STORIA 2013

 

Articolo di repertorio

 

CHE COSA UNISCE E CHE COSA DIVIDE

 

IL NEW DEAL E IL FASCISMO SE É IL CONFRONTO CHE CONVINCE

 

di Filippo Giannini

 

Domenica 14 novembre 2010 Sergio Romano nella rubrica Lettere al Corriere, con il titolo sopra indicato, ha risposto al lettore, Sig. Mario Russo, sull’argomento New Deal – Fascismo. É una materia che richiederebbe molto più spazio di quanto ne possiamo disporre, tuttavia ci avventureremo augurandoci, dato il grande interesse dell’argomento, di tornare a trattarlo di nuovo quanto prima.

 

 Il mondo economico-finanziario così come lo conosciamo oggi, poggia su due pilastri: liberale in politica e liberista in economia. Il liberismo (o liberismo economico) è una teoria economica, filosofica e politica che prevede la libera iniziativa e il libero commercio, mentre l’intervento dello Stato si limita al massimo alla costruzione di adeguate infrastrutture (strade, ferrovie ecc) che possano favorire il commercio. Questo il concetto di liberismo secondo Wikipedia. Adam Smith (1723-1790) generalmente ritenuto il padre dell’economia politica moderna, considera come fine di tutta l’attività economica l’interesse personale. Per Adam Smith principio essenziale è nessun intervento dello Stato in campo economico. Lo Stato deve lasciar fare, lasciar passare.

 

 Questi essenziali concetti illustrano la sostanziale differenza con il nazionalfascismo che patrocinava la nuova concezione del lavoro e dell’economia, concetti che si stavano espandendo in tutto il globo sulla scia del fascismo italiano e del nazionalsocialismo germanico, in mortale contrasto con il liberismo dei Paesi democratici, principalmente della Gran Bretagna, della Francia e, soprattutto di quel Paese dove i concetti di Adam Smith, partorirono la grande crisi del 1929, gli Stati Uniti d’America. Può sembrare un paradosso, eppure proprio questo Paese dovette accettare i concetti degli Stati totalitari per uscire dalla grande crisi.

 

 I principi fondamentali dello Stato Corporativo nascono dalla Carta del Carnaro promulgata l’8 settembre 1920 da Alceste De Ambris e da Gabriele D’Annunzio. E sufficiente leggere gli articoli VI e IX della Carta del Carnaro per acquisire le profonde differenze che la separano dai concetti di Adam Smith. Art. VI: «La Repubblica (la Carta del Carnaro fu concepita nel corso dell’impresa di Fiume, nda) considera la proprietà come una funzione sociale, non come un assoluto diritto o privilegio individuale. Perciò il solo titolo legittimo di proprietà su qualsiasi mezzo di produzione e di scambio è il lavoro che rende la proprietà stessa fruttifera a beneficio dell’economia generale». Art. IX, definitivamente corretto da D’Annunzio: «Lo Stato non riconosce la proprietà come il dominio assoluto della persona sulla cosa, ma la considera come la più utile delle funzioni sociali. Nessuna proprietà può essere riservata alla persona quasi fosse una sua parte; né può essere lecito che tal proprietario infingardo la lasci inerte o la disponga malamente, ad esclusione di ogni altro».

 

 Riteniamo che la Carta del Carnaro costituisca il documento fondamentale del Corporativismo moderno originato dalle concezioni storiche di Mazzini e di Toniolo sostenitori della superiorità della morale sull’economia, principi basilari della politica mussoliniana.

 

 Altra tappa basilare della formulazione corporativa fu l’enunciazione, presentata il 21 aprile 1927, della Carta del Lavoro con la quale, per la prima volta nel mondo, venivano fissati i cardini del rapporto fra lavoro, produzione ed economia nazionale, nella formula lavoro protagonista e capitale strumento.

 

 Mentre nei Paesi ad economia liberale i suicidi a causa della grave crisi del 1929 si contavano a decine, l’Italia stava superando la congiuntura senza eccessivi drammi. Franklin D. Roosevelt era stato eletto Presidente degli Stati Uniti a marzo del 1933, periodo nel quale un americano su quattro era disoccupato ed esattamente nel momento in cui in Italia veniva concepito l’IRI (l’IMI fu costituita nel 1931) sotto la guida di Alberto Beneduce. Con la nascita dell’IRI vennero gettate le premesse dello Stato imprenditore e con questo furono definite le linee di demarcazione tra l’area pubblica e quella privata.

 

 Torniamo a Roosevelt. Questi aveva impostato la campagna elettorale all’insegna del New Deal, ossia ad un vasto intervento statale in campo economico, ossia proponendo un’alternativa al liberismo capitalista. Una volta eletto Roosevelt (e questo nel dopoguerra venne accuratamente nascosto) inviò, nel 1934, in Italia Rexford Tugwell e Raymond Moley, due fra i suoi più preparati uomini del Brain Trust per studiare il miracolo italiano.

 

 E allora, per tornare al titolo di questo pezzo e di Sergio Romano Che cosa unisce e cosa divide il New Deal e il Fascismo, riprendiamo uno stralcio del lavoro di Lucio Villari: «Tugwell e Moley, incaricati alla ricerca di un metodo di intervento pubblico e di diretto impegno dello Stato che, senza distruggere il carattere privato del capitalismo, ne colpisse la degenerazione e trasformasse il mercato capitalistico anarchico, asociale e incontrollato, in un sistema sottoposto alle leggi e ai principi di giustizia sociale e insieme di efficienza produttiva». Roosevelt inviò Rexford Tugwell a Roma per incontrare Mussolini e studiare da vicino le miracolose realizzazioni del Fascismo. Ecco come Lucio Villari ricorda il fatto tratto dal diario inedito di Rexford Tugwell in data 22 ottobre 1934 (Anche l’Economia Italiana tra le due Guerre, ne riporta alcune parti; pag. 123): «Mi dicono che dovrò incontrarmi con il Duce questo pomeriggio… La sua forza e intelligenza sono evidenti come anche l’efficienza dell’amministrazione italiana, è il più pulito, il più lineare, il più efficiente campione di macchina sociale che abbia mai visto. Mi rende invidioso… Ma ho qualche domanda da fargli che potrebbe imbarazzarlo, o forse no».

 

 Mussolini, a sua volta, inviò a Washington il Ministro delle Finanze Guido Jung il quale incontrato il Presidente americano gli fece dono di due Codici di Virgilio e di Orazio e, nel contesto consegnò a Roosevelt una lettera del Duce. Il documento relativo a questo contatto Mussolini-Roosevelt, ci fa sapere Villari, è custodito in copia nell’Archivio Jung, il cui originale, come il diario inedito di Tugwell, si trova nella Roosevelt Library.

 

 Tra i liberals d’America le opinioni erano divise: una rivista come The Nation, fortemente conservatrice, era duramente antifascista. Gli economisti pianificatori del New Deal vedevano nel corporativismo il coordinamento economico statale necessario davanti alla bancarotta del lassez-faire liberista. Così nel 1933 Roosevelt firmò il First New Deal, e il Second New Deal venne firmato nel 1934-1936. Quindi fu Franklin D. Roosevelt ad istituire il Social Security Act, una legge che introduceva, nell’ambito del New Deal, indennità di disoccupazione, di malattia e di vecchiaia. Contemporaneamente nacque anche il programma Aid to Family with Dependent Children (aiuto alle famiglie con figli a carico), tutti provvedimenti che avevano già visto la luce in Italia nel Ventennio fascista. Subito dopo la Corte Costituzionale degli Usa, decretò l’incostituzionalità di alcuni provvedimenti. E Sergio Romano chiude il suo intervento con queste parole: «Da questo momento l’Italia e l’America presero, non solo economicamente, strade diverse».

 

 Noi non crediamo di poter chiudere con queste parole, ma con quelle di Bernhar Shaw nel 1937: «Le cose da Mussolini già fatte lo condurranno prima o poi ad un serio conflitto con il capitalismo».

 

 Non si dovranno attendere molti anni prima che la profezia dello scrittore americano si avverasse.

 

Non a caso di fronte alla confermata crisi del liberismo e del marxismo, un autorevole personaggio democratico inglese Michael Shanks, economista di vasta esperienza internazionale, già direttore della Commissione Europea degli Affari Sociali, nonché Presidente del Consiglio dei Consumi, indica nel suo libro What is the wrong with the modern World? Lo Stato Corporativo di Mussolini come l’unico metodo per uscire dalla contrapposizione violenta delle parti sociali. «Non c’è alternativa», ammonisce l’economista inglese: «O lo Stato Corporativo o lo sfascio dello Stato».

 

 Che ne penserà Sergio Romano?

 

23/12/2013


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