INTERVISTE 2016 

 

Intervista all’Ambasciatrice della Palestina in Venezuela dott.ssa Linda Sobeh All

 

di Luis Matute (*)

 

Buon pomeriggio Ambasciatrice, è un onore per noi trascrivere le sue parole ed il messaggio del Popolo Palestinese rivolto alla Repubblica Bolivariana del Venezuela; la sua stima in questo momento, tenendo conto che il momento è congiunturale, dato che è cambiato il panorama Politico per il Venezuela, dal punto di vista del potere legislativo,con il progetto che ha fondato e condotto il Comandante Chavez e che adesso è portato avanti dal Presidente Nicolas Maduro.

 

L. Matute: Qual è la valutazione che lei fa a nome dello Stato Palestinese sul Venezuela? 

 

Ambasciatrice: É un momento importante per fare questa intervista, è chiaro che, prima di tutto, il Venezuela è uno Stato alleato. Il mio popolo è stato con il fiato sospeso fino al momento delle elezioni.

 

D: Come vedono il Venezuela i Palestinesi?

 

Ambasciatrice: In Palestina si vedono murales con le foto del Comandante Chavez disegnati nelle strade, sulle pareti e anche sul muro dell’Apartheid. Si trovano molti disegni con la bandiera del Venezuela e la Cancelliera Delsy Rodriguez, ha un grande merito per tutto quello che sta facendo a favore della Palestina, nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu, in nome del popolo venezuelano, in nome del Presidente Maduro e del Governo Bolivariano.

Per noi gli avvenimenti che riguardano il governo del Venezuela, premesso che “chi non lavora, non sbaglia e chi lavora, sbaglia”, dimostra che un certo percorso ha bisogno di tempo. Crediamo che ora sia il tempo di dire e di fare una riforma dentro la rivoluzione, che ora sia tempo di lavorare, tempo di pensare a come proseguire: il Venezuela è un Stato libero e di liberatori, è il momento di continuare su questa strada, credo che si, lei mi possa capire non si può certo fare marcia indietro.

 

L. Matute: A tutti noi fa male quello che è successo nelle ultime elezioni e siamo in attesa di sapere se potremmo continuare con un passo deciso o no, anche se il passo rimane fermo.

 

Ambasciatrice:Credo che quello che è successo nelle elezioni passate sia stato come una sveglia, quando io mi sveglio con quel suono tremo e lavoro di più, mi impegno di più.

 

L. Matute: A suo tempo quando ci fu il colpo di stato contro il Comandante Chavez, il popolo venezuelano aveva intuito che l’opposizione dell’estrema destra venezuelana si era presa gioco del popolo, il popolo la cui maggioranza è formato da poveri era sceso in Piazza per difendere il suo comandante e quello che aveva intuito potesse essere la rivoluzione bolivariana fino a quel momento. Attualmente la gente ha dato fiducia alla continuità del Progetto Bolivariano del Presidente Chavez

 

Ambasciatrice: Basta guardare quello che sta succedendo nel Vicino Oriente, per favore, non lo prenda come esempio, ma prenda il panorama internazionale completo per capire quello che sta accadendo. Indubbiamente sappiamo che il problema non è solo dei paesi dell’America Latina, ma qui da voi potrebbe verificarsi un effetto domino, che è iniziato in Argentina e che, forse può espandersi in Bolivia, Ecuador e Nicaragua, che voteranno nel 2016, a dicembre, credo. Questo è il gioco della destra e dell’imperialismo nordamericano in funzione dei loro interessi in America Latina, in special modo contro il Venezuela che ne porta la bandiera.

 

L. Matute: Che pensa lei delle relazione dello stato palestinese con tutti i paesi fratelli latinoamericani?

 

Ambasciatrice: Noi abbiamo relazioni ottime con l’America Latina e con il Caribe, e le dico, che sono migliorate del 300% con l’impegno e l’aiuto del Governo del Venezuela che ci ha sempre appoggiati anche in sede Onu, non dimenticherò mai quando, il 29 novembre di tre anni fa, ci mancavano otto voti all’Onu per entrare come “Stato Osservatore “, in quel momento Chavez stava andando a Cuba, per cure mediche, che non erano ancora di dominio pubblico ed il Presidente Maduro aveva l’incarico di Cancelliere. Noi abbiamo un debito con il Venezuela, che continua tutt’ora il suo appoggio politico, difendendo una causa giusta, come è la nostra, dandoci corpo e anima. Come ha detto la signora Elena, la mamma del Comandante Chavez quando eravamo davanti al suo corpo, prima della tumulazione, : …“Mio figlio ci ha insegnato ad amare la Palestina, come lo ha insegnato a sua madre,e lo ha insegnato al Venezuela, al bolivariano rivoluzionario, ad amare, credere e difendere la causa giusto dello Stato Palestinese”… “Chavez ha creduto ed ha amato la Palestina”, perché lui, il Comandante Chavez, leggendo le poesie di Mahmud Darwish, era così informato su dove erano gli insediamenti, sapeva dove c’erano violazioni dei diritti umani, e ci lasciava di stucco...... ero io con il mio Presidente un giorno e restammo stupiti dalla gran quantità di informazioni che aveva il Comandante Chavez, io credo che se si chiedono le stesse cose a qualsiasi dirigente del Vicino Oriente, non risponderebbe con tanti dettagli come faceva Chavez.

 

L. Matute: Si, purtroppo non c’è più físicamente, pero abbiamo la grande eredità dei suoi insegnamenti, che ha dato al popolo venezuelano e non soltanto.

 

Ambasciatrice: Come è successo al Presidente Arafat, lo hanno eliminato.

 

L. Matute: Dottoressa, quale è attualmente l’appoggio delle Nazioni Unite verso il suo popolo ?

 

Ambasciatrice: Durante l’ Intifada, tutti si preoccupano, ma nessuna azione concreta è stata mai fatta nei confronti di Israele e delle sue aggressioni; nessuna risoluzione è mai stata approvata, per lo più si parla del terrorismo palestinese, ma non si guarda mai al terrore che pratica lo Stato d’ Israele ogni giorno contro il popolo della Palestina. Non si parla dei soldati israeliani che utilizzano i coltelli per uccidere i palestinesi affermando poi di essere stati loro gli aggrediti ; abbiamo dei video deve si vedono i soldati uccidere giovani, ragazzi e ragazze,sferrando coltellate e dicendo poi di essere stati aggrediti. E il massacro dei bambini? Quando con i loro automezzi passano sopra una bambina avanti e indietro? Nessuno dice niente, è un silenzio vergognoso della cosiddetta “comunità internazionale” sulle violazioni dei diritti umani; ed è quello che sta succedendo ogni giorno in Palestina.

 

L. Matute: Con la guerra di adesso in Siria e la partecipazione del cosiddetto “Stato Islamico”. Quale è la sua opinione e sul Vicino Oriente in generale?

 

Ambasciatrice: Fermiamoci un attimo: io sono musulmana e la nostra religione non dice di uccidere, non ordina di decapitare la gente. Noi diciamo che non abbiamo nulla a che spartire, questo è solo terrorismo. Devono allearsi tutti i paesi e le Nazioni Unite non devono accettare di chiamarlo “Stato Islamico” perché non è uno Stato, noi palestinesi rifiutiamo il terrorismo, la Palestina è la culla delle religioni. La religione non è il problema, il problema per noi è l’occupazione sionista dello Stato Palestinese, la confisca illegale del territorio palestinese, della terra di Palestina. Noi abbiamo 7,7 milioni di rifugiati ed emigranti fuori dal Paese, per questo non esiste niente che si chiami “Stato islamico”, questo è lo stato del terrore; l’islam è amore, passione e convivenza.

Purtroppo per i paesi dell’America Latina le informazioni reali, di quello che è successo da diverse decadi al popolo palestines, sono poche e poche persone conoscono la reale situazione e quello che è successo durante la seconda guerra mondiale. E non si conoscono tutte le aggressione che il governo israeliano ha fatto a spese del popolo palestinese.

La divisione è iniziata quando Balfour (1917) fece la promessa. Decise di dare le terre che non appartenevano all’Impero Britannico a chi non ne aveva il diritto, perché decise e promise di dare a Israele quelle che erano le terre della Palestina. Voglio farle una domanda provocatoria: “Dove era il Venezuela duecento anni fa? C’era un Venezuela? Dove era la Palestina duecento anni fa? C’era la Palestina? Dove era Israele cento anni fa?". Non c’era uno stato che si chiamasse Israele. Noi adesso come palestinesi, conviviamo, riconosciamo lo stato di Israele dal 2001 e Israele ci nega il riconoscimento. Noi non siamo, né continueremo ad essere una semplice “autorità” per dare solo dei servizi sotto occupazione, gli israeliani quello che volevano era non avere obblighi e far si che noi continuassimo ad essere una “autorità Palestinese” che si occupa solo dell’acqua, dell’elettricità, della pulizia, della sicurezza; e invece siamo uno Stato e vogliamo essere un Stato sovrano, libero, con una sua dignità e senza nessuna immagine illegale.

Israele confisca giorno per giorno, sempre più terra della Palestina, arresta persone, fa blocchi amministrativi, demolisce le case, ci umilia. C’è stato un silenzio incredibile quando hanno bruciato vivo Mohamed Adder, il bambino di 13 anni. Dove erano i diritti umani? Sarà che si erano spostati in Venezuela? Dobbiamo ricordare quando bruciarono la famiglia Daubasha, gli buttarono benzina addosso e morì il bambino di otto mesi, il padre Saad e la madre Reham. Solo il bambino di 4 anni sopravvisse. Israele ha avuto la vergogna di liquidare quel bambino con 5 milioni di Shekel. Arrivano fino a questo punto da svergognati, fino a liberare colui che bruciò il bambino Hamad Adbulder, perché dicono sia malato di mente. Se qualcuno commette un crimine e lo fa quotidianamente, questo è terrorismo ed è contro i palestinesi. Poi vengono liberati col pretesto dell’infermità mentale, della depressione…. Se fossero stati palestinesi a commettere certi crimini, li avrebbero uccisi, avrebbero arrestato la famiglia, demolito le loro case ed interi isolati. Quando un israeliano, un colone, ammazza un piccolo palestinese o lo massacra, o lo brucia vivo mettendogli benzina in bocca, immediatamente ci si appella all’infermità mentale.

Qualche mese fa ci sono stati due casi giudicati dalla Corte d’Israele lo stesso giorno: un ragazzo palestinese, perché era salito su un muro di divisione per andare a visitare la sua famiglia, lo hanno condannato a 12 anni di detenzione e l’altro caso, di quello che bruciò la famiglia Daubasha, condannato a una pena di soli 6 mesi di reclusione. Bruci, ammazzi tre persone e ti danno sei mesi, mandandoti poi a casa perché sei malato di mente ed io che come l’altro ragazzo voglio vedere la mia famiglia dall’altro lato del muro, prendo 12 anni. Vogliamo parlare di giustizia? Vogliamo chiedere dove sono le organizzazioni internazionale che si occupano di diritti umani? É una domanda semplice questa da fare.

 

L. Matute: Noi venezuelani sentiamo rispetto e solidarietà verso il mondo; il sentimento di fratellanza è forte quando ci sono aggressioni verso popoli nostri amici, che consideriamo nostri fratelli, così come li considerava Chavez.

 

Ambasciatrice: É come dico io, siete un paese libero… e l’ idea è quella di aiutarsi l’un l’altro, di andaré avanti…

 

L. Matute: Ambasciatrice, sappiamo perfettamente che nella nostra Nazione c’è molta insicurezza. Qualche anno fa, l’ambasciatore del Messico in Venezuela ed i suoi familiari, sono stati sequestrati a Caracas. Lei è stata aggredita in Venezuela? Le è mai successo qualcosa?

 

Ambasciatrice: No, mai, grazie a Dio.

 

L. Matute: Come è la sua sicurezza, ambasciatrice, in Venezuela?

 

Ambasciatrice: I miei funzionari sono sotto la tutela del governo del Venezuela, sono completamente tranquilla, amo il Venezuela, adoro questo paese che io chiamo il paese paradiso, perché c’è di tutto in Venezuela: a partire dalle splendide persone, gente molto disponibile, mi sento molto amata dal popolo venezuelano. E poi le sue spiagge, le savane,le risorse che vi sono; il Venezuela è una Nazione che in molti invidiano in senso positivo, ogni Nazione ha i suoi alti ed i suoi bassi. Se ci mettiamo a parlare di molti Stati in fatto di sicurezza, tutto può migliorare, tutto si controlla. Io sono una pesona molto positiva, e credo che il tema della sicurezza si risolverà, cercando passo per passo, risposte sul tema. Però non ho paura, e non penso neanche mi possano aggredire, non ho paura di uscire di casa pensando che mi possa succedere qualcosa, mi sento molto bene, cammino al Parco, faccio ginnastica, vado nei mercati popolari, quelli delle verdure, mi piace stare per strada e frequentare i mercati il sabato. 

 

L. Matute: Qualcuno la riconosce?

 

Ambasciatrice: Molti, lei non sa quanti mi riconoscono e cominciano a dirmi “Viva la Palestina”, “Le vogliamo bene”. Si fanno delle foto con me ed io sono felice di farmele con il popolo venezuelano. Mi metto le mie scarpe da ginnastica, i miei jeans e vado tranquilla. Vivo in uno Stato amico, con gente amica, il popolo, un popolo a cui noi palestinesi vogliamo molto bene. Il nome del Venezuela per noi sarà sempre in alto, in Palestina, e per molti Stati arabi è la stessa cosa.

 

L. Matute: Cosa sente lei quando sta in Palestina, i commenti rispetto al nostro popolo ed alla nostra rivoluzione, al nostro governo, che parlano del Venezuela?

 

Ambasciatrice: In Palestina il Venezuela non ha nemici, ci sono solo amici, sia del partito di governo che dell’opposizione, tutti alziamo la foto del presidente Chavez, in Palestina non esiste nessuno che non ami il Venezuela. La rivoluzione è la nostra vita, perché noi in Palestina viviamo in una Rivoluzione. Io rappresento il mio Presidente, rappresento l’OLP, l’«Organizzazione per la Liberazione della Palestina». Abbiamo iniziato una rivoluzione che deve proseguire, anche se ci bloccheranno, il nostro carro deve continuare ad essere rivoluzionario. Aggiusteremo i sedili, le gomme o ciò che verrà colpito ed andremo avanti. Chi sta nella rivoluzione deve solo continuare il processo, migliorando nonostante gli errori, le fermate, le perdite; noi in Palestina continueremo fino ad arrivare un giorno ad essere un Stato libero e sovrano, con Gerusalemme, la capitale, Gerusalemme Est, perché riconosciamo che la città appartiene ad entrambi gli Stati. Non siamo unilaterali tanto da volere Gerusalemme solo per i palestinesi. Insistiamo sul ritorno dei rifugiati, il diritto al ritorno nella propria terra è un punto primordiale, principale per noi. Che tornino i rifugiati nelle loro terre, nelle loro città, non in qualsiasi altro posto nel Paese.

 

L. Matute: Dottoressa, che ne pensa di questo nuovo parlamento che esercita in Venezuela da gennaio? Come crede che saranno le relazioni fra la nostra Nazione e la Palestina? E il suo ruolo qua in Venezuela davanti al nuovo parlamento venezuelano?

 

Ambasciatrice: Il Venezuela ama la Palestina e io ho fede e non voglio pensare a come saranno le relazioni fra i due Paesi. La nostra preoccupazione è che qua regni la pace, che il Venezuela continui ad andare avanti, che si trovi un equilibrio fra governo di sinistra e opposizione: chiediamo il meglio per il Venezuela e vogliamo che guardi avanti. Mai abbiamo pensato a cosa potrà succedere, chiedo a Dio che tutto sia perfetto qua, che ci sia pace, una pace sana, perché non è bello vedere i nostri fratelli mentre litigano. Il primo obiettivo è il bene della Nazione e chiedo a Dio il meglio per il Venezuela. Sono sicura che resisterà.

Dicono che noi, come governo, stiamo incitando alla violenza. Noi stiamo limitando la violenza, noi stiamo dicendo a tutto il mondo che siamo un popolo che si è stancato di tanta umiliazione, di tante occupazioni, di tante aggressione, c’è un popolo infuriato, un popolo che è sceso in piazza, dei giovani che sono usciti per dire basta. Ci sono ragazzi che hanno 16, 18, 19 anni e non conoscono che i muri che impediscono la mobilità. Molti dei nostri figli non conoscono Gerusalemme, o Betlemme. Se voi aveste vostra madre a Betlemme vivendo a Ramallah, non la potreste visitare a causa dell’apartheid, che è un sentimento contrario all’amore. Se qualcuno di noi si innamora di una persona di Gerusalemme, venendo da Ramallah, deve pensarci mille volte, terrorismo contro l’amore, perché se qualcuno di Ramallah si sposa con qualcuno di Gerusalemme, non può andare nella città del marito o della moglie. Vi faccio un esempio vero: io e mio marito. Mio marito è di Gerusalemme ed io, non posso andare a casa mia là. Lui si, può entrare, ma a me lo impediscono perché non ho residenza. Nascono i nostri figli, ai quali diamo la residenza a Gerusalemme, e non possono entrare a Ramallah; se nascono a Ramallah, madre e figli devono vivere altrove. Se la moglie va da suo marito, che non è in carcere, ma semplicemente vive dall’altra parte del muro, ha bisogno di un permesso che può farsi attendere fino a sei mesi per una visita. Se un ragazzo di Gerusalemme o dei dintorni, si sposa con una ragazza che vive dietro al muro, la famiglia va vestita fino al punto di controllo, controllano la sposa e poi può entrare e vedere il marito. Si fa praticamente un matrimonio al check point, al confine. Abbiamo più di 736 check point in Palestina, fra casa mia a Ramallah e il punto dove è situata la casa dei miei genitori (che sono morti e riposano in pace), ci sono 4.5 km, che normalmente sono 8 minuti di macchina. Io ci metto più di due ore e 45 minuti per arrivare, da un percorso di 8. E questo se ho fortuna, perché se chiudono il valico, dobbiamo prendere, come si dice qua a Caracas, il cammino verde, il campo. Quando ero cancelliere a Ramallah ed i miei genitori morirono, mio fratello mi aveva invitata a cena, praticamente a otto minuti da casa mia. Io dovevo raccomandarmi e spiegargli che non potevo, perché di notte, ci avrei messo 4 o 5 ore e avrei dovuto rischiare che qualche colono potesse spararmi, schiacciarmi e, nel mio caso, essendo funzionario del governo e diplomatico, c’era più rischio di un cittadino comune. Altra cosa, ci sono strade proibite ai palestinesi, in pratica questi non possono usare le autostrade e le strade di grande circolazione. C’è una segregazione che si vive in Cisgiordania. Se hai il documento di identità di colore verde e vivi dal lato palestinese o se hai la cedola azzurra e vivi nel lato israeliano, nel momento in cui sali su un autobus devi mostrarlo per capire se ci puoi salire o no. E adesso sentiamo Donald Trump che vuole un documento colorato che identifichi i musulmani.... io credo di sapere dove ha preso queste idee.

 

L. Matute: Mille Grazie, Ambasciatrice, per l’intervista.

 

(*) Prof. Luis Matute, giornalista internazionale venezuelano del “Jornalero de Caracas” e corrispondente di guerra in Africa, Asia e Centro America, Direttore video per il Ministero del Potere Popolare per la Difesa della Repubblica Bolivariana del Venezuela.

 

Traduzione per ItaliaSociale a cura di A. Persiani

 

08/08/2016


home page

pagina delle interviste

Archivio interviste 2015

Archivio interviste 2014

Archivio interviste 2013