STORIA 2013

 

CON IL "CHE" E CON FIDEL SEMPRE E COMUNQUE

 

di Maurizio Barozzi

 

Nel presentare l’intervista di qualche anno fa sotto riportata,a Mario La Ferla, circa la figura di Ernesto Che Guevara,voglio esternare perché, da fascisti, siamo dalla parte di Guevara, ma anche di Fidel Castro. Non solo e non tanto, quindi, ammirazione per il "combattente" Guevara, ma anche comunanza ideale e politica.

 

Come il rivoluzionario socialista Nicola Bombacci si trovò sul piano della rivoluzione socialista nazionale di Mussolini e la RSI, per la lotta del sangue contro l’oro, così i fascisti repubblicani si trovano sullo stesso piano della rivoluzione socialista di Guevara e contro l’imperialismo americano.

 

"Ogni vero uomo deve sentire sulla propria guancia lo schiaffo dato a qualunque altro uomo". Guevara

 

"La nostra azione è tutta un grido di guerra contro l'imperialismo e un appello all'unità dei popoli contro il grande nemico del genere umano: gli Stati Uniti d'America". Guevara

 

Cominciamo con il dire che non è possibile,"stirare" Ernesto "Che" Guevara della Serna, medico, scrittore, idealista e rivoluzionario, verso "destra" (valorizzando l’idealismo delle sue eroiche attitudini di combattente e ignorando il suo solidarismo umano e socialista) o verso "sinistra", rifacendosi ai suoi scritti che a volte si richiamano al comunismo.

E questo vale anche per Fidel Castro, nonostante che Castro, per il suo ruolo di capo di Stato di una piccola nazione esposta alle grinfie americane, doveva appoggiarsi ai sovietici e doveva recitare un certo ruolo e mitigare certi atteggiamenti, abbandonando le posizioni rivoluzionarie attive.

Ma i dissidi tra Castro e il "Che", sebbene non secondari, non sono mai trascesi oltre un certo punto.

Rievochiamo, per prima cosa, alcuni passaggi della lotta rivoluzionaria di Guevara dopo la meravigliosa impresa della liberazione di Cuba, e lo facciamo con la analisi, fatta dai fascisti della Federazione nazionale combattenti della RSI, nella rivista "Corrispondenza Repubblicana" del novembre 1967:

<<[Guevara], ministro dell'Economia e direttore della Banca Centrale, al temine della rivoluzione crede che la cosa più importante sia di costruire lo Stato socialista a Cuba.

È colui che dà maggior impulso alle nazionalizzazioni dei beni statunitensi, e per ciò che riguarda l'attuazione della riforma agraria tenta di impostare un sistema di incentivizzazione ideale, in contrasto in ciò con Fidel Castro che invece vuole degli incentivi di carattere economico.

Col maturare degli eventi, dopo il 1962, mentre si fa sempre più pesante il condizionamento sovietico, Guevara si scontra nelle sue teorie economiche con Fidel e con l'Unione Sovietica(del resto si rende ben conto che sovietici americani, si scontrano sul piano tattico, ma sono concordi sul piano strategico di controllo del pianeta, n.d.r.).

Voleva spingere l'economia cubana su una strada di forte industrializzazione, ma l'appoggio sovietico presupponeva aiuti limitati per l'industrializzazione e una grossa produzione di zucchero da esportare nei paesi comunisti.

Guevara lascia il Ministero dell'Economia, perde completamente la sua fiducia nell'appoggio «rivoluzionario» dell'Unione Sovietica (parlerà molto raramente dell'URSS, ma questo silenzio, in una certa misura, è molto indicativo), comincia a fare viaggi in alcuni Paesi dell'Asia e dell'Africa. Non crede più nel nazionalismo o «socialismo cubano» di Castro, ma comincia ad intuire un disegno più vasto.

Guevara lascia il Ministero dell'Economia, perde completamente la sua fiducia nell'appoggio «rivoluzionario» dell'Unione Sovietica (parlerà molto raramente dell'URSS, ma questo silenzio, in una certa misura, è molto indicativo), comincia a fare viaggi in alcuni Paesi dell'Asia e dell'Africa.

Non crede più nel nazionalismo o «socialismo cubano» di Castro, ma comincia ad intuire un disegno più vasto.

Nell'aprile del 1964 è ad Algeri a colloquio con Ben Bella. Il «radicale» Ben Bella che concepisce ben altri disegni che quelli rivoluzionari, orientato decisamente su una via riformista e tecnocratica e con in più un progetto di forti legami con il capitale americano, delude profondamente Guevara e gli conferma anzi la sua intuizione sulla logica fine di una rivoluzione a sfondo nazionale.

Ormai ha chiaro in mente che la lotta «anti-imperialista» non può che comprendere un vasto fronte internazionale se vuole avere qualche possibilità di vittoria.

Nei primi mesi del '65 tenta di organizzare la guerriglia nel Congo, ma questa volta è il materiale umano a deluderlo: le bande tribali del Congo non sono addestrabili per nessun tipo di lotta seria e con delle parole più o meno simili lascerà in breve il tentativo nell'Africa Occidentale.

Il viaggio a Pekino e l'esperienza del Vietnam sono quelle che più influenzano il «Che». La Cina aveva condotto tempo addietro un tentativo di collegamento della politica di alcuni Paesi del terzo mondo per tentare su queste basi una lotta internazionalista. Il fallimento del viaggio di Ciu En Lai in Africa aveva fatto scartare definitivamente questa idea, mentre la via della lotta nel Vietnam in una delimitata area di influenza, nella quale si potevano far sentire concretamente un appoggio economico e dei motivi di carattere nazionale e razziale, aveva portato la Cina a restringere l'orizzonte della sua politica, ma ad aumentare l'efficacia della lotta rivoluzionaria.

Il viaggio a Pekino non fece di Guevara un «cinese» come comunemente è dato di pensare, ma anzi fece maturare in lui la presa di coscienza della inutilità dell'internazionalismo a sfondo cosmopolita, e della validità della via delle lotte nell'ambito delle grandi aree nazionali.

Ecco il compiersi del lungo viaggio di Guevara. Da solo, mentre il castrismo aveva abbandonato la lotta, e i partiti comunisti ufficiali sotto la guida dell'esperienza sovietica si impegnavano sulla via politica subordinando a questa la guerriglia o addirittura, come nel Venezuela, tradendo i guerriglieri, egli gira l'America Latina nel tentativo di riallacciare le maglie della rivoluzione.

L'esperienza vietnamita che cerca di ripercorrere nell'America Latina è l'unica possibilità rivoluzionaria che possa attuarsi nella regione, ma è molto più difficile organizzare la lotta nel continente sudamericano che ai confini della Cina.

Il Vietnam ha grandi aiuti militari ed economici, i guerriglieri sono facilmente riforniti in continuazione e, nello stesso tempo, gli Stati Uniti sono costretti in quella regione ad agire con le mani legate avendo a che fare con delle possibili complicazioni che essi non desiderano e vogliono evitare (il bombardamento della Cina avrebbe come riflesso, quasi certamente, il colpo di stato militare nell'Unione Sovietica con la fine della distensione).

I pochi rivoluzionari sudamericani avevano comunque iniziato a dare grossi fastidi. In Bolivia era stata occupata una cittadina e nella regione di Vallegrande i rivoluzionari avevano cominciato ad avere un certo appoggio dalla popolazione locale. Nel Venezuela, in Colombia, nel Guatemala la lotta ha degli alti e bassi ma già è impossibile sradicarla.

Non crediamo che Guevara si facesse soverchie illusioni sui risultati immediati della sua azione, comprendeva bene le difficoltà che il movimento rivoluzionario aveva di fronte.

L'importante era tenere deste le coscienze, dare un punto di riferimento per la rivoluzione, mettere in moto il piccolo motore. L'appello che lanciò nei primi mesi di quest'anno si chiude con queste parole:

"In qualsiasi posto ci sorprenda la morte sia essa benvenuta, purché questo nostro grido di guerra giunga ad un orecchio sensibile, e un'altra mano si tenda ad impugnare le nostre armi, e altri uomini si apprestino ad intonare il canto funebre con il crepitio della mitraglia e nuove grida di guerra e di vittoria".

(Corrispondenza Repubblicana N. 13 novembre 1967 – visibile in:http://fncrsi.altervista.org/ - visibile in: http://fncrsi.altervista.org/).

Cosicché, dopo un certo peregrinare alla ricerca di realtà rivoluzionarie, Guevara finisce in Bolivia. Probabilmente vi è anche un segreto accordo tra lui e Fidel, a cui il "Che"è sempre legato, ma il capo di Stato cubano, non può compromettersi troppo. Il resto è noto. Il fallimento della guerriglia in Bolivia, la cattura e la morte.

Considerando il mancato appoggio che venne negato a Guevara dal partito comunista boliviano" e la posizione di non appoggio che dovette assumere Castro, possiamo ben dire che Guevara fu un vittima sacrificata a Jalta, alla spartizione del mondo in due sfere di influenza Usa – Urss e gli accordi segreti per la "coesistenza pacifica" tra loro.

Ma non indifferenti sono state anche le valenze negative, e le sicure delazioni, che poterono venirgli da tutti quegli ambienti europei di "comunisti al caviale", falsi rivoluzionari, editori e registi francesi pseudo comunisti, e le solite logge massoniche, con epicentro a Praga, che al tempo "cavalcavano" l’immagine rivoluzionaria di Guevara.

In ogni caso, noi fascisti della Fncrsi, fautori di una società socialista, da realizzarsi in ambito nazionale e fautoridi una lotta di liberazione nazionale dal colonialismo americano e dalle lobby sioniste, possiamo ben valutare ed esternare ammirazione e condivisione per il "Che" e per Fidel.

Non solo onorando nel "Che", il ruolo rivoluzionario, l’eroe e il combattente, ma anche condividendone tutte quelle posizioni e istanze che trovano similitudine nel nostro fascismo repubblicano.

Il fascismo, come recita la sua dottrina, è pensiero a cui segue l’azione, ed è per questo che non amiamo le ambiguità, non ci incantano certi "intellettuali" di destra, parliamo per esempio di Giano Accame, missista, già collaboratore del massone Pacciardi e della sua Nuova Repubblica, subdolo esperimento politico di marca "servizi americani", una delle migliori menti della destra, da sempre filo sionista, che poi se ne esce con masturbazioni mentali tipo "il fascismo immenso e rosso" nel tentativo di dare qualche contenuto culturale ad una destra priva di tutto.

Potremmo anche apprezzare certi suoi sforzi "intellettuali", per una riscoperta sociale del fascismo e soprattutto le sue valutazioni di Ezra Pound e Giacinto Auriti, ma noi pretendiamo di più, siamo "estremisti", vogliamo posizioni nette e definitive, non ambiguità e soprattutto coerenza di condotta per la quale il MSI, il filo atlantismo e il filo sionismo, sono tradimento del fascismo e degli interessi nazionale e quindi tutto il resto non conta.

Così come ben poco ci incantano certe onoranze e apprezzamenti, al combattente Guevara da parte di una presunta destra movimentista.

Come abbiamo visto, già nel 1967, mentre le destre missiste osteggiavano Guevara e inneggiavano ai Colonnelli greci (pochi anni dopo, senza vergogna inneggeranno a quel criminale di Pinochet), i veri fascisti ex combattenti della RSI, irriducibili nemici del missismo e di tutte le destre, presero netta e decisa posizione su Guevara.

Tempo dopo i fascisti Fncrsi realizzarono anche il volantino qui appresso esposto comparando, non a caso, Mussolini e Guevara.

Possiamo comunque dire che non è vero che Castro e Guevara siano stati dei comunisti nel senso marxista leninista o bolscevico del termine, basta leggere tutto quello che ci hanno lasciato, anche se spesso hanno per necessità geopolitiche e tattiche, usato un certo linguaggio, per rendersene conto.

Di certo, dopo aver strappato Cuba dalle grinfie di Batista (un servo degli yankee e delle oligarchie cui, è bene ricordare, non pochi destristi di vari paesi del mondo erano fraterni amici) che aveva ridotto quell’isola al tempio del vizio, della corruzione, riserva delle mafie statunitense con tutte le ricchezze del paese, oltretutto non di certo abbondanti, nelle mani di pochi speculatori e latifondisti, mentre il popolo moriva di fame, Castro ha compiuto un vero miracolo geopolitico e sociale (qualche imbecille di destra che si è recato a Cuba, cieco di fronte alle conquiste sociali di Castro, ha notato che i cubani non hanno il frigorifero ultimo modello e che il paese e sottosviluppato, non rendendosi conto della situazione geopolitica, drammatica, di quel paese e del fatto che le conquiste di un popolo non si valutano solo in termini di "modernità" con quel che comporta di distruzione dell’ambiente, speculazioni e alienazioni della vita).

Orbene, la nazionalizzazione e la socializzazione delle imprese e delle terre, le case per il popolo, l’istruzione per tutti, praticata da Castro e dal Che, tra difficoltà indicibili e scarsezza di materiale umano, rimasto arretrato, sono state ancor prima un patrimonio sociale del fascismo repubblicano, così come l’essenza dello Stato dove devono primeggiare i principi etici e politici e non quelli economici e finanziari.

Il fascismo inoltre, nemico dell’individualismo, ha sempre praticato il principio antiliberale, della "mutualità", una mutualità messa al servizio del paese e del popolo per riequilibrare gli squilibri sociali tra le diverse aree geografiche.

Qualche imbecille potrebbe ancora obiettare: ma il fascismo è per la Gerarchia mentre il comunismo ne è la negazione.

Certamente la weltanschauung del fascismo parte da un principio antiegualitario degli esseri umani, ma gli stessi Guevara e Castro, decisi ad abbattere le differenziazioni economiche e di casta e a dare a tutti le stesse possibilità realizzative, distribuendo equamente le ricchezze del paese e del lavoro, né più e né meno di quello che aveva fatto il fascismo con la RSI, non avevano una visione della vita e del mondo totalmente materialista o propriamente comunista.

E allora anche qui bisogna mettersi d’accordo.

Il fascismo, giustamente anti egualitario, prospetta uno stato organico di gerarchie delle capacità a seconda delle qualifiche personali: quindi capacità tecniche, manageriali, intellettuali, ecc. Sopra di queste le attitudini eroiche e spirituali, ovvero il predominio di quelle specificità e virtù che distinguono le individualità eticamente superiori. Questa è la concezione gerarchica del fascismo, che non ha nulla a che vedere con gerarchie di carattere plutocratico.

Ma attenzione: questa concezione dell’uomo e delle gerarchie, che si configura nella dottrina del fascismo e trova indicazioni nella sapienza antica (ben ricostruita da J. Evola), non vanno viste come le vedeva, in senso reazionario lo stesso Evola che era rimasto a Metternich.

Il fascismo, fenomeno del XX Secolo le configurava in una concezione di comunità social nazionale, adeguata ai tempi moderni, mentre Evola, di fatto andava poco più in là delle caste e ancora coltivava speranze nelle aristocrazie d’Europa i cui squallidi residui, invece, erano intenti nei loro amorazzi da rotocalco e si dilettavano nei casinò e nelle stazioni termali.

Il fascismo, per uno di quei miracoli della Storia, pur venendo dal fiume carsico della Rivoluzione francese e del Risorgimento, fenomeni storici di carattere sovversivo e antitradizionale, ne interpretava le necessarie istanze rivoluzionarie e al contempo finiva per riallacciarsi al solco della Tradizione.

Questo perché "indietro" non si poteva tornare e il vecchio mondo delle aristocrazie aveva fatto il suo tempo affogando nel sangue e nella corruzione.

Il fascismo della RSI, inoltre, si era ben reso conto che il sistema gerarchico del ventennio, quello delle "cariche dall’alto", non aveva funzionato ed aveva espresso gerarchie di buffoni e di approfittatori, palesatesi in pieno il 25 luglio del ‘43.

Non a caso Mussolini in repubblica disse chiaramente che il fascismo, con la sua Repubblica Sociale, senza scantonare nella democrazia, doveva però trovare una via di mezzo tra le cariche dall’alto e le nomine elettive che pur assicuravano la necessaria critica, sprone e controllo.

Tutta questa concezione di uno stato "Nazional popolare" con la società socialmente ridefinita in termini di socialismo nazionale e fine dei privilegi economici, è molto simile a quella vagheggiata da Guevara e da Castro, non ci sono contraddizioni, ma soltanto un diverso uso di un linguaggio di propaganda, a causa dei tempi storici diversi.

Molte quindi le similitudini ed ovviamente anche le differenze, nel determinare le necessarie gerarchie nel partito e nello Stato, sia nel modo in cui le stava progettando e organizzando la Repubblica Sociale Italiana e sia come si cercò di attuarle nella repubblica laico socialista di Cuba, dove pur si recepirono alcuni principi tratti dalle categorie marxiane ed hegheliane.

Ed entrambi queste due rivoluzioni, pur con i loro distingui, erano l’antitesi delle gerarchie e delle oligarchie, dei paesi democratici occidentali, come noto determinate dal maneggio del denaro, dalle manipolazioni e illusioni dell’elettorato.

Da notare, en passant, che nei paesi capitalisti, anche nelle stesse imprese, tempio del padronato, le gerarchie si determinano attraverso dei falsi valori. Tutto al più vi è la ricerca di abili tecnici e manager da porre al servizio della proprietà per mandare avanti l’Azienda (capacità meritocratiche), ma per il resto, nei posti di lavoro, si "fa carriera" attraverso il leccaculismo, la delazione al padrone, l’entrare nelle grazie dei superiori, il valutare tutto in termini di resa economica. Questo perché i proprietari dell’impresa, a parte una certa abilità tecnica e manageriale, hanno bisogno di schiavi totalmente asserviti.

Ma consideriamo anche la nomenklatura comunista che tanto spaventa il borghese e il destrista che ha paura che gli portano via la casa, la bottega, il crocefisso: ah quei cavalli dei Cosacchi che volevano venire ad abbeverarsi nella fontane di Sampietro (magari! Ci sarebbe da dire oggi, visto come siamo andati a finire, che società da "Grande Fratello" si è instaurata e come abbiamo totalmente perso ogni residuo di sovranità nazionale).

La storia ci ha dimostrato che le nazioni che hanno conosciuto decenni di dittatura comunista, una volta imploso il comunismo, dileguatosi come una "brutta nottata", hanno mostrato che il popolo, nonostante le violenze subite e la privazione delle libertà personali, è rimasto sostanzialmente integro, mentre invece dove è arrivato il "mondo libero", l’americanismo, tutto è andato perduto: tradizioni, culture, peculiarità dei singoli popoli, tutto annientato dall’Occidente, il vero nemico dell’Uomo.

Questo perché il comunismo, nella sua accezione marxista leninista è una utopia, una concezione impossibile per la natura umana. Può essere transitoriamente imposto con la forza, ma inevitabilmente la natura umana, il suo spirito, finiscono per prendersi la loro rivincita.

Ed infatti, nei paesi dove il comunismo è andato o è stato imposto al potere, una vera società comunista non si riusciva a realizzare e una volta collassato il sistema di comunismo non restava più nulla.

Ma invece non è così per l’occidente, il vero nemico dell’uomo, con il suo edonismo e il suo iper individualismo.

Come disse un poeta sud coreano negli anni ’50: dopo sei mesi che erano arrivati questi americani in Corea, non riconoscevo più il mio popolo distrutto dal vizio, dalla corruzione, dalla Coca Cola. Figuratevi oggi noi, dopo quasi 70 anni di colonialismo americano, dove abbiamo addirittura perso la gioventù disintegrata dalle mode, dalle musiche, dalle discoteche, dai tatuaggi, dai piercing, dagli Ipood e tablet, e dai videogiochi. Per non parlare dell’altro "regalo" dell’occidente: sballo e droghe.

Ed anche qui era errata l’analisi evoliana (di un Evola, tanto bravo come "maestro", ma tanto scarso come politico), quella del "male minore", per cui bisognava schierarsi con il "mondo libero" per evitare il peggio, cioè il comunismo, quando era vero esattamente il contrario.

L'8 ottobre 1967 Guevara ferito viene catturato da forze anti-guerriglia dell'esercito boliviano, coadiuvate da forze speciali statunitensi, a La Higuera, nella provincia di Vallegrande(Bolivia), Il 9 ottobre Guevara venne ucciso nella scuola del villaggio e poi gli amputarono le mani. Il suo cadavere venne ritrovato nel 1997 e fu portato nel Mausoleo di Santa Clara di Cuba.

Noi fascisti repubblicani rivendichiamo il Che Guevara in tutto e per tutto senza sé e senza ma.

 

Hasta siempre, Comandante!

 

 

"L'altro Che", Ernesto Guevara mito della destra militante: intervista a Mario La Ferla

 

Mercoledì 15 Luglio 2009,

Interviste di Eleonora Bianchini

 

Gente di destra e sinistra, arrabbiatevi pure. Ernesto Guevara, rivendicato da decenni come monopolio esclusivo dei rossi, è anche un'icona della destra movimentista. Guerrigliero coraggioso, combattente per la libertà e l'indipendenza, il Che antiamericano e antimperialista è considerato un mito dagli estremi dell'agone politico. Mario La Ferla firma un saggio di grande interesse, "L'altro Che" (Stampa Alternativa - collana Eretica speciale, 216 pagg., € 14) per abbattere il muro del silenzio e ricostruire l'immagine del Comandante a destra. Anche se la sinistra radical-chic continua a storcere il naso. Abbiamo incontrato l'autore per saperne di più.

Riscoprire Che Guevara come mito ispiratore per i fascisti rossi è sorprendente nonostante Gabriele Adinolfi, ex leader di Terza Posizione avesse già scritto "Lotta e vittoria, Comandante! Perché da fascista lo onoro" su noreporter nel 2007, a 40 anni dalla morte. Quali reazioni ha suscitato "L'Altro Che" a destra?

I siti internet della destra moderata e radicale hanno dedicato al libro molta attenzione e i blog si sono infuocati visto che non si aspettavano che il tema venisse trattato entro i confini della destra militante.

Poi sono iniziate le discussioni fra gli ammiratori e i detrattori del Che, critici nei loro commenti lucidi e sereni verso la passione dei camerati per un guerrigliero marxista.

E la destra istituzionale?

"Il Secolo d'Italia", organo di quella che fino a poco tempo fa era Alleanza Nazionale, ha dedicato a "L'altro Che" ampio spazio.

Molti elogi, soltanto un appunto per mettere in risalto che io ho sempre fatto riferimento all'estrema destra. Ma in realtà anche la destra istituzionale ha apprezzato il romanticismo e l'altruismo del Che.

Da destra saranno arrivati anche commenti negativi, visto il tema delicatissimo per quella parte politica.

Sì, sono arrivate due osservazioni negative molto decise. Una, da parte di "Rinascita" il cui ex direttore Ugo Gaudenzi ha detto: «Destra radicale con il Che? Una vera e propria falsità». L'altra, da parte del quotidiano nazionalpopolare "Linea" che ha pubblicato una recensione molto critica a firma di Carlo Gambescia. Insomma, mi pare che il dissenso nei confronti del libro sia più frutto di polemiche interne alla destra movimentista piuttosto che di vere e proprie smentite della sostanza del libro.

Come è stata invece la reazione a sinistra?

Gelida. È impressionante la caparbietà con la quale i giornali progressisti, dal "Corriere della Sera" a "Liberazione", hanno voluto ignorare "L'altro Che". So che nelle varie redazioni il libro viene considerato una provocazione, un pretesto per fare polemica a buon prezzo, un'altra occasione per un nuovo processo di revisionismo o ancora peggio per "sdoganare i fascisti".

Che è sempre stato l'assillo della sinistra.

Infatti. Basta vedere l'esempio che arriva dall'accoglienza fatta puntualmente ai libri di Gianpaolo Pansa (anche lui -guarda caso- arriva dalle stanze de "l'Espresso"), che viene accusato di essere un revisionista. È un linguaggio che conosco molto bene. Quel mondo lo conosco, perché ci sono stato a lavorare per trent'anni, tra i radical-chic, e di loro so tutto: pregi e difetti. Tra i difetti maggiori c'è ancora, in modo ostinato, la volontà di non voler vedere quello che c'è dall'altra parte, da ogni altra parte.

Cioè?

Non esiste l'intenzione di fare un passo avanti per sradicare le certezze acquisite, le verità esclusive e le tesi scolpite nel granito. Ernesto Guevara è un mito della sinistra internazionale quindi nessuno si deve permettere di indagare per scoprire nuove verità che, in questo caso, non scalfiscono minimamente il personaggio del Che. La stessa diffidente accoglienza a sinistra si è notata non soltanto nelle redazioni dei giornali ma anche nelle librerie. Quelle, molto note, dichiaratamente "progressiste" hanno fatto di tutto per nascondere "L'altro Che": posso dire, anzi, che il libro è stato "oscurato".

Se Che Guevara è uno dei miti della destra militante perchè la sinistra è arrivata a impossessarsene, nonostante l'antiamericanismo e l'anticapitalismo siano valori condivisi anche dai fascisti rossi?

Storicamente Ernesto Guevara appartiene alla sinistra internazionale. Se ne impossessarono gli studenti delle università californiane ancora prima della morte del Che, ottobre 1967, quando iniziarono la contestazione anticipando quella europea. L'ufficializzazione del Che icona della sinistra avvenne durante il maggio parigino del '68. Anche se qualche anno prima, quando ancora non si parlava di contestazione globale, alcuni esponenti della destra italiana e francese avevano mostrato ammirazione per il Comandante, la sinistra non ha mai voluto riconoscere un'appartenenza diversa del guerrigliero argentino. E c'è sempre riuscita con successo.

Perché?

Ha potuto sempre contare su uno schieramento massiccio ed eccellente di intellettuali che, anche nel caso del Che, hanno saputo difendere e imporre le idee progressiste in ogni settore della vita culturale e sociale. Dall'altra parte, nello stesso periodo pre-contestazione e post-68, la destra, in Italia, era stata messa in un angolo oscuro, accusata di molti misfatti e quindi non in grado di manifestare le proprie idee e le proprie scelte. Del resto, mentre la sinistra poteva contare sull'appoggio di giornali e televisioni, la destra radicale e non solo -soprattutto dopo i tragici fatti di Genova, nel luglio 1960 (la repressione del governo Tambroni sui manifestanti genovesi contro il congresso del Msi)- era stata praticamente messa fuorilegge.

Quindi era impossibile convincere i media e buona parte dell'opinione pubblica della sincerità della passione per il Che.

Sì. Ogni volta che la destra rivoluzionaria tentava di manifestare i suoi convincimenti antimperialisti e antiamericani, a sinistra rispondevano che si trattava soltanto di squallida provocazione. Anche se da qualche anno la sinistra, anche quella italiana, ha abbandonato il Che al suo destino (ormai non appare più nemmeno una bandiera con la sua faccia nelle manifestazioni di antagonisti e no-global), continua a non accettare che qualche altra parte si appropri del mito del Che.

Ci sono altri miti condivisi a destra ma considerati tabù, magari perchè monopolio della sinistra?

Sì, per esempio, l'atteggiamento ostile nei confronti degli Stati Uniti. L'America, per i fascisti nazionalrivoluzionari, resta il nemico numero uno. Hanno scritto più volte i rappresentanti di nuclei di estrema destra: «Oggi come ieri, gli americani sono i nostri nemici. I nemici dei popoli liberi. La guerra del sangue contro la guerra dell'oro non è ancora finita».

Altro?

Sì. L'odio verso la NATO definita "NATO per morire" e l'avversione verso la globalizzazione, tema caro alla destra movimentista. Quindi, da questo atteggiamento antiamericano, anticapitalista e anticolonialista, condiviso con la sinistra internazionale, derivano altri miti della destra estrema che sono anche i miti dei movimenti progressisti.

Per esempio?

Gli indiani d'America, e con i pellerossa quei fascisti rivoluzionari che fino all'ultimo avevano creato un accordo con alcune frange della sinistra estrema difendono anche gli irlandesi dell'Ira, i palestinesi e l'Intifada, come una volta stavano dalla parte dei vietcong contro i marines, con il Chiapas contro ogni imperialismo.

E a livello culturale?

Anche la destra radicale ha amato i Beatles, "emblema vivo e reale di un ribellismo generazionale che si erge contro il conformismo e l'ipocrisia e tenta così l'impossibile scalata al cielo". Dal 1966 anche l'estrema destra ha avuto una passione per il beat, perché rappresentava un'estetica, un modo di esprimersi e sentirsi lontano dai vecchi schemi. Non a caso il Piper, il celebre locale romano centro e ritrovo dei seguaci del beat, era stato fondato da un avvocato reduce della Repubblica Sociale di Salò.

E anche il '68 fa parte dell'album dei ricordi della destra radicale.

Sì. Il primo marzo di quell'anno era stata ordinata l'adunata generale degli studenti della destra romana a Valle Giulia, presso la facoltà di Architettura. E furono gli studenti di destra, inneggiando anche al Che, i protagonisti dei violenti scontri con la polizia che furono poi stigmatizzati da Pier Paolo Pasolini. Era il momento in cui dall'estrema destra molti auspicavano un avvicinamento all'estrema sinistra ricordando il legame di "Jeune Europe" con i maoisti e l'affinità con le Brigate Rosse di Renato Curcio il cui itinerario era stato definito "esemplare". Era il momento in cui nacquero i nazi-maosti. E poi c'é la passione per l'Islam e la resistenza dei popoli arabi, per il terzomondismo, i militanti del Campo antimperialista così vicino alle frange di estrema sinistra, e anche quelli che sono stati contro Bush e a favore dell'Iraq di Saddam Hussein. Nella galleria dei miti condivisi, come testimonia lo storico Franco Cardini, che proviene dalle giovanili file dell'estrema destra, ci sono anche Ho Chi Minh e Fidel Castro: «In un modo o nell'altro, lo abbiamo amato tutti, Fidel. Posso testimoniarlo appieno personalmente... e contro il parere dei nostri padri e dei nostri fratelli maggiori per i quali era solo un comunista, noi andavamo pazzi per lui… Quel Fidel ci piaceva, ci incantava".    

 

01/09/2013


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