300.000 aderenti per l’immissione di alcune migliaia di congiunti delle vittime dell’insurrezione del nord. Il fronte ha aderito al Fronte democratico dell’unione mediterranea, di cui è capo politico Cambareri, vicino a Perón. Nicchiarelli e Cambareri hanno impartito, d’accordo con Canevari, comandante militare superiore del Fronte, queste direttive: atteggiamenti, ed eventualmente, governo democratico, favorevoli alla politica di Truman». La cifra di 300.000 uomini pare eccessiva e andrebbero approfonditi i contorni di questa collaborazione tra alcuni ex fascisti e gli americani, basata sul reclutamento dei familiari delle vittime della caccia ai vinti che insanguinò l’Italia del nord a partire dal 1945.

 

Un capitolo molto importante della vita di Nicchiarelli è quello riguardante la sua esperienza come comandante della «Tagliamento», legione alla cui storia hai dedicato il bel volume, anche fotografico, pubblicato da in edibus

 

Senza dubbio quella scritta in Russia dai soldati di questa legione, comandata nei primi mesi da Nicchiarelli, è una delle pagine più eroiche della storia delle forze armate italiane. Nikita Sergeevič Chruščëv nel dopoguerra dichiarò in un’intervista: «Ho combattuto contro gli Italiani nel bacino del Donetz ed avevo di fronte proprio le Camicie Nere, che ritenevo i più malvagi fra gli Italiani. Avevano combattuto bene e pensavo che fossero accaniti contro di noi. Dopo avere interrogato numerosi prigionieri ho dovuto constatare invece che non avevano odio nei nostri riguardi». Forse più di qualsiasi altra, la dichiarazione dello statista sovietico conferma il coraggio, la lealtà e la correttezza verso i civili dei soldati della legione, poi gruppo, «Tagliamento».

 

La presenza delle Camicie nere in Russia è stata fino a oggi rappresentata come essenzialmente simbolica.

 

È vero, ma le cose stanno in modo diverso, come ho documentato nel mio libro. I legionari in camicia nera, oltre a essere la rappresentanza politica delle forze armate italiane sul fronte russo, pagarono in termini di vite umane un prezzo finora misconosciuto. Le loro imprese sono state volutamente ignorate dalla storiografia militare che ha tanto celebrato invece l’eroismo delle altre componenti dell’esercito italiano, ritenendo imbarazzante (e politicamente non corretto) ammettere che le Camice nere avevano destato l’ammirazione sia dei tedeschi, che le volevano sempre al proprio fianco, sia dei russi, e si erano guadagnate molte medaglie e riconoscimenti. D’altra parte la fede, la motivazione e la dignità con cui combatterono quegli uomini della Milizia tra il 1941 e il 1943 sono stati molto superiori a quelle dimostrate dalle altre unità del Regio esercito. Può dar fastidio a qualcuno, ma è così… Si trattava, non a caso, di soldati politicamente motivati i quali credevano nella guerra che stavano combattendo, come afferma Franco Cardini, autore della presentazione al mio volume.

 

E veniamo all’ultimo libro, intitolato La Grande guerra e la rivoluzione proletaria, che si distingue dagli altri due volumi per l’argomento essenzialmente ideologico…

 

Sì, è un’indagine sul confronto politico e culturale, dottrinario, interno ai sindacalisti rivoluzionari italiani dopo l’attentato di Sarajevo del 28 giugno 1914 che dette inizio al Primo conflitto mondiale. Da quel momento in poi in Italia si assistette allo scontro tra il fronte neutralista e quello interventista e all’interno di quest’ultimo un ruolo molto importante fu svolto dai sindacalisti soreliani, i quali intravvidero nella guerra la premessa a una rivoluzione che avrebbe potuto, e dovuto, portare a una società più giusta dal punto di vista sociale ed economico…

 

… un sogno, un’illusione, nutrita anche da alcuni socialisti e da qualche anarchico…

 

… certamente. In Italia molti, oltre ai sindacalisti rivoluzionari, approdarono dal pacifismo all’interventismo influenzati da una complessa lettura della realtà, interpretata alla luce del pensiero di Karl Marx e di quello di Georges Sorel, senza tener conto delle suggestioni futuriste, mazziniane, risorgimentali e nazionalistiche.

Credo di aver ben rappresentato nel libro oltre alle caratteristiche di fondo del sindacalismo rivoluzionario italiano, l’atmosfera politica dominante nel mondo sovversivo italiano alla vigilia della Grande guerra, il cui scoppio segnò la crisi di due importanti cardini ideologici di quell’universo politico, come il pacifismo e l’internazionalismo, falliti per la scelta compiuta dai compagni francesi, austriaci e tedeschi di affiancarsi ai rispettivi governi. I nostri sindacalisti soreliani si convinsero che la guerra potesse offrire non solo una lezione di pedagogia eroica e rivoluzionaria al proletariato italiano, ma creare, attraverso la sconfitta degli Imperi germanico e austro-ungarico, baluardi della reazione e della conservazione, i presupposti per fondare una società più libera, con al centro il lavoro.

 

Quale fu il legame tra sindacalismo rivoluzionario e fascismo?

 

Le tesi sindacaliste furono un po’ l’anima dell’interventismo rivoluzionario dal quale iniziarono le agitazioni di un dopoguerra fatto di sovversivismo e richiami all’ordine, da cui partirono sia il fascismo sia l’antifascismo.

Quello da me preso in considerazione fu certo un periodo caratterizzato da un’alta tensione ideologica, di cui furono protagonisti quei sindacalisti come Filippo Corridoni, Alceste e Amilcare De Ambris, Angelo Oliviero Olivetti, Sergio Panunzio, Paolo Orano, Edmondo Rossoni, Michele Bianchi che non solo aderirono alle ragioni della Nazione ritenendo che si potesse essere nazionalisti e rivoluzionari al contempo, ma videro nella guerra qualcosa di pedagogico, di esaltante e di fortemente sovversivo: imparando a fare la guerra, i lavoratori avrebbero imparato a fare la rivoluzione… una rivoluzione che nelle aspirazioni di molti avrebbe dovuto essere al contempo nazionale e sociale.

 

Perché, in Italia, e non solo, continua a destare grande interesse la storia del fascismo, a distanza di tanti decenni dalla sua fine?

 

Perché essa costituisce una pagina significativa del nostro recente passato, molti aspetti del quale ci sono ancora ignoti, e con il quale bisognerebbe confrontarsi in modo obiettivo e non come è stato fatto dal dopoguerra in poi, con pregiudizi, atteggiamenti e propositi mistificatori: questi non aiutano la conoscenza del passato, la comprensione del presente e la costruzione del futuro.

 

 

Stefano Fabei (Passignano sul Trasimeno 1960) insegna all’Istituto di Istruzione Superiore “Giordano Bruno” di Perugia. Già autore di saggi per «Studi Piacentini» e «Treccani Scuola», collabora a «I sentieri della ricerca», «Eurasia», «Storia in rete» e «Nuova Storia Contemporanea». Ha scritto: La Politica maghrebina del Terzo Reich (1988), Guerra santa nel Golfo (1990); Guerra e proletariato (1996); Il Reich e l'Afghanistan (2002); Il fascio, la svastica e la mezzaluna (2002), tradotto in Francia nel 2005 (Le Faisceau, la Croix gammée et le Croissant); Les arabes de France sous le drapeau du Reich (2005); Una vita per la Palestina. Storia del Gran Mufti di Gerusalemme (2003), Mussolini e la resistenza palestinese (2005), I cetnici nella Seconda guerra mondiale (2006), Carmelo Borg Pisani. Eroe o traditore? (2007), La «legione straniera» di Mussolini (2008), Operazione Barbarossa. 22 giugno 1941 (2009); I neri e i rossi. Tentativi di conciliazione tra fascisti e socialisti nella Repubblica di Mussolini (2011), Fascismo d’acciaio. Maceo Carloni e il sindacalismo a Terni, 1920-1944 (2013); Il generale delle Camicie nere (2013); Tagliamento. La legione delle Camicie nere in Russia 1941-1943 (2014); Storia del Marocco moderno (2014); La Grande guerra e la rivoluzione proletaria (2015).

01/11/2015


home page

pagina delle interviste

Archivio interviste 2014

Archivio interviste 2013