STORIA 2013

 

La Regia Marina in Mar Nero

 

di Daniele Lembo

 

Nella notte tra il 21 ed il 22 giugno 1941, avrebbe avuto inizio l’Operazione Barbarossa: l’attacco tedesco alla Russia.
Hitler avrebbe dato notizia a Mussolini della “Berbarossa” alle tre di notte dello stesso 21 giugno, con una sua nota diplomatica consegnata dal principe Bismarck al conte Ciano. É risaputo che il Duce del Fascismo non si dimostrò molto entusiasta di quella comunicazione arrivata in notturna, anche in considerazione del fatto che il cancelliere tedesco aveva rappresentato un garbato rifiuto all’offerta italiana di partecipare all’impresa contro Stalin.
Comunque, il giorno successivo al comunicato di Hitler, anche l’Italia entrava in guerra contro la Russia. L’annuncio ufficiale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, emesso in giornata, avrebbe citato: “Agli effetti dell’applicazione delle leggi vigenti, l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche è da considerarsi Stato nemico a decorrere dalle ore 5,30 del giorno 22 giugno 1941”.
Le insistenze di Mussolini di partecipare alla lotta contro l’orso russo furono tante e tali che, il 30 di giugno seguente, Hitler riferì al Duce che accettava l’invio di un Corpo italiano e di velivoli da caccia nel settore orientale.
Al fronte russo fu destinato il XXXVCorpo d’Armata autotrasportabile che il 9 luglio assunse la denominazione di C.S.I.R. - Corpo di Spedizione Italiano in Russia – agli ordini del Gen. Francesco Zingales (poi sostituito dal generale Giovanni messe). Il C.S.I.R. si articolava sulle Divisioni Pasubio, Torino, Celere Principe Amedeo Duca d’Aosta, la 63° Legione Camicie Nere Tagliamento e il 30° Raggruppamento Artiglieria di Corpo d’Armata. Un totale di 2.900 ufficiali, 58.000 tra sottufficiali e truppa, ai quali si sommavano le 2.000 camicie nere della Tagliamento.
Oltre alle truppe di terra il C.S.I.R. era dotato di una propria componente aerea, composta da velivoli da caccia e da osservazione, del 22° Gruppo da caccia terrestre e del 61° Gruppo da Osservazione Aerea, per un totale di 83 tra caccia Macchi Castoldi Me200 e bimotori Caproni CA 311. A questi si andavano ad aggiungere alcune squadriglie da trasporto su plirimotori CA 133, Siai S.M. 81, Siai S75 e SIAI S73.
Nel 1942 il Corpo di Spedizione Italiano in Russia era destinato ad essere notevolmente aumentato negli organici, venendo trasformato in Armata. L’aumento degli organici avrebbe visto, quindi, la nascita dell’A.R.M.I.R. – Armata Italiana in Russia -, strutturata su tre Corpi d’Armata (XXXV Corpo D’Armata, II Corpo D’Armata e Corpo D’Armata Alpino).
Come sarebbero andate a finire le vicende militari italiane su quel fronte è ampliamente noto anche a chi nulla si intende di storia militare. Ciò che è poco conosciuto è che, nello stesso 1942, oltre alla trasformazione del C.S.I.R. in A.R.M.I.R. sullo scacchiere orientale arrivarono anche alcune piccole ma agguerrite unità navali della regia Marina. E’ da rilevare che, mentre le truppe di terra erano state inizialmente rifiutate da Hitler, le unità navali furono, invece, espressamente richieste e sollecitate dai tedeschi.

LA REGIA MARINA IN MAR NERO
 

Nella primavera del 1942 la Crimea era ormai completamente nelle mani germaniche. Continuava a resistere la sola fortezza di Sebastopoli che, affacciandosi sul mar nero, proprio dal mare poteva essere approvvigionata.
Il rifornimento per i russi era gioco facile poiché, sulle acque del Mar nero, la flotta sovietica schierava una corazzata, due moderni incrociatori da 8.000 tonnellate, due incrociatori più vetusti da 5.000 tonnellate, il moderno e veloce caccia Tashkent, peraltro costruito dalla Oro di Livorno, ventinove sommergibili, alcune vedette e Mas.
I tedeschi, dovendo contrastare i rifornimenti alla roccaforte russa, si ritrovarono nell’impossibilità di far entrare proprie unità nel Mar nero dallo stretto dei dardanelli, attraverso il quale il transito era precluso alle unità militari per motivi politici. Fu così che i germanici decisero di far arrivare in quel mare chiuso, attraverso il Danubio, alcune loro piccole siluranti. Contestualmente, chiesero agli italiani l’intervento di Unità navali simili per bloccare Sebastopoli dal mare. Fu nel marzo del ’42 che l’ammiraglio Raeder – una prima richiesta era già stata avanzata in gennaio – chiese alla Regia Marina di intervenire in quello scacchiere con unità di piccolo tonnellaggio, veloci e potentemente armate, da affiancare alle motosiluranti tedesche già presenti.
La richiesta dovette essere accolta con intima soddisfazione dall’ammiraglio Riccardi: questa volta i tedeschi, non potendo farne a meno, si abbassavano a chiedere l’aiuto italiano.
La Regia Marina avrebbe risposto all’appello degli alleati spedendo in quel settore una Squadriglia di Mas, una Squadriglia composta da sei sommergibili tascabili tipo CB e un reparto della Decima Flottiglia MAS, quest’ultimo armato con cinque motoscafi siluranti M.T.S.M. e cinque barchini esplosivi M.T.M..
Il 22 aprile del ’32, quattro Mas da 24 tonnellate della XIX Squadriglia, furono caricati su enormi autocarri e partirono da Venezia alla volta di Vienna. Il viaggio via terra, in considerazione dell’ingombro del trasporto, rivelò enormi difficoltà e, agli autisti dei camion, furono richiesti dei veri e propri virtuosismi. Attraversando piccoli centri abitati, per consentire il transito ai grossi motoscafi siluranti, si dovettero perfino demolire dei muri. Finalmente, giunti alle rive del Danubio i grossi motoscafi siluranti furono messi in acqua e rimorchiati fino a Galatz da dove avrebbero autonomamente proseguito fino alla base di Costanza. Da Costanza, infine, si sarebbero trasferiti alla base operativa di Yalta.
Il 25 aprile seguente, via ferrovia, sarebbero partiti da La Spezia i 6 sommergibili della 1° Squadriglia C.B., raggiungendo Costanza il successivo 2 di maggio. I sei C.B. – al comando del ten. Vasc. Lesen d’Aston (C.B.1), del s. ten. Vasc. Russo (C.B.2), del ten. Vasc. Sorrentino (C.B.3), del ten. Vasc. Suriano (C.B.4), del s. ten. Vasc. Farolfi (C.B.5) e del s. ten. Vasc. Gallinaro (C.B.6) – erano modeste unità tascabili che dislocavano 36 tonnellate, avevano un equipaggiamento composto da soli quattro uomini ed erano armati con due tubi lanciasiluri esterni oppure con due mine.
Il 5 maggio 1942, infine, partì da La Spezia l’Autocolonna Moccagatta, organizzata dalla Decima Mas di Borghese. L’autocolonna, che prendeva il nome dal capitano di fregata Vittorio Moccagatta, morto il 25 aprile 1941 nel corso di un attacco dei mezzi d’assalto a Malta, era stata organizzata dal cap. corv. Salvatore Todaro ed era agli ordini del cap. corv. Aldo Lenzi.
La colonna in questione, che trasportava cinque barchini esplosivi M.T.M. e cinque motoscafi siluranti M.T.S.M., contraddistinti dai nnrr. 204 – 206 – 208 – 2010 e 216, disponeva di una tale organizzazione logistica da farla essere una vera e propria base mobile. In particolare, la “Moccagatta” si componeva di 31 veicoli, tra i quali 5 autocarri pesanti 666, 2 rimorchi per siluri, 5 autocarri che trasportavano un M.T.M. ciascuno, 5 rimorchi speciali che trasportavano ciascuno un M.T.S.M., 3 trattori, 1 auto-officina per automezzi, barchini e siluri, 1 autobotte da 12.000 litri, 3 rimorchi botte per lubrificanti, benzina, ecc 1 camion gru ( per il sollevamento dei barchini ), 1 “biga” a cassone, 1 auto-radio-segreteria, 1 autopulman-alloggio-comando (dotato di cuccette per i piloti), 1 autovettura “FIAT 1100” versione coloniale, 1 furgone “FIAT1100” telonato, 1 motocicletta porta ordini. Facevano parte dell’autocolonna anche cucine da campo, gruppi elettrogeni e 2 mitragliere da 20 mm, rimorchiate su carrello. La perfetta organizzazione della colonna autocarrata avrebbe permesso ai 48 uomini della Decima, inviati con i piccolissimi motoscafi in Mar Nero, di vivere, operare e combattere su quel lontano scacchiere.
A Verona, uomini e mezzi della “Moccagatta” furono caricati su vagoni ferroviari e, seguendo l’itinerario Brennero – Vienna – Cracovia – Rostov – Leopoli- tarnopol, raggiunsero, il giorno 15, la vecchia frontiera russa. L’ultima tappa del viaggio in ferrovia fu a Simferopol dove gli uomini della Decima arrivarono il giorno 19 e dove gli autocarri furono scaricati dal treno per proseguire via rotabile. Il 23 maggio, l’autocolonna raggiunse Foros, località della Crimea a sud di Sebastopoli, dove si fece base e furono messi in acqua i motoscafi.
Per comodità di trattazione ci occuperemo, separatamente, dell’operatività dei MAS, dei motoscafi della Decima Flottiglia Mas e dei sommergibili tascabili.

L’ATTIVITÁ OPERATIVA DEI MAS
 

I Mas italiani, attivi dalla base navale di Yalta, avrebbero colto il loro primo successo nella serata del 10 giugno, affondando un mercantile da 5.000 tonnellate. Nella seconda decade di giugno, il capitano di corvetta Curzio Castagnacci, con il suo Mas 571, avrebbe messo a segno un secondo buon colpo. Il 18 giugno, due MAS italiani attaccarono un convoglio composto da motozattere nemiche, scortate da sei cannoniere, che si dirigevano verso Sebastopoli. Una unità da trasporto sovietica fu sicuramente affondata ma, purtroppo, nello scontro venne anche ferito mortalmente il sottotenente di vascello Bisagno che era a bordo del Mas 571.
Nel mese di agosto, i Motoscafi siluranti furono attivi a protezione delle motozattere della Kriegsmarine, impegnate in compiti di trasporto dalla costa orientale della penisola di Crimea alla sponda occidentale del Mare di Azov.
A sud ovest di kerch, nella nottata tra il 2 e il 3 agosto, i Mas 573, 568 e 569, ai comandi di castagnacci, Legnani e Ferrari, sorpresero l’incrociatore pesante Molotov e il cacciatorpediniere Kharkov, mentre le due unità stavano bombardando la costa.
I Motoscafi di castagnacci e Legnani (MAS 573 e 568) attaccarono con i siluri il Molotov e una delle torpedini lanciate dal MAS 568, fortunatamente, andò a colpire a poppa l’incrociatore. Messo a segno il siluro, a Legnani non restava che defilarsi, tentando di eludere i colpi delle armi del caccia Kharkov, intervenuto a difesa del Molotov. Il mas 568 riuscì a porsi in salvo solo grazie all’abilità del suo comandante che diede ordine di lanciare, in rapida successione, le bombe di profondità trasportate a poppa, regolandone lo scoppio alla minima profondità. Le dieci cariche esplosero, in veloce sequenza, davanti alla prua dell’unità russa inseguitrice, danneggiando, seppur in modo lieve, il Kharkov che fu costretto a desistere dalla caccia. Il Molotov, gravemente danneggiato, fu trainato nel porto di Bathumi dove andò incontro a lavori che comportarono la sostituzione di circa venti metri di scafo a poppa, cosa che avrebbe tenuto ferma in bacino l’unità per quasi due anni.
La vita degli equipaggi dei MAS non fu solo costellata di soddisfazioni e vittorie. Il 9 settembre 1942, infatti, un attacco a bassa quota di cacciabombardieri con la stella rossa causò l’affondamento dei Mas 571 e 573, di una bettolina, nonché il danneggiamento degli altri Mas. Le unità affondate sarebbero state poi rimpiazzate dall’Italia.
Le Motosiluranti continuarono ad operare in quel settore, imbarcando equipaggi italiani, fino al maggio del 1943. Il 17 aprile, sette di quelle unità si trasferirono ad Anapa per contrastare, unitamente alle motosiluranti tedesche, la navigazione dei russi. Il 13 maggio, i Mas della Regia Marina avrebbero portato a termine la loro ultima missione al largo di Yalta, dopodiché gli equipaggi furono rimpatriati. I motoscafi sarebbero, invece, restati sul mar Nero dove, il 20 maggio, furono consegnati ai marinai della Kriegsmarine che erano stati precedentemente addestrati alla conduzione delle unità italiane. Da quella data in poi, sarebbero restati sul Mar Nero solo i sommergibili tascabili tipo C.B..

LA DECIMA FLOTTIGLIA MAS
 

Abbiamo già detto che la Colonna Moccagatta stabilì la prima base a Foros, dove mise in acqua gli M.T.S.M. e gli M.T.M..
Il giorno 29 maggio ’42 giunse in loco anche il comandante Todaro e l’attività degli M.T.S.M. ebbe avvio il 4 giugno seguente con una missione compiuta dallo stesso ufficiale. Da quella data in poi, i mezzi della Decima sarebbero usciti in mare ogni notte, condizioni meteo permettendo.
Fu nella notte del 10 giugno che il s.t.v. Aldo Massarini, mentre era in navigazione a bordo dell’M.T.S.M. 216 nelle acque di Sebastopoli, si avvide di un’unità la cui sagoma gli era familiare. Si trattava del cacciatorpediniere Tashkent, era la seconda volta che lo vedeva. La prima volta l’aveva visto a Livorno, al momento del varo.
Massarini attaccò il sovietico Tashkent a una distanza di circa 80 metri ma, purtroppo, il siluro, forse perché lanciato troppo da vicino, non deflagrò. Grande dovette essere lo sconforto del giovane ufficiale che, nel fare rapporto, una volta rientrato, sembra non potette trattenere le lacrime. La scena fu tale che l’Ammiraglio tedesco Schuster, presente al rapporto del giovane, si tolse dal petto la croce di ferro e l’appuntò alla giacca del giovane Sottotenente di Vascello.
Il s.t.v. Massarini avrebbe avuto la possibilità di rifarsi al largo di Chersosene, nella serata del 13 giugno, colpendo col siluro e danneggiando gravemente un mercantile da 10.000 tonnellate. L’unità sovietica sarebbe stata poi affondata, il giorno seguente, dagli aerei tedeschi mentre veniva rimorchiata a Sebastopoli.
La città di Sebastopoli sarebbe capitolata il 2 luglio 1942. Il Comandante Todaro, di fronte ai tedeschi che nicchiavano sull’autorizzazione agli italiani di entrare nel porto della fortezza arresasi, non attese altri nulla osta germanici e si prese quella che considerava la giusta ricompensa all’operato degli italiani in quelle acque, entrando nel porto di Balaclava, a sud della piazzaforte, con cinque motoscafi a bandiere spiegate. Todaro fece rientro in Patria il 4 di luglio, lasciando gli uomini della Decima in Mar Nero. Quegli uomini, il seguente giorno 9, avrebbero addirittura operato come fanteria da sbarco. Sullo specifico episodio è molto efficace il racconto poi fatto da Valerio Borghese: “Il Forte Gorki presso capo Feolent, era, dopo la caduta di Sebastopoli, l’ultimo punto di resistenza russo. Costruito su un costone dominante, a picco sul mare, era composto da una serie di trinceroni e gallerie scavate in roccia, alcune delle quali avevano sbocco sul mare. I Mas di Mimbeli e i barchini di Lenzi ebbero l’ordine di cooperare l’attacco finale, bloccando appunto le uscite al mare del Forte. Quattro unità parteciparono all’azione (Lenzi, Romano, Massarini e Cugia) su ogni mezzo era stata imbarcata una terza persona tutti armati di mitra e bombe a mano. Nel momento culminante dell’azione Lenzi lascia su ognuno dei motoscafi un solo uomo e sbarca con gli altri; la piccola squadra degli otto audaci marinai, penetrando dal mare nelle gallerie e risalendole di corsa, moltiplicandosi con urla, scoppi di bombe a mano, scariche di mitra, prende a rovescio i difensori, colti di sorpresa, e collabora valorosamente a piegare la tenace resistenza nemica. Ottanta prigionieri rastrellati dai piloti nelle cavernette della scogliera sono il frutto della partecipazione dei nostri all’azione”.
Con la caduta di Sebastopoli gli uomini della Decima sarebbero potuti facilmente essere rimpatriati, essendo venuto meno il motivo che giustificava la loro presenza in quelle acque. Sarebbero però restati ancora in zona, a fronte della specifica richiesta dei tedeschi di continuare a dare il loro appoggio alle truppe di terra.
La colonna Moccagata iniziò a smantellare la base di Foros il 13 di agosto, per poi trasferirsi a Teodosia, località più ad oriente. Il trasferimento fu ultimato il 1° di settembre, con la partenza degli ultimi veicoli da Foros.
Da Teodosia, il 23 settembre, l’autocolonna ripartì di nuovo, seguendo l’itinerario Yalta – Simferopoli – Melitopol – Mariupol. L’attività operativa in quelle acque era ormai da considerarsi conclusa e, finalmente, nel gennaio ’43, la “Moccagata” lasciò Mariupol. Era l’inizio del rientro in Patria. Gli MTSM e gli MTM con tutto il personale fecero rientro in Italia nel marzo del 1943. L’unico a non rientrare fu l’MTM 80 – pilotato dal 2° capo Barberi – che, il 28 giugno ’42, era stato impiegato nella zona di Balaclava venendo lanciato dalla costa, nel corso di un’azione diversiva nella baia di San Giorgio.

I SOMMERGIBILI C.B.
 

I sei C.B. erano giunti a Costanza, località dalla quale i piccoli sommergibili sarebbero partiti, ai primi di giugno, per portarsi a Yalta che sarebbe stata la loro base nel corso di questo ciclo operativo. I C.B. 1, 2 e 3, salparono da Costanza il 2 giugno, mentre i restanti 3 C.B. la lasciarono il successivo giorno 9. Come i MAS, anche i sommergibili tascabili iniziarono l’attività sul Mar Nero nella prima decade di giugno e non tardarono a cogliere paganti successi.
Il C.B. 2, alle prime luci dell’alba (ore 5,02) del 18 giugno, sorprese nelle acque di Sebastopoli il sommergibile sovietico SHCH 214, mentre stava immergendosi. La minuscola unità italiana, approfittando della sorpresa e di condizioni di luce favorevoli, attaccò ed affondò, con un solo siluro, il battello nemico. Poche ore dopo l’affondamento del SHCH 214, il comandante del C.B. 2 – Attilio Russo – sarebbe incorso in una strana avventura. Mentre dirigeva per il rientro a Yalta, Russo avvistò due imbarcazioni a remi che, dall’apparenza sembravano essere scialuppe di salvataggio. Anni di esperienza di guerra e racconti del tempo circa le tattiche molto poco ortodosse impiegate da quel nemico, indussero il comandante italiano ad avvicinarsi ai presunti naufraghi, prendendo qualche precauzione: ordinò al 2° capo, meccanico Valeri di tenersi nel portello di poppavia imbracciando un fucile mitragliatore sovietico, mentre lui rimaneva in coperta con uno dei tre moschetti in dotazione al C.B. a portata di mano.
La prudenza si dimostrò necessaria perché, giunti a una cinquantina di metri, i “poveri naufraghi” tirarono fuori le armi ed iniziarono a sparare sul C.B. . Narrerà poi Russo: “si videro rinetrare i remi e al loro posto nelle scalmiere incavate sul bordo, vennero appoggiate le canne di mitragliatrici, i cui proiettili colpirono ripetutamente il piccolo scafo”.
Fortunatamente il C.B. 2 riuscì a fare rientro alla propria base, sebbene con evidenti segni dei proiettili lasciati dal nemico sulla pinna e sullo scafo.
Il C.B. 3, comandato dal s. ten. vasc. Giovanni Sorrentino, fu una delle unità più attive. Il 13 giugno, Sorrentino lanciò due siluri contro un incrociatore pesante classe “Voroscilov”, sfortunatamente non colpendolo. Le due torpedini, forse a causa di un’avaria, non sortirono l’effetto sperato, affondando poco dopo il lancio. Maggior fortuna, il piccolo C.B. 3, l’avrebbe avuta il giorno seguente quando, con due siluri, attaccò il sommergibile SHCH 208, mentre era in emersione, affondandolo.
Più malevola si rivelò la sorte per il C.B. 5 che, addirittura, fu affondato il 13 giugno 1942 da una motosilurante russa mentre era ormeggiata alla banchina a Yalta.
Dopo la caduta di Sebastopoli, i C.B. si trasferirono a Costanza per i lavori di raddobbo e solo il 18 agosto, i cinque sommergibili superstiti tornarono a Yalta per riprendere l’attività operativa. Nei mesi successivi il C.B. 1, il C.B. 4 e il C.B. 6 furono destinati prima a Sulina, poi a Otchkow ed infine a Scadovski, in Ucraina, mentre il C.B. 2 e il C.B. 3 andarono a Burgac per operare all’imboccatura del Bosforo. Questo secondo ciclo operativo ebbe brevissima durata poiché, con il freddo inverno alle porte, l’operatività delle modeste unità venne ridotta a zero e le stesse furono inviate a svernare a Costanza.
A fine inverno i C.B. furono concentrati a Sebastopoli, dove diedero avvio al loro ultimo ciclo di operazioni nel settore, nel corso del quale le cinque unità svolsero 21 missioni. Attività che, comunque, continuò a dare buoni risultati se si considera che il C.B. 4, al comando del s. ten. vasc. Armando Sibille, il 26 agosto 1943, ad ovest di Capo Eupatoria, affondò con il siluro il sommergibile russo SCH207.

ALCUNE CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE
 

Sebastopoli, come detto, si arrese nei primi giorni di luglio. L’attività delle unità siluranti e dei C.B. della Regia Marina nel Mar Nero è una delle tante pagine di storia patria poco conosciute. Infatti, sono pochi gli storici che hanno evidenziato come le unità navali italiane diedero un decisivo apporto al crollo della piazzaforte russa.
L’attività svolta dai C.B., dai Mas e dai motoscafi della Decima si dimostrò decisiva ad interdire il traffico navale russo, rendendo impossibile il rifornimento via mare della città. Al momento dell’entrata a Sebastopoli delle truppe romene da terra e dei mezzi d’assalto italiani nel porto di Balaclava, la città aveva le artiglierie quasi completamente integre, mancavano invece le munizioni, il cui arrivo via mare era stato impedito anche dai marinai italiani.
E’ corretto, invece, ricordare, che del valido contributo dato dalla Regia Marina alla caduta della città ne diedero atto i tedeschi. In particolare, l’Ammiraglio Schuster, Comandante in capo del Gruppo Sud della Marina tedesca, inviò una lettera di compiacimento all’Ammiraglio Riccardi, Capo di Stato Maggiore della Regia Marina, nella quale, tra l’altro, si poteva leggere: “Di ritorno da una lunga visita al fronte ho piacere di poter confermare all’Eccellenza vostra quali ottime prove abbiano dato le forze navali italiane impegnate nel Mar Nero. Nonostante le difficili condizioni di rifornimento ed i continui attacchi aerei nemici sulle loro basi, le unità hanno appoggiato energicamente, con successo, la battaglia di Sebastopoli sotto l’instancabile e valorosa guida del capitano di fregata Mimbelli. Il comportamento e lo spirito combattivo degli equipaggiamenti sono stati esemplari. Ho potuto consegnare personalmente parecchie croci di guerra per speciali atti di valore. Tutti i tipi di unità impiegate si sono dimostrate perfettamente adatti ed io mi aspetto da essi anche per le future operazioni, un forte e decisivo appoggio”.

DOPO L’8 SETTEMBRE 1943
 

Questo lavoro intende trattare delle unità della regia Marina in Mar Nero, ma prima di concludere è opportuno almeno fare un accenno a come si svolsero i fatti dopo l’8 settembre ’43. Alla data dell’8 settembre i C.B. erano ancora a Sebastopoli. La proclamazione dell’armistizio sorprese i sommergibili italiani i quali, passato il primo momento di sbandamento, decisero di continuare a combattere a finaco dei tedeschi.
Il 12 settembre il C.B. 1 (g.m. Giovanni Re), e il C.B. 4 (s. ten. vasc. Armando Sibille), ricevettero l’ordine di trasferirsi a Yalta dove si trasferì anche il Capo squadriglia, capitano di fregata Alberto Torri, e il capitano del Genio Navale Luigi Navarra. A Sebastopoli restarono, invece, il C.B. 2 (s. ten. vasc. Arrigo Barbi), il C.B. 3 (s. ten. vasc. Matteo Nardon) e il C.B. 6 (s. ten. vasc. Alberto Farolfi.
Il C.B. 1 e il C.B. 4 furono poi impiegati, a 15 miglia a sud di Yalta, in un’operazione alla quale presero parte anche i battelli rimasti a Sebastopoli. Lo scopo dei battelli subacquei italiani, che operavano unitamente a unità della Marina rumena e a sommergibili e 6 Mas della Marina tedesca, era quello di creare una fascia di protezione che si stendeva dal largo di Novorossisk, fino al largo di Odessa, per proteggere il transito di alcuni convogli che effettuavano la ritirata dal Caucaso, verso Ovest. Nel corso dell’operazione di protezione del traffico, il C.B. 1, il 16 settembre 1943, silurò ed affondò una grossa maona carica di rifornimenti. Sfortunatamente, a causa di infiltrazioni di acqua, anche lo stesso C.B.1, rischiò di affondare e il comandante fu costretto a chiedere aiuto. In soccorso giunse una motozattera tedesca che, intorno alle ore 1,00 del 16 settembre, rimorchiò l’unità italiana fino a Yalta e di qui a Sebastopoli. Successivamente, il C.B. 1 assieme al C.B. 2, anch’esso in avaria, furono rimorchiati a Costanza.
Il C.B. 3, il C.B. 4 e il C.B. 6, il giorno 7 novembre lasciarono Sebastopoli da dove, già da due giorni, tutto il personale di terra aveva iniziato il ripiegamento sulla base logistica di Costanza. I tre sommergibili tascabili partirono, alla volta di Costanza, assieme ad un convoglio tedesco. La navigazione si rivelò lunga e difficile ed il convoglio, giunto ad Odessa all’alba dell8 novembre, fu attaccato da un sommergibile e da velivoli da caccia russi. I tre C.B., sempre in convoglio, salparono da Odessa il 20 di novembre ma, nel corso del viaggio in mare, una violenta tempesta disperse le navi affondando due unità tedesche e una rumena. Fortunatamente, i tre piccoli sommergibili si ritrovarono a Sulina, alla foce del Danubio, e da qui si portarono a Costanza dove arrivarono il 29 di novembre.
Una volta a Costanza il personale italiano e i battelli furono internati dai rumeni e, ufficialmente, il 19 dicembre ’43, i cinque C.B. presenti sul Mar Nero, furono presi in carico dalla marina Rumena. Quest’ultima, però, non li avrebbe utilizzati a lungo. Infatti, a seguito di trattative del governo della R.S.I., i rumeni avrebbero restituito i sommergibili agli italiani riconsegnandoli, il 30 gennaio 1944, alla Marina Nazionale Repubblicana della R.S.I..
Di nuovo italiane, le 5 unità subacquee, furono armate con equipaggi provenienti da Betasom. Svolgendo una modestissima attività operativa. Si autoaffondarono nel porto di Odessa, il 25 agosto 1944, prima dell’arrivo delle truppe russe.

Articolo tratto da STORIA del NOVECENTO n. 113

 

06/05/2013


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