STORIA 2015

 

Delitto Matteotti: Il “Teorema" di Mauro Canali

 

di Maurizio Barozzi

 

25 febbraio 2014

 

Parte di una certa storiografia da sempre impegnata, con risultati assai scarsi, a voler dimostrare Mussolini quale mandante dell’omicidio di Matteotti, ha trovando in Mauro Canali e nel suo testo: Il delitto Matteotti. Affarismo e politica nel primo governo Mussolini“– Ed. Il Mulino 2004 [copertina a lato],

libro preceduto da una edizione più pregna di documenti del 1997), colui che l’ha finalmente confezionata, dietro una attenta analisi, in una tesi ben definita e dettagliata, ma che a nostro avviso resta pur sempre un ipotesi, più che altro strutturata come un “teorema”, con tutti i limiti del caso.

Si da il caso però che per alcuni, questa del Canali, è un opera che farebbe testo, sia per le documentazioni presentate e sia per l’autorevolezza dell’autore, già professore ordinario di Storia contemporanea all’Università di Camerino, a suo tempo allievo di Renzo De Felice, spesso ospite di programmi televisivi, in particolare la “La Grande Storia” della Rai Tv, e che ha tenuto conferenze anche all’estero.

Con il presente articolo, non abbiamo certo la presunzione di voler confutare uno storico di professione, ma riteniamo di poter apportare delle critiche e delle osservazioni che, a nostro avviso, riducono e di molto, le tesi dell’autore e configurano la sua inchiesta sul delitto Matteotti, più che altro, come un “teorema”, perché proprio di un teorema in effetti si tratta.

In ogni caso una nostra inchiesta sul caso Matteotti, l’abbiamo pubblicata nel sito della Fncrsi : “Il delitto Matteotti” visibile on line:

 http://fncrsi.altervista.org/il_delitto_matteotti_150218.pdf a cui rimandiamo per una più completa esamina di questo argomento.

Prima di addentrarci nella analisi del testo del professor Canali, occorre fare una premessa: ricostruire oggi le vicende del delitto Matteotti, risalendo alle rispettive responsabilità in quel delitto, è possibile solo con un certo margine dubitativo.

Nonostante i processi svolti, infatti, del resto influenzati da notevoli spinte politiche (quello di Chieti del 1926 addomesticato dal Regime fascista e quello di Roma del 1947 sotto l’ influenza del clima post resistenziale antifascista), le tante testimonianze rese, poi modificate o ritrattate, i memoriali, ecc., non è possibile avvalorare una ricostruzione, invece di un'altra, basandosi su questo materiale, a causa di troppi inquinamenti, interessi, speculazioni alle quali nessuna autorità pose limiti, anzi sia il regime fascista che il contesto antifascista del dopoguerra, ne furono il brodo di coltura.

Non si può fare neppure pieno affidamento ai verbali di interrogatorio e alle deposizioni in tribunale perché non di rado i testi mentirono spudoratamente, poi in seguito le ritrattarono o modificarono, insomma un vortice di versioni a cui i “ricercatori” hanno attinto solo quello che gli tornava comodo per le loro tesi, spesso senza verificarle e incrociarle con i dati conosciuti.

Ma del resto anche l’incrocio delle testimonianze serve a poco, perché, come detto, tutto il materiale a disposizione è inaffidabile e tanti protagonisti dell’epoca rilasciarono o corressero testimonianze (e spesso gli fu possibile anche concordarle tra di loro in carcere) in funzione degli interessi degli incriminati o della linea del regime fascista e all’opposto altri le pronunciarono negli interessi dell’antifascismo (anche sotto ispirazione massonica) teso ad inguaiare il Duce ed abbattere il regime durante il “fuoriuscitismo” nel periodo del ventennio, o nel dopoguerra post resistenziale per denigrarne la memoria.

Scrive giustamente Giuliano Capecelatro, giornalista storico:

…una materia complessa, imbrogliata, resa da ancor più difficile decifrazione da una fioritura sterminata di bugie, lacune, omissioni, sparizioni, ambiguità che ancora oggi mantengono un velo sulla verità.[1]

Con il tanto materiale oggi disponibile, pur scremato di quanto risulta palesemente falso, incrociando deposizioni e testimonianze, rivelazioni e sentito dire, si potrebbe allegramente confezione più di una versione, opposte tra loro, ma comunque le si motivi non reggerebbero ad una attenta critica.

E questo vale anche per le ipotesi avanzate dal Mauro Canali il quale, nonostante porti a supporto varie documentazioni, deve spesso confermare le sue ipotesi rifacendosi alla tal testimonianza o al tal memoriale finendo ogni ipotesi per diventare un castello di carte.

Detto questo analizziamo il lavoro del Canali:

[Da qui in avanti, tutti i riferimenti ai testi di Mauro Canali, se non diversamente riportato, sono alla sua opera: Canali M.: Il delitto Matteotti. Affarismo e politica nel primo governo Mussolini, Il Mulino, 1997 – e/o – alla Edizione riveduta 2004].

 

Il “teorema” di Mauro Canali

Riflettendo sui lavori e le analisi di Mauro Canali (dei quali, per carità, apprezziamo le ricerche documentali), possiamo, rilevare che questo storico, che per il delitto Matteotti si sostiene sia andato oltre Renzo De Felice, basa il tutto su una sua convinzione: Mussolini trafficava in tangenti.

Una convinzione che, lo diciamo subito, non condividiamo, ma ne parleremo anche perché il “potere”, da sempre, ha comportato sistemi di finanziamento ai quali si affianca il malaffare e quindi la confusione su questo argomento è alquanto facile. [2]

Di certo anche Renzo De Felce conosceva i sistemi di finanziamento che si praticano dalla notte dei tempi e sono ancora il mezzo consueto di finanziamento dei partiti anche della Repubblica democratica del dopoguerra (nonostante che ora i partiti abbiano finanziamenti di Stato).

De Felice conosceva queste cose, magari non fino a dove, nelle documentazioni, ha proseguito il Canali, ma non è solo in questo modo che si possono sciogliere certi dubbi storici ed interpretare le vicende del delitto Matteotti.

Per altri versi sarebbe come stabilire che siccome Lenin prese ingenti finanziamenti da Wall Strett e dal servizio segreto tedesco, se ne deducesse che Lenin era un uomo dell’Alta finanza e uno strumento del Kaiser. Oppure che Hitler avendo avuto finanziamenti anche da banche ebraiche era uno strumento dell’ebraismo; o ancora Mussolini, visto che prese finanziamenti per creare il Popolo d’Italia da tutti quegli ambienti, in genere massonici, interessati a portare l’Italia in guerra a fianco dei franco britannici, e durante la guerra venne anche finanziato dagli inglesi per tenere in piedi il pericolante “fronte interno” del paese, questi era uno strumento al servizio della massoneria e un agente inglese.

 

Chi ragiona in questo modo dimentica le leggi storiche, leggi che attestano che sempre e comunque ci sono poteri e interessi che hanno convenienza, per paura o per interesse, a finanziare “qualcosa” o “qualcuno” e uomini e movimenti che hanno necessità di farsi finanziare.

Stiamo oltretutto parlando di un epoca ove da decenni imperava il malcostume delle tangenti, piaga generata dal risorgimento. Nell’Italia degli anni ’20 la corruzione è diffusa e annidata nella burocrazia. Il rinnovamento, che avrebbe dovuto portare il fascismo, gli uomini nuovi, sarà lento e si manifesterà solo con gli anni, ma per il contingente troppi elementi marci si erano innestati nella rivoluzione fascista ed ora erano assurti al potere. Questo era il contesto dell’epoca nel quale il governo Mussolini si barcamenava dovendo far fronte a necessità non sempre conciliabili: gli interessi prioritari del paese, gli interessi di lobby che il governo, volente o nolente, aveva ereditato dai passati regimi e che comunque doveva subire anche perché l’andata al potere del fascismo aveva avuto finanziamenti da varie parti:

Per la verità le presunte tangenti che Mauro Canali pretende di aver scoperto a vantaggio di Mussolini, il fratello Arnaldo, il Popolo d’Italia e il partito fascista, di fatto vengono fatte passare anche quale un interesse personale, un arricchirsi, sfruttando la raggiunta posizione di potere e questo assume un diverso aspetto, finendo per configurare Mussolini e il suo governo come una specie di Al Capone con tutto il suo sistema gangsterico.

Resta il fatto, però, che tutti questi illeciti arricchimenti, per la famiglia Mussolini, non si sono poi manifestati né per lui, né per gli eredi,[3] ed allora, ci chiediamo: come può lo storico Canali, preso da fazioso furore nel dimostrare la corruzione del Duce, dedurre che alcuni documenti, una certa ricevuta, un certo finanziamento, da far risalire a Mussolini, sarebbero la prova della sua personale corruzione?

Quando oltretutto non è la corruzione la prassi e l’essenza politica di un uomo che poi realizzerà lo Stato del Lavoro e lo Stato sociale; la creazione, al tempo rivoluzionaria, dell’IRI; la società socialista con la RSI, e la formulazione dottrinaria del “tutto nello Stato, niente fuori dello Stato e soprattutto niente contro lo stato”, e che invece, qui si sottende, che avrebbe preso il potere per il potere, per arricchirsi.

E la stessa sicumera “tangentista”, il Canali la ripete quando afferma, in una intervista, di aver trovato almeno tre prove di tangenti a Mussolini e una lettera delle ferrovie circa la vendita di residuati bellici e il versamento che Mussolini riceve e sigla “riservatissimo”.[4]

E non traspare, invece, che quel versamento, ha destinazioni che non si conoscono, tanto che sigla “riservatissimo”, ma a quanto pare non la fa poi sparire?

Sono vicende consuete in un sistema di governo, ma sono relative alle contingenze del tempo, con la pluriennale politica di Mussolini, anche perché qui non stiamo facendo valutazioni di correttezza e moralità, nel qual caso, non potremmo dimenticare il particolare periodo dell’epoca, in un certo senso “rivoluzionario”, laddove la stessa rivoluzione, è un atto illegale, ma non come tale può essere valutato.

In ogni caso, oggi come oggi, tutte le documentazioni che il Canali può portare per attestare tangenti che sarebbero finite nelle tasche di Mussolini o del fratello, possono interpretarsi come tali, come malaffare, solo attraverso congetture, quando invece siamo in presenza di un complesso quadro storico, dove determinati finanziamenti passano di mano e non possono mancare, oltretutto Arnaldo Mussolini, nella sua qualità di “amministratore” del giornale il Popolo d’Italia è preposto proprio a questa funzione di finanziamento, comune a tutti i giornali, o si crede che, tanto per fare un esempio, Il Corriere della Sera o l’Avanti! del tempo si alimentavano con i cioccolatini?

Tutti gli attori dell’epoca sono morti e quindi non possono ora spiegare e dettagliare a cosa e a chi quei documenti che il Canali va tirando fuori, si riferivano.

É vero che vi erano voci che dicevano che Arnaldo Mussolini era incline a farsi coinvolgere in vari affari e partecipazioni azionarie (del resto lo era anche Gabriele D’Annunzio), dove il suo nome era appetito, ma non ci sembrano queste vicende così rilevanti, tantomeno disoneste, da giustificare un coinvolgimento del fratello del Duce nel malaffare. E questo compresa la famosa tangente, stimata in 40 miliardi di lire (rapportate al 2000) che il Canali afferma che doveva essere versata, e una parte fu versata, dai petrolieri ad Arnaldo Mussolini. Qui attraverso una unilaterale interpretazione di documenti, si confondono giri di finanziamenti con tangenti da corruzione, il tutto elaborato dietro evidenti congetture per arrivare ad avere un “movente” che dimostri da parte di Mussolini, l’intento di assassinare Matteotti.

Per il Canali, ogni documento, ogni ricevuta, che si poteva far risalire a Mussolini e riguardante finanziamenti o presunte tangenti, traffici che in qualche modo non potevano mancare e in particolare quelli della faccenda del petrolio, della Sinclair Oil, ecc., sono il corpus di un vero e proprio “teorema” costruito su vicende petrolifere molto complesse, con compagnie straniere che si muovono sul nostro mercato e di cui è molto difficile attestare con certezza assoluta quali erano le esatte strategie, e le vere proprietà azionarie che per le compagnie minori potevano cambiare dall’oggi al domani attraverso accordi, acquisizioni ecc.

Ed ancor più complicato è ricostruire oggi le vere strategie di Mussolini, nel privilegiare la Sinclair Oil e al contempo inimicarsi l’Alta Banca e la Anglo Persian Oil Co., Apoc la compagnia petrolifera britannica, mentre la Standard Oil di Rockefeller, dominante al quel tempo nel nostro paese, gioca per i suoi interessi su più tavoli.

Lo stesso Mauro Canali si rende conto di questa complessità:

«Sarebbe sbagliato con questo concludere che la Sinclair Oil fosse una controllata della Standard Oil, ma certamente per la sua dipendenza finanziaria, dal “money trust” newyorkese, di cui la banca Rockefeller era autorevolmente esponente, essa non era assolutamente in grado di resistere a eventuali pressioni che il colosso petrolifero avesse ritenuto necessario, per motivi strategici, esercitare su di essa, soprattutto tramite la casa Morgan».

Su questa considerazioe si può in parte concordare con il Canali, ma a nostro avviso, congettura per congettura, noi riteniamo che la Standard Oil, valutando realisticamente la situazione, prendendo atto della volontà governativa di arrivare alla Convenzione con la Sinclair, dopo aver cercato, anche con la Saper (e quindi la Commerciale), di entrare in concorrenza, abbia fatto una scelta strategica, ovvero considerando preminente di chiudere il mercato italiano alla potente rivale britannica Apoc, ha ritenuto confacente la Convenzione appena raggiunta dalla Sinclair Oil, ben sapendo che questa compagnia minore, in qualche modo può sempre controllarla attraverso le fonti finanziarie, banche Morgan e Rockefeller che la sostengono. [5]

É da questo momento quindi che si può intravedere il fatto che la Sinclair Oil torna confacente anche alla Standard Oil la quale poi finirà per fagocitarla del tutto.

Ancora più complesso è decifrare oggi, retrospettivamente certi avvenimenti che sono in contraddizione con la tesi che vuole semplicemente la Sinclair Oil agire dietro mandato e per coprire la Standard Oil. In parte è così, ma non è tutto così semplice.

Per esempio la Standard Oil, dopo aver rinunciato a presentare sue richieste di concessioni, si era associata a gennaio 1924 con la Banca Commerciale, costituendo una nuova società petrolifera, la Saper.

Nei mesi caldi che precedono l’accordo con la Sinclair (aprile) vedremo anche uno strano ripensamento del ministro dell’Economia Nazionale Orso M. Corbino sull’accordo stesso, strano ripensamento nel quale noi ci vediamo lo zampino dalla Standard Oil e della Commerciale a cui il Corbino è “sensibile”.

Ma se, come si dice, dietro la Sinclair vi è la Standard Oil, e se come molti sostengono il ministro Corbino, ha anche preso tangenti dalla Sinclair, perchè ora lo stesso, ha un ripensamento?

Fatto sta che resa nota ad aprile la firma del decreto legge che assicurava alla Sinclair il monopolio sulle ricerche petrolifere in ampie aree del nostro sottosuolo (Emilia Romagna e Sicilia), la Standard Oil, tramite i dirigenti della Siap (la sua compagnia che agisce in Italia), inviarono un telegramma a Roma a Filippo Cremonesi, presidente della Saper, affinchè si attivasse per bloccarne la firma.

Al contemp0 l’amministratore delegato della Commerciale, Toeplitz, spediva un telegramma di protesta a Mussolini, in visita in Sicilia con il quale si lamentava degli accordi con la Sinclair che assicuravano a questa compagnia il monopolio delle esplorazioni nel nostro sottosuolo, senza esser stata messa in concorrenza con la proposta Saper.

Tutti questi avvenimenti si possono interpretare in vari modi, per cui, a nostro avviso bisogna andarci molto cauti.

Il tutto non dipendere solo da tangenti e lucro, laddove probabilmente il Duce ha in mente un programma che gli consenta, in prospettiva di liberarsi dalle ingerenze di certi poteri forti e non come insinua il Canali avrebbe invece lo scopo di intascare le tangenti che la Sinclair paga (come del resto pagherebbero anche altre Compagnie).

Ma soprattutto non si dimentichi che Mussolini era digiuno in materia di petrolio, e si pensi che dava retta a Luigi Einaudi che scriveva che era più conveniente comprarlo all’estero. É forse così si spiega che non si insospettì di una strana clausola apposta in una relazione governativa del 19 luglio 1923 dove, pur invocando la necessità di effettuare trivellazioni nelle Colonie, escludeva proprio la Tripolitania (ne sapeva niente il Re che viene appunto sospettato di aver assunto questi impegni?).

Tutte le vicende dell’epoca attestano che Mussolini non poteva essere stato il mandante del delitto Matteotti, che anzi quel delitto lo danneggiava enormemente, molto più di una ipotetica denuncia per presunte tangenti; che l’attitudine di potere del Duce, il suo dirigismo nella prassi governativa dava enormemente fastidio a certi “poteri forti”, questi si che invece hanno interesse a tacitare Matteotti la cui scomparsa non li danneggia, ma li agevola; che il Duce, non a caso, si è rimangiato certe promesse che aveva fatto all’Alta Banca che lo aveva finanziato fino alla marcia su Roma, come quelle di creare uno Stato non ferroviere, non postelegrafonico, ecc., quindi una stato totalmente liberista, ingolosendo gli interessati alle “privatizzazioni” e invece ora mira a rafforzare lo Stato, a riportare gli interessi privati sotto l’interesse pubblico, e così via.

Ma il Canali al movente vi aggiunge anche una presunta inclinazione omicida di Mussolini ripetendo spesso che Mussolini sarebbe il responsabile e il mandante delle aggressioni ad Amendola, Forni, Misuri, Gobetti, l’assalto alla casa di Nitti, ecc.

Non è sempre così (oltretutto ordinare una spedizione punitiva non equivale ad ordinare un omicidio a freddo), ma ammettiamolo pure e magari per tutti costoro, ma consideriamo che in quel periodo la politica si faceva anche con la violenza. Del resto, per i socialisti, che nel famoso biennio rosso attuarono in Italia un violento tentativo sovversivo, chi ne era responsabile, chi ordinava le azioni aggressive e le violenze?

Uno “storico” veramente singolare questo Mauro Canali, visto che costruisce un vero teorema, al pari di un giudice inquirente, laddove prima interpreta la eventuale tangente, l’eventuale finanziamento, da lui scoperto, come un interesse privato dei Mussolini (in primis il fratello Arnaldo) e quindi trasforma, questa che è più che altro una sua congettura, in un movente, laddove asserisce che Matteotti, sarebbe a conoscenza di questi scandali e li sta per denunciare.

Che Matteotti intendeva denunciare il malaffare sul petrolio e per il gioco d’azzardo (e non si sa fino a che punto e in che termini lo avrebbe denunciato), è indiscutibile, ma che Matteotti voleva chiamare in causa personalmente Mussolini non risulta da nessuna parte.

E quindi il Canali, presumendo di avere il movente, indica anche il mandante dell’omicidio di Matteotti, incurante del fatto che poi questo “mandante”, cioè Mussolini, prima, durante e dopo il delitto da lui ordito si comporta come un imbecille, invece di crearsi un alibi, sbraita in pubblico contro la imminente vittima.

Strabiliante poi che il Canali in questo suo “teorema”, tutto preso a scoprire tangenti e il movente di Mussolini nel delitto, non trovi spazio per analizzare il ruolo malefico della Massoneria, Lobby a cui sono praticamente iscritti tutti gli implicati in questo delitto; né quello della onnipotente Banca Commerciale di Toeplitz che, di fatto, sottintende, per suo esclusivo interesse, a buona parte della finanza nazionale e che ad un certo momento va in collisione con la politica del capo del governo con tutte le conseguenze immaginabili.

Ma ci sono anche personaggi, come Aldo Finzi, Filippo Filippelli, soprattutto Filippo Naldi (un uomo che traffica svolazzando dalla prima alla seconda guerra mondiale e anche oltre, svolgendo importantissimi compiti e maneggi politico finanziari) tutti personaggi legati alla Commerciale e implicati con gravi sospetti nell’affaire Matteotti.[6]

Il Canali, invece, ignora quasi completamente gli aspetti politici del tempo, le reazioni che si possono determinare nel mondo politico dalle intenzioni di Mussolini di aprire ai socialisti moderati e alla Chiesa, in particolare tra le forze conservatrici che hanno appoggiato il fascismo e le lobby massoniche che oramai vedono nel fascismo un pericolo alla loro esistenza; sorvola sulle reazioni degli ambienti speculativi, soprattutto quelli della finanza, che non sopportano più la conduzione dirigista del governo da parte del Duce; “ignora” che c’è tutto un fermento nel fascismo, dai “revisionisti” a certi giornali apparentemente filo fascisti e a suo supporto finanziario, ma in realtà legati a doppio filo con l’alta Banca, che stanno facendo un gioco sporco contro Mussolini; liquida come fantasie le rivelazioni di Carlo Silvestri che ha potuto consultare determinate documentazioni, guarda caso sparite, che scagionano Mussolini dalle responsabilità del delitto; non considera tutti gli elementi che stanno ad indicare chiaramente che Mussolini non può aver avuto alcun interesse ad ammazzare Matteotti, ma lui decide che questo interesse è nella tangentopoli dell’epoca impiantata da Mussolini e messa in pericolo dalle rivelazioni del segretario dei socialisti, e su questa supposizione pretende di risolvere un delitto complicato, di portata storica, con interessi di vario genere, anche internazionali e conseguenze, tra l’altro, tutte devastanti per il governo di Mussolini.

E in ogni caso, come presupporre, ammesso e non concesso, che Mussolini avesse avuto paura di eventuali denunce di Matteotti alla Camera e quindi decida di risolvere il problema con il mezzo, l’assassinio, più pericoloso e deleterio per lui, e non invece di confutarlo, di negarlo, di batterlo sul terreno a lui più consueto quello della abilità dialettica, del carisma, della forza che gli conferiva una inattaccabile maggioranza al parlamento?

Oltretutto era improbabile che Matteotti pubblicasse documenti “esplosivi”, tali da non poter essere confutati e discussi da un capo del governo, tanto è vero che poi questi “documenti esplosivi” nessuno li ha mai tirati fuori! E semmai ci fossero stati, non potevano di certo essere in mano solo a Matteotti, il che fa presumere che in quella uccisione non c’era solo un aspetto affaristico, ma anche politico.

Nel suo teorema, infine, il Canali deve supporre che Rossi (capo ufficio stampa di Mussolini), Marinelli (segretario amministrativo del Pnf) i due che dirigevano informalmente la Ceka, ovvero il gruppetto dei rapitori, e ci mette anche il Fasciolo (segretario e stenografo del Capo del governo), sono direttamente implicati nella organizzazione delittuosa, e questo perchè ovviamente Mussolini non avrebbe potuto dare lui stesso certe direttive ai sicari.[7]

 

In sostanza: abbiamo l’asserzione di tangenti a Mussolini basata su congetture interpretative di certe documentazioni; un movente basato sulla supposizione che le denunce di Matteotti potessero gravemente danneggiare Mussolini tanto da doverlo far eliminare; un ordine omicida che non si può dimostrare ma si dedurrebbe dalla congettura che gli organizzatori del delitto siano Rossi e Marinelli e il Fasciolo, tutti stretti collaboratori del Duce che non potevano aver agito di loro iniziativa all’insaputa di Mussolini e quindi il vero mandante è Mussolini.

Da storico attento, quale del resto è, il Canali avrebbe dovuto rendersi conto che il delitto Matteotti e le circostanze che lo precedettero, erano una questione di “affari”, ma anche “politica“ in un certo contesto storico. Per prima cosa avrebbe dovuto valutare la figura di Mussolini, che non risulta un santo, ma neppure un freddo assassino,[8] ma un rivoluzionario, di stampo “politico”, uso a prediligere i mezzi della politica per prendere e difendere il potere e in questi mezzi c’è anche l’uso di una certa violenza.

La storia insegna che il potere rivoluzionario si prende con la forza e si difende con la forza e questo spesso comporta lo spargimento del sangue e i plotoni di esecuzione, ma forse dimentico di questo il Canali scrive:

«Che senso ha allora pretendere la presenza di una razionalità e ragionevolezza tattiche nell’azione politica di Mussolini, se essa era già dominata e guidata da un progetto politico che se ancora non ben definito, prevedeva in definitiva la liquidazione delle opposizioni e del garantismo legislativo liberale?».

Ma lo storico lo sa come regolarono il potere e liquidarono le opposizioni interne Stalin o Hitler, tanto per stare a quei tempi o come lo regolano nei paesi democratici, dove è di prassi l’omicidio mirato, la strategia della tensione e lo stragismo?

Non insegna forse la storia che la “guerra”, sotto varie forme, sono “la prosecuzione della politica con altri mezzi” e fanno parte dell’archetipo umano?

In definitiva, se non fosse per l’importanza cha assunto il testo del Canali, uno storico di spessore, non ci sarebbe neppure bisogno di confutarlo visto che gli elementi a carico di Mussolini, sono congetture su alcune documentazioni e ipotesi, sia pure intelligenti e ben sviluppate, ma spesso basate su testimonianze e particolari, di dubbia interpretazione o contraddetti da altre testimonianze, ma tutte, nel complesso, lasciano a desiderare.

Si dovrebbero opporre testimonianze e particolari dubbi, ad altri forse ancora più dubbi, ma non è il caso.

           

Il personaggio Mussolini

Per la verità Mussolini, “rivoluzionario politico”, rispetto ad altri rivoluzionari, ha utilizzato, tra l’altro al minimo possibile, l’uso della violenza (spedizioni punitive, manganellate e olio di ricino), consistendo i suoi mezzi principali in quelli “eterni” della politica nei quali era maestro insuperabile, ovvero dividere e scompaginare i nemici con accordi e mediazioni,[9] convincere ed entusiasmare, adulare e minacciare, ricattare, promuovere e blandire, cinismo e magnanimità, ed inoltre il controllo delle delazioni e la corruzione, con l’uso dell’Ovra che aveva a libro paga quasi tutto l’antifascismo (soprattutto quello fuoriuscito, ma anche quello rimasto in Italia) e via dicendo. Niente di diverso da tutti i grandi politici.

Ed anche, quando necessario, violente aggressioni, seppur non numerose, a nemici particolarmente pericolosi. Una violenza che del resto, come accennato, avevano anche usato i suoi avversari. E ancor peggio la useranno nelle radiose giornate del 1945 con le vere e proprie mattanze contro i fascisti e presunti tali!

Anzi era proprio il mancato uso di una violenza più risolutiva, specialmente contro i traditori, che gli veniva rimproverato dai camerati più decisi e che poi portò il fascismo a finire come era finito il 25 luglio del 1943.

Durante la guerra civile ’43 – ’45, innumerevoli furono gli antifascisti, compresi quasi tutti i capi della Resistenza, salvati da Mussolini, il quale firmava ogni specie di grazia gli venisse sottoposta.[10]

Questo in linea di massima era l’uomo, che per l’analisi e l’inchiesta sul delitto Matteotti, che qui ci interessa, non deve né piacere, né non piacere, ma che considerandolo nel suo più che ventennale periodo di governo, non dimostra di essere un sanguinario e praticare il potere per il potere o peggio l’interesse privato.

Si può avversare irriducibilmente e non condividere in toto il Fascismo, la sua politica, ma dietro Mussolini, nel bene o nel male, volenti o nolenti, si deve riconoscere che c’era una sua visione della vita e del mondo, un progetto rivoluzionario, anche se poi era incline a mediare ed essere pragmatico, e traspariva evidente che in questo progetto c’era il desiderio di realizzare una società socialista (non marxista e realizzata nella nazione), innalzare gli italiani e di fare dell’Italia almeno una media potenza in Europa e soprattutto indipendente.

Viceversa non si sarebbe giocato tutto, vita compresa, con la guerra.

Se il Canali avesse valutato l’uomo e il contesto storico in cui era costretto ad agire ovvero una nazione dove il potere era più che altro nelle mani della Monarchia e dell’Esercito, della Chiesa (aveva una parrocchia in ogni paese), della Confindustria, della Finanza massonica legata ad interessi extranazionali, ecc., avrebbe compreso che il delitto Matteotti, pur restando un delitto, che la pratica delle tangenti e la stessa Ceka, pur restando un qualcosa di oltremodo illegale, sono tutti avvenimenti di un particolare periodo storico e legati allo scontro di potere in atto.

E tutto questo non può essere giudicato solo con canoni morali come in un contesto storico ”normale” e comunque non può utilizzarsi, attraverso congetture, per stabilire che Mussolini è il mandante del delitto Matteotti. Solo fissandosi ed esagerando sul fatto che Mussolini usa anche la violenza per la sua politica (detto per inciso, senza voler scandalizzare: come ovvio che sia in quel periodo!), per prendere il potere per via rivoluzionaria e poi difenderlo, il teorema di Canali può apparire convincente: “Mussolini compie azioni violente e illegali, il rapimento di Matteotti è violento e illegale, ergo Mussolini ha fatto anche uccidere Matteotti”.

Ma tutto questo non viene avvertito dal “teorema” del Canali, anche perché la parte “politica” è stata da lui talmente sminuita da non esistere.

Quando invece gli aspetti politici, ovvero il modus operandi di Mussolini nel regolare amici fascisti e opposizioni, poteri forti, ecc.,

realizzare un progetto politico, l’unico che gli può dare soddisfazione ideologica e garantirgli la saldezza del governo, ovvero aprire ai socialisti, sono importantissimi aspetti che contribuirono a scatenare il delitto Matteotti.

Ma si sa, per il Canali, Mussolini, praticamente è un gangster e quindi la sua “politica”, è solo finzione, tattica funzionale ai suoi disegni criminosi.

Un vero “teorema”, tutto incentrato sul postulato che Mussolini è un assassino e un tangentista, mandate dell’omicidio Matteotti e di conseguenza ogni aneddoto, ogni testimonianza, ogni illazione viene piegata o interpretata a conferma perché, a nostro avviso, non scaturisce dall’inchiesta e dalla analisi dei fatti, ma proprio come un postulato, senza essere dimostrato, li precede e li elabora di conseguenza.

Ci sorprende che uno storico come Mauro Canali non abbia decifrato la personalità e la politica di Mussolini, che non sono identificabili con il malcostume tangentista con il quale, però, all’epoca pur ci doveva convivere.

Nessuno contesta che Mussolini, da rivoluzionario, abbia fatto uso della violenza (e qui ci sta anche la Ceka), per prendere il potere e poi difenderlo, ma questo non lo fa automaticamente autore di un ordine omicida (ben diverso da un ordine per una spedizione punitiva) che condanna a morte Matteotti.

Ma oltretutto, l’Affaire Matteotti non è decifrabile senza analizzare il contesto politico, perché la sentenza di morte per il deputato socialista nasce dal pericolo che Matteotti possa denunciare certi scandali e rovinare grossi interessi, ma è accentuata dal desiderio di defenestrare un Capo di Stato scomodo, che intralcia certi poteri dell’Alta Banca e del mondo massonico.

In pratica avviene che gli organizzatori di questo omicidio, tutti con la tessera massonica in tasca, hanno anche potuto sfruttare un certo “umore” che vi era tra il Viminale e Palazzo Chigi, dove si utilizzavano gli uomini della Ceka per spedizioni punitive ed altre azioni del genere a cui Mussolini non era estraneo.

Da tempo inoltre Matteotti era fortemente inviso sia a Mussolini che al suo entourage. Per Mussolini vi era un astio particolare, determinato dal fatto che Matteotti gli rifiutava ogni approccio sottobanco di apertura del governo ai socialisti, ma anche perchè psicologicamente si rendeva conto che molte accuse di Matteotti erano veritiere.

Forse, dopo il forte discorso antifascista di Matteotti del 30 maggio ’24, Mussolini, a caldo, ha anche accarezzato l’idea di fargli dare una lezione, ma come intuì perfettamente Renzo De Felice, non era stupido e deve essersi subito reso conto che non era proprio il caso, tanto è vero che con i suo discorso di replica del 7 giugno, Mussolini non solo ribaltò la situazione a suo vantaggio, ma avanzò anche alcune offerte ai socialisti (“io non respingo nessuno”) che volessero collaborare al governo.

Ma intanto nel suo entourage, quello che oltretutto dispone della Ceka: i Marinelli, i Rossi, i De Bono, i Finzi, e anche soggetti estranei a questi uffici, ma a loro attigui, come Filippelli, vi è a disposizione un alibi per un’azione contro Matteotti, facendo credere agli esecutori della Ceka, che la vuole Mussolini.

E in questo entourage c’è chi si mette a disposizione, verso i mandanti che vogliono far fuori Matteotti e ridimensionare Mussolini. Forse è il solo Marinelli che mette in atto intenti omicidi verso il parlamentare, qualcun altro, magari intuisce qualcosa e cerca di trovarsi un alibi, qualcuno è colluso con quell’ambiente politico che vuole ridimensionare Mussolini, altri invece non sanno nulla o non si rendono bene conto di quello che sta maturando e che potrà travolgerli e così il meccanismo si mette in moto inesorabile.

 

Le “prove” della colpevolezza di Mussolini

L’autore, come la stessa presentazione del suo libro cita, pur dovendosi arrendere alla evidenza che «la prova provata, il documento, l'ordine scritto che faccia risalire a Mussolini la responsabilità del delitto Matteotti, non c'è e forse non ci sarà mai» ha cercato però di forzare ogni prova indiziaria per un Mussolini corrotto e mandante dell’omicidio e nel suo testo, estendendo la prova documentata di un preciso “ordine” a quella più elastica e sfumata, ma dal sottinteso equivoco di “responsabilità”, ha scritto:

«I documenti fino ad oggi noti che chiamano apertamente in causa le responsabilità personali di Mussolini nel delitto Matteotti, sono il testamento “americano” di Dumini… il memoriale scritto da Rossi in Francia per Salvemini e le due lettere di Dumini a Finzi, una del 24 e l’altra del 28 luglio, 1924».

Ebbene, a parte che quel “chiamare direttamente in causa” è alquanto indefinito, vediamo questi documenti citati dall’autore:

Il “testamento americano” del reiterato bugiardo Amerigo Dumini.

Questo uesto documento o “lettera” del Dumini, il capo del gruppetto di rapitori, detto la Ceka, chiama in causa Mussolini “per sentito dire”, perché il Marinelli, dice Dumini, che gli commissiona l’azione delittuosa contro Matteotti, gli avrebbe detto che è voluta da Mussolini e lui riteneva, che era in relazione al fatto che negli ambienti fascisti “si dava per certo” che Matteotti avrebbe portato alla Camera un offensiva accusatoria sulla faccenda del petrolio che avrebbe coinvolto Arnaldo, il fratello del Duce. Quindi stiamo al “sentito dire”.

Si dice che questa lettera venne sequestrata, con un fascicolo che Mussolini aveva con a Dongo, consegnata agli Alleati e ritrovata molti anni dopo (nel 1986 quando quei documenti, negli Usa, erano stati desecretati) nei National Archieves di Washington.

Evidenti le contraddizioni: Mussolini, giunto all’epilogo, che si porterebbe dietro un documento per lui compromettente e gli Alleati, una volta avutolo, non lo utilizzano per denigrarlo, ma lo lasciano giacere in un Archivio.

Qualcosa stride, e occorre anche ridimensionare quella che è una delle tante versioni di Dumini, confezionate per vari scopi tutti a suo uso e consumo, e semmai considerarla facente parte di qualche fascicolo messo insieme da Mussolini (ovviamente smembrato e sottratto!) e che letto nel complesso, poco ma sicuro, attestava ben altro che la sua responsabilità.

 

Sarebbe assurdo presupporre che Mussolini si porti dietro una prova contro sé stesso, senza allegarvi tutte le documentazioni che la inficiano.

Ma le vicende delle documentazioni di Mussolini che lo scagionano rispetto al delitto Matteotti, fatte sparire, le riprenderemo più avanti parlando di Carlo Silvestri.

Ma su questo “memoriale americano” del Dumini (riportato nel 1986 dalla rivista “Il Ponte”: Il Memoriale Dumini. Contributo alla storia del fascismo: il delitto Matteotti, dopo averlo ritrovato nei National Archives di Washington, [11] ci sarebbe da scrivere un intero a cominciare dal fatto che venne sicuramente “purgato” dagli americani, i quai, guarda caso non intsero utilizzarlo per denigrare il Duce.

Il fatto è che questo memoriale ì tutto uno spasso, laddove un inattendibile Amerigo Dumini, cerca, goffamente, di edulcorare la sua persona e le sue vicende.

Basti pensare che nel memoriale il Dumini che, ricordiamo, veniva chiamato “il signor omicidi”, perché si vantava dei suoi delitti, ora si dipinge un pentito in cerca dell’oblio per espiare il suo folle gesto che però a suo tempo fu forzato a compiere dal Giovanni Marinelli, visto che lui, dice, pur non avendo materialmente commesso il delitto, si sente però responsabile della morte della povera vittima.

Oltre che di scarsa credibilità quindi esso costituisce solo una prova indiretta e per sentito dire della colpevolezza del Duce, ma allo stesso tempo anche un ridimensionamento di buona parte di quello che si era precedentemente montato con le versione di un Mussolini mandante del delitto. Forse è per questo che gli autori “colpevolisti” tendono a pubblicarne solo gli stralci che gli interessano.

 

Il memoriale di Rossi, invece, citato dal Canali e scritto in Francia da Cesare Rossi tra confratelli massoni e antifascisti vari, durante il suo fuoriuscitismo, accusa Mussolini per “responsabilità morali” nel delitto, perché quelle azioni, quella prassi violenta del tempo l’aveva voluta il Duce, quindi per le male azioni della Ceka il gruppetto dei rapitori di Matteotti, ma non attesta che Mussolini abbia dato direttamente l’ordine di rapire Matteotti.

Quindi come “prova” è del tutto fuori luogo.

Le lettere di Dumini a Finzi, infine, sono opera di un soggetto in quel momento carcerato e avvelenato in quanto si sente abbandonato, e quindi uso ad utilizzare ogni arma ricattatoria per uscir fuori da quella scabrosa situazione.

In una, quella del 24 giugno ‘24, egli fa notare che “fino a quel momento non ha compromesso nessuno”, né del Viminale, né di Palazzo Chigi, ma era tuttavia in possesso di documenti scottanti per il governo fascista.

Un accusa generica, che abbraccia un vasto campo di situazioni, diciamo “illegali”, che chiamerebbero in causa De Bono e lo stesso Finzi per il Viminale e Mussolini e Cesare Rossi per Palazzo Chigi, ma sono questioni e presunti documenti (che poi nessuno ha visto), che non è scritto riguardino un “ordine” omicida di Mussolini verso Matteotti, al massimo potremmo ritornare al suo “memoriale” nascosto in America: “Marinelli mi ha detto, ho ritenuto”, ecc.

Nell’altra lettera, invece, egli accusa De Bono il quale, rivela Dumini, che nel primo incontro, quando venne fermato la notte del 12 giungo, gli avrebbe detto: «Se ella qualcosa neghi, neghi, neghi, io voglio salvare il fascismo».

Quindi al massimo potrebbe riguardare le paure di De Bono, del possibile scandalo che potrebbe scoppiare per quella vicenda.

In tutto questo sporco affare, infatti, bisogna sempre distinguere tra personaggi che possono aver inquinato prove, depistato o mentito, e ci possiamo mettere anche Mussolini, e veri responsabili del delitto, perché non è affatto vero che chi ha cercato di salvare sé stesso, il governo, il regime o il fascismo lo abbia fatto perchè autore o organizzatore nell’omicidio di Matteotti.

Il Canali poi cita un'altra lettera del settembre 1924 ove il “disperato” Dumini, scrive al suo avvocato Giovanni Vaselli, più o meno così: “ma lo vuoi capire o no che di certe azioni (praticamente si riferisce alle aggressioni ad Amendola, Forni, Misuri, casa Nitti, ecc.) noi siamo solo esecutori di ordini e che gli stessi Rossi e Marinelli non fanno altro che riceverli dall’alto?”, intendendo che gli ordini vengono dall’alto, dunque da Mussolini.

Anche questa, per il Canali, sarebbe una prova, ma a nostro avviso non si può non considerare che si tratta di una supposizione generalizzata del Dumini, il quale a conoscenza da dove venivano certi ordini si è espresso in tal modo, ma estendere questa considerazione anche al delitto Matteotti è arbitrario, tanto è vero che Dumini, anche nel suo “memoriale” segreto americano, scriverà che l’ordine di rapire Matteotti gli venne da Marinelli il quale gli fece credere che veniva da Mussolini, e lui può solo presumere da dove veniva l’ordine di uccidere Matteotti. Tanto più che in quel delitto ci fu proprio chi approfittò di queste situazioni, questo andazzo violento dell’epoca, gli strali di Mussolini, per prendere autonomamente l’iniziativa omicida.

Insomma siamo in presenza di un sillogismo: siccome si ritiene che gli ordini di certe precedenti azioni violente (tra l’altro non ordini direttamente e specificatamente omicidi come quello per Matteotti, ma più che altro “spedizioni punitive”) venivano da Mussolini, ergo anche quello di Matteotti dovrebbe venire da Mussolini.

Che grado di scarsa credibilità abbia questo sillogismo è evidente a tutti.

 

Le controdeduzioni di Mauro Canali

 Il Canali, forse conscio che nel suo teorema ci sono alcuni punti deboli, rispetto ad alcune situazioni che gli storici hanno sempre considerato, si produce anche in alcune controdeduzioni.

Più che altro al Canali, preme sminuire se non misconoscere le testimonianze di Carlo Silvestri, il quale come noto ebbe modo, durante la Rsi, di visionare un certo dossier che Mussolini aveva fatto preparare a Nicola Bombacci e Luigi Gatti il suo segretario, e dal quale traspariva che autori di quel delitto erano stati certi ambienti putridi di affarismo corrotto. Silvestri, che nel 1924 era stato uno dei più feroci contestatori di Mussolini che riteneva mandante della uccisione di Matteotti, documenti alla mano si convinse totalmente, anche in considerazione di alcune testimonianze in proposito che gli fecero, tra gli altri Umberto Poggi, Aldo Finzi, Cesare Balbo, Francesco Giunta, Raimondo Sala e Mario Giampaoli.

Quel dossier “Bombacci – Gatti, venne poi razziato dai partigiani il 25 aprile ’45 a sera nei pressi di Garbagnate su di un camioncino e forse un altra parte venne requisita a Dongo il 27 aprile in una borsa che Mussolini portava con .

Anche il vecchio progetto che stava a cuore a Mussolini quello di aprire a sinistra e far entrare nel governo alcuni socialisti e confederali, progetto che contrasta nettamente con un Mussolini desideroso di assassinare Matteotti, viene ridimensionato dal Canali, di fatto ignorando tantissime testimonianze e attestazioni (anche da parte socialista), riportate anche da Carlo Silvestri e che lo stesso Renzo De Felice aveva sempre sottolineato. Per il Canali, si tratterebbe solo di espedienti tattici di Mussolini. Vediamo questi due aspetti.

Altra importante osservazione da tanti espressa, quella dell’alibi di Mussolini ovvero del fatto che se egli fosse stato il mandante dell’omicidio di certo si sarebbe certo un alibi o comunque non sarebbe andato in giro a inveire contro l’imminente vittima ha visto il Canali produrre le sue controdeduzioni.

Ed infine il Canali ha voluto dire la sua sul fatto che i familiari di Matteotti non hanno mai creduto alla colpevolezza del Duce.

Vediamo tutti questi aspetti.

 

Controdeduzioni di Mauro Canali:

I documenti spariti

 Mauro Canali, che dedica un intero capitolo a Carlo Silvestri e le “carte del camioncino”, scriverà, riportando una osservazione di Renzo De Felice:

Tra i documenti della segreteria di Mussolini – oggi presso l’Archivio centrale dello Stato – mancano i fascicoli riguardanti il delitto Matteotti e Cesare Rossi. Tali fascicoli erano tra quelli che Mussolini nell’aprile 1945 portò con sé… La prefettura di Milano consegnò tutti questi documenti – compresi i due fascicoli in questione – al governo italiano. I due fascicoli non sono però stati versati, come gli altri che Mussolini aveva con sé, all’Archivio centrale dello Stato”.[12]

Effettivamente il Canali ha rintracciato e citato i fascicoli legati al caso Matteotti, ma deve però ammettere: “È evidente che mancano almeno due fascicoli”, confermando, almeno in parte la tesi di Renzo De Felice sulla sparizione dei fascicoli su Matteotti (compreso il ruolo di Cesare Rossi).

Quindi nella sua edizione del libro del 2004, dopo aver riassunto tutto quello che è stato inventariato, il Canali confermerà che: “è evidente che mancano almeno due fascicoli”, ma la sua meticolosa ricostruzione delle mancanze gli fa escludere che si tratti del fascicolo con il dossier “Bombacci – Gatti”.

Su questo non ci pronunciamo, anche perché, d’accordo per la sua ricostruzione, ma nessuno può giurare, anche se il Canali lo esclude (“niente misteri… niente asportazione dolosa”) che in quei fascicoli rintracciati e inventariati, non sia stato asportato qualcosa di compromettente.

E sappiamo i giri che fecero prima di arrivare all’Archivio Centrale di Stato: dai capi del CLN, probabilmente vennero visionati, tanto per citarne alcuni, i più importanti, oltre che dal Luigi Meda, anche da Emilio Sereni, preposto nell’immediato dopoguerra a queste operazioni (e quindi, in caso di materiale “scottante”, ne informò sicuramente Togliatti), poi quel Pier Maria Annoni (come ha raccontato il suo sodale Luigi Carissimi-Priori, ebbe una certa parte, assieme a De Gasperi, su documenti riguardanti il Carteggio Mussolini Churchill, anche questi poi spariti), quindi Luigi Re a cui venne affidato il coordinamento per il ritorno a Roma di tutti gli archivi dei Ministeri trasferitisi al Nord con la RSI, e quindi dalla Presidenza del Consiglio al Ministero degli Interni che finalmente li consegnò, nel luglio 1969, all’Archivio Centrale di Stato.

Quanti occhi li visionarono, e non è peregrino, conoscendo certe situazioni e soppesando certi personaggi, supporre che molti di questi occhi erano di colore massonico.

Certamente queste sono nostre congetture che non provano niente, e d’altronde non possiamo conoscere il contenuto di questi due sicuri fascicoli spariti, ma il buon senso suggerisce che non fu una sparizione fortuita e forse il loro contenuto, non riguardava solo i finanziamenti del regime alla vedova Matteotti, ma era un “qualcosa” che non doveva essere divulgato.

Vi era in questi due fascicoli il famoso dossier visionato da Carlo Silvestri? Come sopra, non possiamo dirlo con certezza, ma noi, a differenza del Canali, non escludiamo che vi fosse, anche se forse propendiamo più che il dossier decisivo fosse nelle valige di Dongo, del resto, altrimenti, dove sarebbe?

E dove sarebbe il fascicolo riguardante Emilio De Bono?

Alessandro Minardi, unico giornalista ammesso alle udienze del processo di Verona confidò al giornalista Marcello Staglieno nel 1975 che i due fascicoli sul delitto Matteotti, rinvenuti in una borsa di Mussolini al momento dell’arresto (27 aprile 1945), erano verosimilmente quelli con i documenti di Matteotti sottratti da De Bono nel ‘24 (anche se alcuni hanno messo in dubbio questo possesso da parte del De Bono) e facevano parte del dossier requisito a Dongo. Vi è una fotografia del verbale di consegna dei dossier sul delitto Matteotti (pubblicata sul “Tempo illustrato” il 16 giugno 1962) che funzionari della prefettura di Milano il 2 maggio 1945 pretesero dagli emissari governativi che avevano ritirato i dossier. Essi però non sono stati versati, all’Archivio centrale dello Stato.

O dobbiamo supporre come fa il Canali che il dossier Bombacci – Gatti, forse non è mai esistito, se non nei racconti del Silvestri, e che comunque, sempre secondo lui, i fascicoli ritrovati dimostrano che non ci sono misteri o sparizioni?

Come detto vi è anche l’ipotesi che il fascicolo in questione, quello determinante (Ovvero Bombacci – Gatti), Mussolini per non separarsene lo avesse portato seco in una valigia e gli fu poi preso e Dongo.

Occorre infatti domandarsi: da dove venne la lettera - memoriale di Dumini, finita agli Alleati e dove sono gli altri fogli che sicuramente l’accompagnavano, perché Mussolini non poteva essere così scemo da portarsi appresso una “prova a carico” senza altri documenti che la confutavano?

Il Canali potrà trovare tutte le spiegazioni possibili, per mettere in dubbio le testimonianze di Silvestri, ma non potrà mai spiegare e soprattutto convincere, perché Silvestri andò anche al processo di Roma 1947 su Matteotti a riportare e dettagliarle, fatti, testimonianze e particolari, a discolpa di Mussolini, tirandosi addosso le ire e le vendette degli antifascisti.

Si potrebbe obiettare che il Silvestri, magari voleva giustificare il suo precedente riavvicinamento a Mussolini, ma è assurdo che per trovare qualche giustificazione e attenuare le critiche (ne avrebbe potute trovare molte, compresa la sua attività nella Rsi con la Croce Rossa Socialista, autorizzata appunto dal Duce che aveva permesso di salvare dalla prigione, dalla morte o dalla deportazione in Germania, tanti antifascisti), si andò invece ad avventurare, in pieno clima antifascista, con la “volante rossa” che ogni tanto faceva ancora fuori qualcuno, proprio su questo pericoloso argomento quale la innocenza di Mussolini nel delitto Matteotti, inventandosi addirittura un dossier, a discolpa del Duce.

Ma oltretutto è noto che Silvestri aveva avuto un ripensamento circa la colpevolezza di Mussolini già durante il ventennio, ma venne invitato dagli antifascisti a non esternarlo; ebbene il Silvestri invece di pronunciarsi durante il ventennio quando avrebbe ottenuto onori e vantaggi lo va a fare durante la RSI, con una guerra chiaramente perduta e sapendo a cosa si andrà incontro nel dopoguerra. E nel clima infuocato del dopoguerra, in vece di defilarsi, si espone con coraggio e conferma tutto!

 No, le supposizione del Canali su Silvestri non reggono proprio.

Anche se il dossier Matteotti di Bombacci e Gatti, non si trova, e non si trova proprio perché è stato fatto sparire, non è un buon motivo per sostenere che non esiste, quando la logica degli eventi, le coincidenze e le testimonianze ce lo confermano.

Come accennato, neppure il Canali potrà mai facilmente spiegare e convincere perché Mussolini che si portava quelle carte su Matteotti, appresso nelle sue ultime ore di vita, fece fuoco e fiamme, quando seppe che il camioncino si era smarrito. Va bene che su quel camioncino c’erano anche altri documenti importanti, anche di ordine militare, ma se quel dossier non esisteva o non aveva poi questa grande importanza, perché Mussolini se ne preoccupava eccessivamente e come scrive il Canali stesso “lo precipitò in uno stato di grande agitazione”?

Oltre a considerare che molto probabilmente Mussolini aveva seco e si portò fino a Dongo, anche un'altra borsa con documenti sul caso Matteotti. Era evidente la sua intenzione, a guerra finita e una volta prigioniero, di dimostrare le sacrosante ragioni per le quali l’Italia era entrata in guerra (e qui riguarda il famoso Carteggio con Churchill, fatto dal britannico sparire) e se il caso di dimostrare la sua innocenza nella uccisione del parlamentare socialista, non di certo la sua colpevolezza!

 

Controdeduzioni di Mauro Canali:

Testimonianze di Carlo Silvestri

 Per le testimonianze che Carlo Silvestri ebbe in periodi diversi e che confermavano la innocenza di Mussolini oltre il suo intento di portare i socialisti al Governo, a parte quelle di Mussolini stesso, il Canali contesta quella di Umberto Poggi, che raccontò al Silvestri che Mussolini non poteva essere l’assassino di Matteotti, perchè proprio a ridosso del crimine, il giorno stesso o quello precedente, un infuriato Mussolini fece a lui Poggi, dicendogli anche di riferirlo a D’annunzio, un bellicoso discorso, che se fosse stato il mandante del delitto, di certo non avrebbe mai fatto. Ebbene il Canali afferma che quell’incontro tra Mussolini e il Poggi non poteva esserci stato in quei due giorni, come dimostrerebbero i fogli delle udienze di Palazzo Chigi. Potrebbe anche aver ragione, il Canali, ma potrebbe anche darsi che il Poggi, come lui stesso disse era incerto sulla data, abbia incontrato Mussolini qualche giorno prima, e visto che sappiamo che il delitto era in progetto già da una ventina di giorni prima il 10 giungo, data in cui fu consumato, le cose non cambiano di molto; Mussolini non si sarebbe così esposto.

Per la testimonianza di Finzi, che escludeva il Duce quale autore del delitto, il Canali mette in dubbio la buona fede dello stesso nel riferire quelle cose a Silvestri, un Finzi, dice lo storico, che sperava di rientrare in qualche modo nell’agone politico, una fonte interessata, inoltre, infida e inattendibile. Ma come si vede la contestazione di questa testimonianza, da parte del Canali, è più che altro una sua congettura.

Per la testimonianza riguardante Balbo (questi avrebbe riferito al Silvestri che Mussolini nel ’24, volendo “aprire” ai socialisti, aveva anche pensato di sciogliere la Milizia), il Canali fa osservare che il Balbo era uno strenuo difensore della Milizia e lo stesso Mussolini, nel suo ultimo discorso del 7 giugno prima del delitto, aveva esaltato la Milizia, dicendo alle opposizioni di mettersi in testa che non sarebbe stata sciolta. Secondo il Canali quindi, non sarebbe possibile che Balbo e Mussolini avessero affrontato, in quei termini, quell’argomento. Ma anche in questo caso ciò non toglie che in quei giorni di giugno prima del delitto, Mussolini non ne abbia parlato a Balbo, magari come ipotesi, come accenno, o altro e il fatto che poi alla Camera abbia fatto quel discorso non vuol dire niente, non inficia di certo di raggiungere un accordo con i Socialisti dai contenuti differenti da quelle enunciazioni.

Anche questa testimonianza del     Balbo al Silvestri, quindi, per noi resta valida, come sono valide anche le altre a Giampaoli, quelle di Giunta, di Sala, di Acerbo, ecc., tutte delle stesso tono.

Ma il Silvestri (e non solo lui) riportò anche un'altra importantissima testimonianza, riferitagli da Mussolini, quella che Giovanni Marinelli, condannato a morte al processo di Verona contro i traditori del 25 luglio e in procinto di essere fucilato, confidò a Carlo Pareschi, presente Tullio Cianetti, di essere stato lui ad aver impartito nel ‘24 l’ordine omicida e lo scrive anche nel famoso “biglietto” a Mussolini (ovviamente sparito con tutto il dossier) chiedendo scusa a lui e a Cesare Rossi di averli a suo tempo coinvolti.

Ma non solo. Il Mauro Canali potrà essere scettico quanto vuole su questi fatti, ma c’è un'altra importantissima osservazione: Giovanni Marinelli, Emilio De Bono (secondo Canali, il primo organizzatore del rapimento e il secondo comunque informato), accusarono Mussolini, né tentarono di ricattarlo, indicandolo quale mandante. Anzi tutt’altro e questo fatto è un altra prova della estraneità di Mussolini al delitto!

 

Controdeduzioni di Mauro Canali:

L’ “alibi” di Mussolini

Un'altra questione, che tanti hanno rilevato è questa: non erano neppure passate 24 ore dalla scomparsa del deputato socialista e nonostante che i suoi assassini venivano mano a mano arrestati, che subito si innescò una violenta campagna di stampa, una questione morale, contro Mussolini: la attiguità del Viminale e della Presidenza del consiglio con gli arrestati e le frasi minacciose, esternate da Mussolini ed altri fascisti contro Matteotti, dopo il violento discorso antifascista di questi alla Camera del 30 maggio 1924, furono ritenuti elementi sufficienti per individuare in Mussolini il mandante (si diceva che un Mussolini, adirato, aveva esclamato «Quell’uomo lì non dovrebbe più circolare!»).

Lo storico Canali, per supportare la sua tesi di un Mussolini mandante dell’omicidio Matteotti, riporta anche un riferimento di Aldo Finzi agli inquirenti (ammesso poi che sia veritiero), dove questi disse che intorno al 2 giugno ‘24, il Rossi e il Marinelli erano stati redarguiti severamente da Mussolini che li incalzò con frasi violente, sollecitandone un loro maggiore impegno nello stroncare le iniziative degli avversari politici. Ne conclude il Canali che in quella data si raggiunse tra Mussolini e i due dirigenti della Ceka la definitiva intesa omicida. [13]

Ma il Canali si contraddice dimenticando che tutta la ricostruzione degli avvenimenti, da lui spesso ricordata, attesta dal 22 maggio che Dumini e gli altri membri della Ceka, questi chiamati a Roma dal Dumini il 20, si erano installati all’hotel Dragoni da dove stavano preparando il rapimento.

Quindi l’uscita di Mussolini verso Rossi e Marinelli, in questo caso, avverrebbe quando i due capi della Ceka avevano già avuto l’ordine e avevano già incaricato il Dumini che appunto stava preparando l’impresa e quindi la supposizione di Canali e le date ricostruite sono in contraddizione, anche se volesse intendere che prima era solo in atto un progetto sui generis e poi il 2 giugno divenne definitivamente esecutivo, ma la cosa non regge perchè Dumini al 2 giugno aveva già predisposto con i suoi sodali il progetto delittuoso.

In ogni caso, resta assurdo ritenere che chi aveva in animo di compiere quella impresa delittuosa, chiaramente premeditata, se ne era andato in giro a profferir minacce contro la sua vittima!

Sembra che a caldo, dopo il discorso di Matteotti alla Camera del 30 maggio ’24, un Mussolini adirato invocasse la “Ceka” e come accennato, proprio a ridosso del rapimento, anche se forse qui la datazione è incerta, lo stesso Mussolini ad Umberto Poggi, già collaboratore di D’annunzio, addirittura fece un altro discorso bellicoso, invitandolo persino di andare a riferirlo.

Il primo giugno ’24, oltretutto, il Popolo d’Italia, pubblicò un corsivo senza firma da tutti ritenuto opera del Duce, in cui si diceva:

Matteotti ha tenuto un discorso oltraggiosamente provocatorio che merita una risposta più concreta dell’epiteto di canaglia urlatogli alla camera da Giunta”.

Sono tutte reazioni istintive a caldo, istigate dal comportamento di Matteotti, ma attestano che non possono essere frutto di un mandante di un omicidio i cui meccanismi hanno già preso a girare.

Praticamente nel mentre impartisce gli ordini per rapire, bastonare o addirittura uccidere Matteotti, Mussolini è tanto cretino di minacciarlo pubblicamente!

Se ne deduceva quindi che tutto il quadro d’insieme di queste accuse a Mussolini stonavano e non reggevano, a meno che questi non fosse stato un perfetto imbecille, che premedita di ammazzare un importante rivale, il cui delitto avrà sicuramente reazioni eclatanti, dirama gli ordini necessari e poi va in giro a profferire minacce contro la sua imminente vittima!

Ebbene di fronte a questi importanti considerazioni, il Canali cosa fa?

Con incredibile noncuranza cerca di volgerle a suo vantaggio.

Dopo aver, infatti, ricostruito che nei giorni precedenti il delitto e soprattutto dopo il discorso antifascista di Matteotti del 30 maggio, l’entourage mussoliniano e Mussolini stesso si impegnarono molto a rendere ancor più incandescente lo stato dei rapporti tra il fascismo e Matteotti, ne deduce che questi sarebbero «passi lucidamente compiuti per indurre a seguito nell’opinione pubblica l’idea di un delitto scaturito dal particolare clima politico suscitato dal discorso di Matteotti»

(intende: deviando così il sospetto di un delitto per affari e tangenti che riguardano Mussolini stesso).

La deduzione del Canali, però e solo teoricamente, per alcuni personaggi potrebbe avere valore, ma per tutti no di certo, perché si dovrebbe supporre che l’entourage di Mussolini sia tutto complice e al corrente dell’imminente delitto e comunque sia è sicuro che almeno il capo del governo, impegnato in quel periodo con i Questori e i Prefetti e di fronte all’opinione pubblica a ristabilire la legalità, per suo alibi, avrebbe recitato una parte ben diversa che quella dell’irato sobillatore contro la sua imminente vittima.

 

Controdeduzioni di Mauro Canali:

Il parere dei familiari di Matteotti

 Come noto i familiari di Matteotti, compreso Matteo il figlio che divenne ministro e segretario del Psdi, non hanno mai creduto che Mussolini fosse l’assassino di Matteotti. Il figlio di Matteotti, ha anche avanzato l’ipotesi che dietro l’odine omicida c’era il Re e ha sostenuto che in una sua visita in Inghilterra ha trovato conferme alle implicazioni del Re negli affari del petrolio.[14]

Il Canali, di fronte a questi “ingombranti” pareri, cerca di minimizzarli con una sua illazione ovvero che la moglie di Matteotti e poi i figli, avrebbero tenuto questo atteggiamento perché aiutati finanziariamente da Mussolini.

Il Canali per supportare questa sua insinuazione vi dedica anche un intero capitolo “I finanziamenti alla famiglia Matteotti”, ma cosa può dimostrare l’autore? Niente altro quello che si è sempre saputo, che Mussolini aiutò economicamente la famiglia Matteotti, tutto il resto sono solo malevole illazioni!

Nel caso bisognerebbe allora anche supporre che poi, nel dopoguerra antifascista, i figli di Matteotti (la madre era deceduta), anche senza più necessità economiche, di fatto, continuarono a “vendersi” la memoria del padre, quando gli sarebbe bastato affermare, che “oggi, dopo molti anni, alla luce di nuove documentazioni e informazioni, si erano sbagliati nell’assolvere Mussolini”. Tutto qui.

Ma oltretutto, l’insinuazione del Canali, non regge per un altro motivo: egli infatti sorvola sul particolare che la moglie di Matteotti, Velia Rufo, fin dai giorni adiacenti al rapimento, incontrò Mussolini e mostrò di credere alla buona fede del Duce, tanto da sollevare l’astio di Filippo Turati e Caudio Treves a cui la faccenda non stava ovviamente bene.

La moglie di Matteotti quindi aveva questa convinzione molto prima che, a seguito delle sue traversie economiche venne poi aiutata finanziariamente da Mussolini !

Se proprio quindi vogliamo fare una ipotesi dobbiamo pensare che forse la moglie di Matteotti, già “sapeva” qualcosa, che la induceva a scartare Mussolini come il mandante dell’omicidio.

Anche in questo caso, quindi, l’insinuazione del Canali non regge assolutamente.

 

I ricordi di Edda, la figlia del Duce

Per comprendere l’importanza degli aspetti politici nell’Affaire Matteotti, vediamo una interessante testimonianza di Edda Ciano Mussolini, la figlia “prediletta” del Duce. Essendo la figlia di Mussolini, viene a pensare che costei, nonostante per le note vicende del marito, ebbe motivi di forte astio contro il padre, potrebbe non essere attendibile, e la stessa Edda se ne rendeva conto, visto che disse chiaramente che “tanto io sono la figlia del duce, nessuno mi crederà”.

Ed infatti questi ricordi non li esternò pubblicamente.

Anche il fatto che Edda riporti frasi dettegli da Mussolini stesso, potrebbe far ritenere che forse il padre gli diede una versione addomesticata.

Ma le cose non stanno così, perchè questa testimonianza, che oltretutto corrisponde perfettamente agli avvenimenti storici, ha il suo valore, ma rimase in certi quaderni della figlia del Duce e venne poi raccolta, con estemporanee interviste, da un suo amico, il romagnolo Domenico Olivieri che l’aveva ospite nella sua villa di Conselice presso Ravenna o nella sua piantagione di ananas in sud Africa.

Dagli appunti dello stesso Olivieri, il giornalista storico Arrigo Petacco, ne ha tratto questa importante testimonianza, ritenendola veritiera e riportandola nel suo libro: “La storia ci ha mentito”, Ed. Mondadori, 2014.

A quanto sembra Edda aveva chiesto al padre una cosa che gli stava a cuore:

«“Ma il delitto Matteotti da chi venne ordito?”

 Papà si fermò di scatto e mi guardò con due occhi che sembrava volessero uscire dalle orbite. “Edda”, mi disse, prendendomi le mani e continuando a fissarmi: tu pensi o puoi aver pensato che io sapessi di quel mostruoso delitto? Edda, mi si potrà accusare di tante cose, ma di assassinio o di mandante, mai, ripeto mai!

Ma lo sai che l’uccisione di Matteotti mi è costata la fine di un sogno che poteva avverarsi nel giro di un anno o al massimo due?

Lo sai che la morte di Matteotti ha cambiato la storia d’Italia. Lo sai che la sua morte mi mise in una crisi morale e politica dalla quale non sapevo come uscire?

Devi sapere che da quando diventai Presidente del consiglio, nel 1922, fino alla uccisione di Matteotti, io, essendo pur sempre socialista, volevo anche i socialisti al governo. Lo affermai chiaramente nel mio discorso del 7 giugno 1924. Leggilo, se non mi credi. Non potevo essere più esplicito.

Ero certo che il 1924 sarebbe stato l’anno in cui avrei realizzato i miei desideri. Invece, tre giorni dopo, il 10 giugno, mi ammazzano Matteotti. Quando mi comunicarono la notizia sentii il mondo cadermi addosso. Vidi il mio sogno dissolversi… Edda, vorrei che mamma e papà non avessero più pace se dico una bugia. Ero completamente all’oscuro di quell’infame delitto. Un giorno usciranno sicuramente fuori prove schiaccianti sulla mia innocenza.

Se la storia d’Italia è cambiata e se io ho preso una strada diversa da quella programmata, lo si deve all'uccisione di Matteotti.

Il mio spietato accusatore fu un giornalista di nome Carlo Silvestri che formulava le sue accuse solo su teoremi e congetture fuori strada. In quel periodo già mi accusavano di essere un dittatore, ma se lo fossi stato davvero non avrei permesso a Silvestri di continuare la sua campagna accusatoria. L'avrei fatto incarcerare. Invece Silvestri, che era un socialista, se è ancora in vita lo deve a me che per ben due volte sono riuscito a fare arrestare in extremis chi voleva assassinarlo. Immagina cosa sarebbe accaduto se avessero ucciso anche lui: la colpa sarebbe ancora ricaduta su di me e per il fascismo sarebbe stato il colpo di grazia.

I mandanti che volevano la sua morte erano gli stessi mandanti dell'assassinio di Matteotti, ma non sono mai riuscito a individuarli.

Chiesi anche l'aiuto di uomini dell'opposizione che mi ritenevano estraneo al delitto, ma neanche col loro aiuto siamo riusciti ad avvicinarci alla verità.

Così Silvestri fu lasciato libero di continuare la sua campagna benché buona parte della direzione socialista non lo appoggiasse completamente.

 Io, alla fine, dovetti prendere le decisioni drastiche che tutti conoscono.

Mi costrinsero a proclamare la dittatura fascista quando invece avrei preferito costituire con i socialisti un grosso governo democratico».

In un'altra occasione Mussolini tornò a parlare con la figlia dei suoi rapporti conflittuali con i socialisti e Edda così lo ha riportato:

 Ancora oggi, dopo tredici anni che sono Capo del governo fascista (quindi dovremmo essere nel 1935, n.d.r.), darei il mio braccio per una collaborazione coi socialisti. Anche due anni orsono ho avuto dei contatti segretissimi con i socialistì e democratici fuoriusciti e con altri ancora in patria, per convincerli a un'azione comune e, perché no? portarli al governo.

Sarebbe stato necessario un colpo di timone che io avrei organizzato con i fascisti sani. Nella più assoluta segretezza, emissari miei e loro si spostavano fra Roma, Parigi e anche Londra.

Posso farti anche dei nomi: Giovanni Amendola, il più qualificato che aveva aderito al mio progetto benché fosse un mio grande avversario politico.

"Zio Pietro" (Nenni, n.d.r.), mio vecchio amico, ma ora segretario del partito socialista a Parigi, rimase su due staffe, del resto come aveva sempre fatto.

L'altro socialista, Claudio Treves, essendo convinto della mia buonafede, si mise a disposizione, ma sfortunatamente morì durante le trattative.

Bruno Buozzi, il sindacalista che aveva guidato la Fiom, mi scrisse dall'esilio una lettera personale dichiarandosi entusiasta dell'idea.

I miei più stretti collaboratori erano Luigi Federzoni, Italo Balbo, Giacomo Acerbo, Edmondo Rossoni, Emilio De Bono, Costanzo Ciano e Cesare Maria De Vecchi, tutti membri del Gran Consiglio del Fascismo.

Tutti costoro avevano mansioni ben precise nel governo riguardanti l'esercito, la polizia, i carabinieri per favorire l'operazione. Bene, per farla corta, tutto andò in fumo. La causa? Mi danno per certo che fu l'influenza esercitata dai comunisti sui socialisti. Molto probabilmente, a mia insaputa, i socialisti si erano consultati con i comunisti e questi, che ovviamente non avevano nulla da guadagnare da questa operazione, li consigliarono a tirarsi indietro. Purtroppo la determinazione dei socialisti è sempre stata ben lontana da quella dei comunisti e non hanno avuto il coraggio di proseguire...».[15]

Ne più e ne meno che quello che noi e altri storici abbiamo sostenuto.Nel nostro testo citato: “Il Delitto Matteotti” abbiamo tracciato conclusioni, cercando di ricostruire un quadro il più possibile realistico di quel periodo storico.

Lo riportiamo qui a chiusura di questo nostro articolo.

 

 Conclusioni

 Il tempo trascorso e la sparizioni di importanti documentazioni, in particolare quelle raccolte da Bombacci e Gatti e forse chissà anche alcune pagine del memoriale di Amerigo Dumini occultate dagli inglesi e dagli americani, non consentono oggi di accollare responsabilità precise, di indicare senza errare i nomi dei mandanti sconosciuti. I processi di Chieti e di Roma, per evidenti motivi, servono a poco.

Mettendo insieme le documentazioni disponibili, le testimonianze più attendibili e analizzando fatti e circostanze, possiamo comunque ricostruire il quadro di questa brutta storia e intuire e forse qualcosa di più, le varie responsabilità. Vediamo.

 

Il contesto storico - politico dell’epoca

 Prima di tirare le conclusioni di questo sporco affare bisogna fare una premessa fondamentale che consiste nell’inquadrare la figura di Mussolini e le sue intenzioni su cosa si prefiggeva con la conquista del potere. Di fatto vi sono due posizioni opposte, che non sono corrette e non inquadrano bene il personaggio e il contesto storico.

Da una parte infatti abbiamo coloro, come lo storico Canali, che considerano Mussolini un mezzo gangster che messe le mani sul potere lo usa a suo uso e consumo e per chi lo ha sostenuto e sviluppa quindi un sistema di tangenti e malversazioni. Matteotti ne metterebbe in pericolo la sopravvivenza e quindi non ci pensa due volte a farlo sopprimere.

Dall’altra quelli che considerano Mussolini un anima candida, ignaro di tutto e ingannato dagli stessi uomini che lui ha portato a certi posti di potere e che ora stanno usando questo potere per interessi personali. E sono costoro che, sentendosi minacciati dalle possibili denunce di Matteotti e dai cambiamenti politici che il Duce intenderebbe fare prendono la decisione di sopprimere Matteotti e far cadere il governo.

Le cose in realtà sono molto più complesse e stanno in modo alquanto diverso ed è per questo che i seguaci di una interpretazione o dell’altra, si trovano poi alle prese con contraddizioni ed elementi che ne mettono in dubbio la ricostruzione di quelle vicende.

In realtà Mussolini in quei suoi primi anni di governo, conscio di avere un potere effimero per le mani, raggiunto anche attraverso accordi e compromessi con poteri che non gli piacciono; di dover “ripagare” quegli interessi che lo hanno aiutato nella sua ascesa al governo, “forze” che potrebbero anche farlo crollare e lui non potrebbe opporsi con serie possibilità di successo, si barcamena, accondiscende a che molti intrallazzino e si impinguino, anzi tutto questo gli fa gioco, ma intervenendo a volte al momento opportuno per avocare a decisioni importanti, suscita inevitabili reazioni.

Egli vorrebbe governare nell’interesse della nazione, avendo in mente certi progetti, ma è seduto ad un grande e pericoloso tavolo da gioco, con comprimari, amici e nemici, e almeno per quanto riguarda la vicenda Matteotti, ne rimarrà invischiato e scottato.

Non può fare diversamente, non ha uomini all’altezza e un vero partito rivoluzionario per le mani con cui giocare il tutto e per tutto, mentre di fronte ci sono la Monarchia, l’Esercito, la Polizia, la Chiesa, la Massoneria, gli Agrari, gli Industriali e la finanza con le Banche, tutti poteri enormemente più forti, in mezzo ai quali può sopravvivere solo dividendoli, stringendo accordi e alleanze, promettendo e sfruttando la necessità comune di avere un governo forte che rimetta in sesto la nazione, sconquassata dalla guerra e dal disordine.

Quale governo, post risorgimentale, fino ad allora, non ha sopravvissuto anche attraverso giochi sporchi, traffici di ogni genere, tangenti e altro che appagano determinati interessi che sono stati coinvolti nel potere? Chi più e chi meno tutti, compresa Casa Savoia.

Tutto questo è nella natura stessa del “potere” che al tempo, quale lascito risorgimentale, sostanzialmente si configurava nell’equilibrio o nella contrapposizione di una triarchia: la Chiesa, la finanza massonica e il rampante capitalismo. Senza dimenticare gli interessi internazionali che pesano sul nostro paese, soprattutto da parte britannica: controllare l’Italia, quale portaerei naturale nel mediterraneo e punto strategico sulle rotte petrolifere.

Al contempo la Finanza, sviluppatasi con il risorgimento massonico, si può dire che gestiva buona parte della nostra economia.

In questa situazione Mussolini, che è e resta un rivoluzionari, sia pure di genere “politico”, qualunque siano i suoi futuri intenti e programmi ha per il momento una necessità prioritaria: sopravvivere in sella al potere, da poco conquistato, cercando di allargarlo e consolidarlo. Programmi e progetti di grande respiro e che possono toccare determinati interessi creando reazioni contrarie, avverranno con il tempo, con la possibilità di utilizzare il potere a questi fini.

E a questi fini egli usa le armi in cui è maestro: quelle della politica supportate, all’occorrenza da un minimo di violenza, come all’epoca era uso fare.

Volete quindi che Mussolini non sappia che certi uomini e certi ambienti che lo hanno aiutato a prendere il potere e a cui ha fatto promesse, ora vorrebbero intascare i frutti del loro appoggio?

Ma certo che lo sa, anzi molti uomini li ha piazzati proprio lui in determinati gangli del poter, sia perché gli sono utili e sia perché li deve in qualche modo ricompensare.

Che non sappia che il suo partito, il suo giornale fanno fronte a necessità economiche come si è sempre fatto ovvero procacciandosi finanziamenti (da non confondere con arricchimenti personali)?

Conoscete forse rivoluzionari che fino a quando il potere non gli consente di mettere in piedi situazioni diverse, risolvono il problema di reperire mezzi economici, diversamente dall’esproprio o dal farsi finanziare da chi ha paura o ha interesse a farlo?

Siamo realisti: tutto questo è nella natura umana, nelle leggi storiche del potere e tutto questo è anche il contesto del tempo, ma non bisogna neppure esagerarlo, perché, anzi, Mussolini, mostra sempre di avere un occhio per gli interessi della nazione, del resto vero fine del suo potere, e spesso interviene o si mette di traverso stroncando o frenando certi appetiti. Non a caso va in rotta di collisione con gli ambienti della onnipotente Commerciale. E se si arriva al delitto Matteotti è proprio perché Mussolini è su un altro piano rispetto a chi sta usando il potere solo per i suoi interessi.

Ecco perché, quando scoppierà il caso Matteotti, lui che in definitiva ne é fuori (ma a chi vede dall’esterno, considerando l’uso della Ceka, il giro delle tangenti, può dare la sensazione di essere invischiato nel delitto), reagisce nell’unico modo possibile: sbatte fuori molti suoi stretti collaboratori, Rossi e Finzi in primis, misconosce e scarica Dumini e la sua banda, si pone contro i vari Filippelli, Naldi, ecc. che pur avevano trafficato con i suoi uomini, tutta gente che per ingordigia si sono bruciati con le loro mani, i quali però restano stupefatti e indignati ed ovviamente la prendono, molto male.

E non avendo scelta è costretto ad arrangiarsi, a mischiare le carte, se il caso a mentire e dare disposizioni che possano salvare il governo e il fascismo che gli sono costati anni di sacrifici e per i quali ci sono stati non pochi morti.

Ed ecco perché una volta che è riuscito a sopravvivere al cataclisma del delitto, sconfinando nella dittatura e liquidando quella sporca storia con un processo a Chieti addomesticato, lascia che tutti coloro che, colpevoli o innocenti, sono stati invischiati nel delitto e non sono fuggiti all’estero, ponendoglisi platealmente contro, si trovino una loro collocazione, come per esempio Finzi e gli stessi della banda Dumini, ed anzi molti come De Bono, Marinelli, ecc. li recupera nell’alveo del regime. É sempre stata questa la costante del suo modus operandi: mettere una pietra sopra, badare al sodo e alle necessità contingenti.

E non deve neppure stupire che in qualche modo concede sussidi e agevolazioni agli uomini della Ceka caduti in disgrazia. Egli benissimo che quegli uomini un tempo gli sono stati utili e fedeli, che le rivoluzioni necessitano di fegatacci e che queste qualità spesso si accoppiano a tendenze delinquenziali, ma del resto, le rivoluzioni non si possono fare con i soli, pochi, idealisti e le educande.

Se costoro hanno ucciso Matteotti, se sono stati utilizzati da chi poteva farlo, anche contro il suo governo, creandogli un cataclisma, egli sa bene che sono pur sempre stati suoi uomini, forse alcuni hanno anche creduto di agire per il fascismo e non li può abbandonare del tutto, senza contare che potrebbero rivelare particolari imbarazzanti per il fascismo.

Portiamoci ora ai momenti precedenti il delitto dove possiamo constatare che in quella tarda primavera del 1924 molti nodi stavano venendo al pettine, a cominciare dal governo di Mussolini e la sua posizione di potere a cui vari ambienti conservatori e speculatori avevano pur contribuito e finanziato per raggiungere.

Questi ambienti, con l’Alta Banca in testa che presiede a tutti i processi industriali in atto, e branche speculatrici di capitalismo, si sono annidati nelle pieghe del Partito fascista, della stessa Presidenza del Consiglio e del Viminale. Mussolini che con la marcia su Roma ha contratto una specie di cambiale con detti “poteri”, per un po’ ha lasciato fare, ed era inevitabile, ma adesso, non solo non onora quella cambiale consegnando a costoro lo Stato e tutta l’economia, ma comincia a mettersi di traverso su alcune importanti speculazioni. Ci vuole vedere chiaro, prende tempo, concede e poi ritratta la condivisione per l’emanazione di leggi e concessioni importanti: petrolio, bische, dazi doganali, residuati bellici, “privatizzazioni” e quant’altro.

Interessi di vario genere vengono messi in pericolo o almeno in forse, perché Mussolini, pur essendo un pragmatico e un realista, sotto, sotto, mostra di privilegiare gli interessi nazionali, e la sua ideologia, contrariamente a quanto aveva lasciato capire a certi poteri forti, prima di andare al potere e per averne l’appoggio, è socialista nel sociale e opposta a quella liberista nella considerazione dello Stato e al contempo la sua prassi di governo è dirigista e non da semplice mediatore e controllore.

Ma la cosa non è certo semplice perché l’Italia ha avuto un Risorgimento di stampo massonico ed è infeudata di ambienti anglofili e francofili, di logge massoniche e anche la Chiesa ha non indifferenti interessi in ballo, scontrarsi con costoro può essere esiziale.

Tutta la finanza nazionale, la nostra cultura (eccetto quella cattolica), e l’editoria, sono nate da culla massonica, bilanciate dal potere e dalla cultura della Chiesa e i governi post risorgimentali sono sempre stati caratterizzati, da malversazioni, scandali finanziari, speculazioni e via dicendo: Il regno delle tangenti e delle speculazioni, insomma.

 

Affari sporchi

Tra questi interessi emerge quello importantissimo del petrolio, che coinvolge la posizione ambigua della filo britannica Casa Savoia, lobby e conventicole che lucrano sulle tangenti che vengono pagate (anche alle opposizioni!) per ottenere contratti, concessioni e sgravi fiscali.

Coinvolge anche gli interessi britannici (Anglo Persian Oil Company), quelli degli Stati Uniti (Standard Oil e Sinclair Oil) e in parte anche quelli Sovietici (soprattutto dopo il riconoscimento da parte del governo italiano dell’Urss), tutti paesi interessati a fonti petrolifere, accordi commerciali di monopolio, di aree di raffinazione, ecc.

Difficile però seguire i veri interessi e le vere strategie delle compagnie inglesi e quelle di Rockefeller, oltre a quelle minori (per esempio Sinclair, che spesso giocano ruoli indefiniti), perché è un campo soggetto ad accordi, guerre, contrasti, ricomposizioni e acquisizioni azionarie, repentine e a getto continuo.

Comunque il governo italiano si muova, non può che favorire un settore e danneggiare gli altri e in questa realtà c’è chi vorrebbe operare, favorendo propri interessi, e chi invece non trascurare quelli nazionali.

Anche il grosso affare delle “bische”, dove sono state pagate itangenti per una Legge che autorizzi il gioco d’azzardo e predisponga la possibilità di aprirne di nuove, con tutto l’indotto di alberghi, treni di lusso ecc., non è cosa da poco e c’è chi si sente gravemente danneggiato dall’impasse che questi provvedimenti stanno subendo.

Privatizzazioni già promesse, ingenti affari su residuati bellici, dazi doganali, ed altro ancora, si trovano al centro di enormi interessi.

In un caso o nell’altro, troviamo sempre gli interessi dell’Alta Banca, con la Commerciale di Toeplitz in testa, e la stessa Standard Oil cointeressata in vari affari non solo petroliferi.

Ma occorre anche avvertire il lettore che nulla in questa vicenda può essere dato per scontato, come invece hanno fatto, molti storici: non è detto che l’elemento scatenante il delitto sia stato proprio il petrolio, certamente il più indiziato, o non invece lo furono le bische o entrambi questi due malaffare, o altro ancora.

ll progetto dei socialisti al governo

 In questa situazione, così delicata, così contraddittoria, con tutti questi interessi in ballo, Mussolini deve muoversi con i piedi di piombo e non ha alcuna intenzione di sfasciare il partito (già stretto dai Ras che vorrebbero spadroneggiare e i “revisionisti” che con la scusa della “normalizzazione” lo vorrebbero “liberalizzare” per sottometterlo ai poteri forti), e mettere a rischio il governo, ma ha però accarezzato anche un suo vecchio progetto, ora in un certo senso obbligato, quello di portare al governo i popolari (interessando il Vaticano) e i socialisti moderati con i Confederali che controllano i settori sindacali.

É l’unico modo per rafforzare la sua posizione e per coinvolgere nel difficile progetto di riforme e crescita nazionale, di un paese estremamente arretrato, tutte le componenti popolari.

Questo progetto, prematuro e già fallito dopo la marcia su Roma, sta ora, nel 1924, riprendendo corpo e vari sondaggi e contatti sotto banco sono in essere. A questo proposito, Matteotti che si pone come un irriducibile antifascista, non è poi un problema insormontabile, in quanto con il moderato successo che il suo PSU ha ottenuto alle elezioni di aprile, ci sono ora tutte le condizioni oggettive perché, da una posizione di prestigio, lui che in definitiva è un riformista e un anticomunista, possa alla fin fine dare il consenso ad una partecipazione dei socialisti al governo.

Ovviamente un governo forte, aperto a sinistra, sia pure moderata, vede l’ostilità della massoneria, minacciata anche da intese del governo con il Vaticano, di cui già si hanno i primi sentori, e danneggiata in tutti quei settori speculativi che controlla. Anche il fatto che precedentemente Mussolini aveva fatto approvare dal Gran Consiglio del fascismo l’incompatibilità tra fascismo e massoneria, una enunciazione sia pure più che altro teorica, non era stato per i massoni un buon segnale

La massoneria italiana, era al tempo divisa in due obbedienze, quella di Palazzo Giustiniani, decisamente avversa al fascismo, e quella di Piazza del Gesù, più possibilista e non aliena ad accordi con il regime e che conta molti affiliati nelle fila del fascismo.

Il progetto di “apertura a sinistra” di Mussolini vede poi l’ostilità degli ambienti reazionari e conservatori del partito fascista e di quelle lobby speculative che già mal digeriscono i freni che Mussolini continuamente frappone alla realizzazione dei loro interessi.

Intendiamoci, non è che Mussolini voglia fare il “grande moralizzatore”:, egli è abbastanza realista per comprendere che con quell’andazzo è inevitabile che anche il Pnf, il suo stesso giornale Il Popolo d’Italia, e uomini e ambienti del suo entourage ministeriale, si procaccino finanziamenti (in pratica quello che è sempre avvenuto in Italia, anche nel dopoguerra con la Prima Repubblica e con la Seconda Repubblica!), ma la sua filosofia di governo, il suo concetto dello Stato, lo inducono a privilegiare gli interessi nazionali, ad imporsi con forza decisionale e questo lo pone in rotta di collisione con tutto il mondo delle grosse speculazioni, Finanza in testa.

La situazione nel paese, quindi comincia a farsi esplosiva, soprattutto dopo le elezioni dei primi di Aprile ‘24, dove, come accennato, il PSU di Matteotti risolutamente antifascista, ma anche avverso ai comunisti, ha ottenuto un buon successo (5,9% e 24 deputati alla Camera superando sia la corrente ortodossa del socialismo che i comunisti) e potrebbe avere ora le mani libere per prendere qualsiasi decisione e anche Mussolini ha ottenuto un grosso successo con il “Listone” (oltre il 61% con 355 eletti), garantendo al governo, grazie al meccanismo elettorale maggioritario, un ampia maggioranza.

Probabilmente non sfugge, a chi di dovere, che Matteotti, nel suo famoso discorso “antifascista” alla Camera del 30 maggio ‘24, dove denuncia brogli, non mette però sotto accusa il governo, non ne chiede le dimissioni, e successivamente Mussolini nella sua magistrale risposta del 7 giugno alla Camera, pur difendendo il partito e la validità delle elezioni, manda più di un segnale ai socialisti e ai confederali per una futura partecipazione al governo.

Evidentemente Mussolini sa di poter fare queste aperture, grazie a sondaggi sottobanco che devono essere intercorsi con settori moderati della sinistra. Ma per il 7 giugno, il meccanismo di morte, era già in moto, e quel discorso non accentuò i progetti già avviati.

In questa situazione esplosiva, era accaduto, infatti, che Matteotti nel suo breve viaggio a Londra dal 22 al 26 aprile ‘24, aveva ottenuto, di sicuro da ambienti massonici e laburisti, importanti informazioni, forse documentazioni (difficile però ipotizzare che furono forniti documenti, compromettenti e tangibili, che poi nessuno ha mai più tirato fuori) che potevano procurare un grosso scandalo nel paese. Soprattutto sulla faccenda del petrolio e delle bische.

Fatto sta, che Matteotti avesse avuto documenti compromettenti o invece solo informazioni in merito, era filtrata la voce che il deputato socialista avrebbe denunciato una specie di tangentopoli alla camera. Matteotti nel suo programmato intervento per l’11 giugno avrebbe chiamato in causa uomini di governo coinvolti in casi di corruzione. E se anche il partito fascista poteva essere coinvolto in finanziamenti e tangenti, da nessuna parte filtra l’intento di Matteotti di chiamare in causa direttamente Mussolini. Anzi da quel poco che se ne deduce dall’articolo anonimo dei primi di giugno, autore Matteotti, su Echi e Commenti, e da quello postumo su English Life, sembra che Matteotti, mandi un “messaggio” a Mussolini, più o meno: guarda che stai consegnando il governo e il fascismo alla speculazione, cambia registro oppure ne resterai coinvolto.

 

Lo strano comportamento degli inglesi

 Resta ancora poco chiaro il perché gli inglesi, sia pure la massoneria e i laburisti, abbiano armato la mano di Matteotti, anche se si può presumere che sono interessati a difendere i loro interessi petroliferi in Italia.

Ma è anche vero però, a prescindere dalla massoneria, che gli inglesi non vedono di malocchio un governo forte nel nostro paese, a quel tempo non anti britannico, per il motivo che garantisce una certa stabilità e quindi è nel loro interesse per il controllo del mediterraneo (solo quando infatti, anni dopo, Mussolini cercherà di praticare una geopolitica che punta alla riappropriazione dei nostri diritti nel mediterraneo, toccando anche quelli inglesi in Africa, si arriverà decisamente alla guerra con i britannici). Non solo, ma proprio in quel periodo Mussolini sta dialogando con reciproci intenti con il laburista Ramsay McDonald, primo ministro britannico.

Quindi cosa si prefiggono ora i britannici e/o la massoneria britannica armando la mano di Matteotti e di fatto armando la mano ai suoi assassini, per poi infine ritirare questa mano?

Solo far saltare gli interessi petroliferi concorrenti?

Porre in difficoltà il Re e/o Mussolini, ma poi rinunciare a dargli il colpo di grazia? Quando Casa Savoia è da sempre stata una creatura inglese, e Mussolini non è mal visto da loro nonostante i laburisti non lo amino.

Lascia anche perplessi che una volta assassinato Matteotti, non risulta che la massoneria o chi altro sia, attraverso qualche canale, ne abbia fornite e replicate di nuove e compromettenti di documentazioni, mentre invece risulta che gli inglesi, in futuro, si guardarono bene dallo sfruttare polemiche contro Mussolini sul delitto Matteotti e mostrarono atteggiamenti ambigui rispetto alla posizione di Dumini, (Churchill sia nel periodo quando era “amico” e ammiratore di Mussolini, che successivamente, quando ne divenne nemico e in guerra, evitò ed anzi impedì che si attaccasse Mussolini sul delitto Matteotti, segno evidente che gli inglesi avevano qualche scheletro nell’armadio).

É noto che gli inglesi, durante la Grande Guerra, soprattutto dopo Caporetto, finanziarono il Popolo d’Italia di Mussolini, interessati a che il fronte interno italiano, alquanto precario, reggesse. Anche successivamente, un governo forte in Italia, paese del sud Europa, in posizione delicata per le rotte petrolifere, come già accennato, non dispiaceva ai britannici a prescindere se fossero governati dai laburisti o dai conservatori. Solo successivamente, molti anni dopo, le diverse esigenze geopolitiche tra i due paesi portarono a rompere queste intese e questi equilibri. Ora però tutto questo può spiegare perché, a delitto Matteotti avvenuto, gli inglesi ritirarono la mano, ma non spiega perché prima armarono quella di Matteotti esponendolo a ritorsioni e mettendo in pericolo il governo di Mussolini.

Ci si domanda: perché nel 1924 gli inglesi dovevano contribuire a portare un attacco verso Mussolini procurando una tangentopoli, e finendo per gettargli un cadavere tra le gambe?

Che nel 1924 non fossero al potere i Tory, ma i laburisti, e che fu solo una faccenda di affari riguardanti il petrolio, non spiega tutto.

 

Il delitto

 Arriviamo al punto: ad aprile - maggio 1924, in questo coacervo di interessi e situazioni esplosive, Giacomo Matteotti viene a trovarsi al centro di un crocevia di morte, laddove aspetti economici e venali, posizioni di potere da difendere ad ogni costo e giochi internazionali, hanno interesse a impedirgli che faccia certe denunce alla Camera, determinando uno scandalo e rovinando importanti personaggi e, al contempo, chi vede oramai di traverso il governo di Mussolini e vuole farlo cadere gli tornerebbe anche utile un crimine da addossargli.

Insomma si determinano le condizioni giuste per prendere due piccioni con 1 fava: tacitare Matteotti e defenestrare Mussolini.

Ma oltre ai moventi, ci sono anche i “mezzi” per realizzare una operazione con duplice finalità: la Ceka, il gruppetto di prezzolati che apparentemente agisce agli ordini della Presidenza del Consiglio e del Viminale e ne è a libro paga, ma di fatto è controllata soprattutto da Giovanni Marinelli e anche da Cesare Rossi ed è facilmente condizionata da certi poteri e interessi eterogenei, attraverso Finzi, ambienti del Corriere Italiano, massoni, ecc., senza escludere il lavorio di Intelligence straniere.

 

Mussolini non può essere il mandante

Per gli intermediari che progettarono e diedero incarico alla Ceka per questo delitto, ovvero la così detta “Banda del Viminale” e personaggi attigui, non ci pronunciamo, eccetto una forte propensione a considerare colpevole il Marinelli e, almeno in parte, innocente il Rossi. Ma il Rossi, attraverso collusioni massoniche non è però estraneo a tutto quell’ambiente, che sta cercando di ridimensionare, se non defenestrare Mussolini, sebbene sia conscio che se cade Mussolini cade anche lui. Il suo gioco quindi risulta di difficile comprensione e forse si può presumere che egli miri solo a ridimensionare Mussolini o metterlo con le spalle al muro, nell’interesse di certi ambienti a cui è legato, ma senza farlo cadere.

Per il mandate (ma sarebbe meglio dire “i mandanti”), si pensi quello che si vuole su Mussolini, ma egli non può essere il mandante dell’omicidio di Matteotti e neppure di una spedizione punitiva degenerata in assassinio.

Se prendiamo atto, come lo stesso storico Mauro Canali deve ammettere, che un ordine omicida diretto di Mussolini non c’è e non si troverà mai, e quindi anche lui deve formulare quello che resta un “teorema”, in base a congetture e deduzioni su documenti dubbi, per esempio la lettera di Dumini presente negli archivi americani, allora sono molto più concrete e valide le seguenti deduzioni contrarie:

Primo: se Mussolini fosse stato il mandante, non avrebbe reiteratamente inveito contro il deputato socialista, durante le fasi preparatorie del delitto e fino a ridosso del crimine. Non poteva non essere coscio che lui, Capo del governo, avrebbe poi dovuto cavalcare tutta la fase calda post delitto, dando l’impressione all’opinione pubblica di un Capo di governo che si sta impegnando per normalizzare l’ordine pubblico.

Secondo: avrebbe semmai ordinato un delitto professionale, e non in pieno giorno davanti a testimoni, con esecutori a lui riconducibili. Ed oltretutto, a delitto consumato, si sarebbe comportato ben diversamente che non subire un mezzo crollo morale e psicologico.

Terzo: era abbastanza intelligente per capire che la scomparsa di Matteotti sarebbe stata la tomba di ogni progetto politico di apertura a sinistra per il quale stava lavorando da mesi e per il suo governo, molto più deleteria di eventuali denunce alla Camera. Denunce alle quali, alla peggio, forte di un ampia maggioranza e riconosciute abilità dialettiche e di manovra, avrebbe, potuto in qualche modo tamponare. É anche poco credibile che Matteotti nel suo viaggio a Londra, avvenuto pochi giorni prima che venisse sottoscritta la Convenzione Sinclair, aveva potuto già avere documenti compromettenti, e quindi più che altro poteva fornire denunce verbali, sempre contestabili (più probabile che a Londra ci fossero documenti compromettenti per il Savoia).

Ma torniamo comunque al paragrafo precedente: eventuali accuse si possono controbattere o negare, uccidendo invece Matteotti ci si sarebbe dati la zappa sui piedi.

Quarto: diciamolo chiaramente: non può essere un caso, ma anzi è significativo, che le documentazioni sequestrate a Mussolini nel 1945, precedentemente esaminate da Carlo Silvestri, dove risultava evidente che il Duce nulla c’entrava con l’omicidio Matteotti, vennero fatte letteralmente sparire dagli antifascisti e nel caso dagli Alleati che avrebbero dovuto avere, invece. tutto l’interesse a non scagionare Mussolini.

Quinto: proprio il fatto che il mandante di questo crimine, che nasce in un contesto di situazioni che si sono evolute in un certo modo, non è Mussolini, ma ambienti e personaggi potentissimi, che sono però sfumati dietro le quinte e non facilmente identificabili, spiega che a costoro necessita solo un azione sbrigativa che elimini la minaccia Matteotti e poi metta nei guai il Duce.

Costoro, attraverso i loro intermediari in grado di arrivare alla Ceka, ordinano, probabilmente a Marinelli, quel rapimento che sostanzialmente è una via di mezzo tra una spedizione punitiva, a cui i membri della Ceka sono abituati, un impresa di minacce e bastonature per venire in possesso di informazioni dalla vittima, e probabilmente la commissione di un delitto vero e proprio. E questi sicari finiscono proprio per muoversi su questi tre piani, combinando anche una serie di goffe e malaccorte azioni.

In questo contesto i Finzi, i Rossi, i De Bono potrebbero anche essere innocenti, rispetto ad aver diramato un ordine omicida o esserne complici nella sua progettazione, ma in virtù dei tanti fili che li legano agli ambienti affaristici che hanno interesse a tacitare Matteotti e alla massoneria, non si può definire con certezza ogni singola posizione, e comunque anche loro, in qualche modo, ne sono “idealmente” invischiati.

Questa impresa criminale era stata progettata ancor prima del discorso del 30 maggio 1924 che espose Matteotti alle ire dei fascisti e qualche esternazione di rabbia di Mussolini che offrirà anche un capo di accusa verso Mussolini e un pretesto per il delitto.

La data esatta di progettazione di questo delitto è sicuramente legata al momento in cui si ebbe voce che Matteotti poteva denunciare concretamente certi scandali e certi ambienti. Il discorso quindi del 30 maggio fu probabilmente un acceleratore, ma non l’elemento determinante per dare il via alle operazioni. In ogni caso certezze in questo senso non ci sono. Ad un paio di giorni prima del 20 maggio 1924, invece, data in cui Dumini convoca a Roma gli altri componenti della Ceka, che arriveranno il 22, si può forse attestare il momento in cui gli venne dato l’ordine omicida da eseguirsi in fretta, prima dell’ 11 giugno e del previsto discorso di Matteotti alla Camera.

 

Ordine omicida o spedizione punitiva degenerata?

L’attento esame degli esiti autoptici (sia pur carenti date le condizioni dei resti organici) e la valutazione delle cronache del rapimento (sicari che agiscono alla luce del sole con un auto a cui neppure nascondono la targa), farebbe ritenere che l’uccisione fu preterintenzionale, avvenne in macchina nel luogo e nel momento sbagliato, probabilmente per la reazione della vittima, che forse doveva solo essere rapita, bastonata, e fatta parlare. I sicari si trovarono invece tra le mani un cadavere inaspettato e un auto imbrattata di sangue senza i mezzi per sotterrarlo.

Si deve quindi propendere per un omicidio non ordinato?

Andiamoci piano, perché è difficile credere che si sarebbe poi liberato Matteotti, il quale non solo avrebbe sicuramente dato indicazioni per far arrestare i rapitori, ma avrebbe anche potuto reiterare le sue minacciate denunce alla Camera e comunque scatenare reazioni incontrollate.

La stessa mancanza di una pala, che i rapitori non si sono portati appresso, potrebbe dipendere dal fatto che non necessitava, perché Matteotti doveva essere portato e ucciso in un posto dove sarebbe poi stato fatto sparire. Ma avanza sempre una domanda: perché in quel posto non ci sono ugualmente andati con il cadavere?

Comunque se è quasi certo che Matteotti fu ucciso in macchina non volendo, è anche prevedibile che la sua soppressione, con altri modi e in altro luogo, era comunque prevista.

Ci sono quindi elementi, circa le finalità del progetto criminoso, per optare sia per una ipotesi che per un'altra, senza cambiare di troppo il quadro complessivo del crimine, visto che importante è il movente affaristico con previsti effetti politici, quindi l’interesse dei mandanti a tacitare Matteotti e far cadere Mussolini, tutti scopi da raggiungere con l’utilizzo di persone (“la banda del Viminale”) a cui i mandanti possono arrivare attraverso altre persone e altri ambienti.

Data questa eterogeneità e contraddittorietà di situazioni, il fatto che il delitto ha un movente affaristico, non disgiunto dai sicuri effetti politici; che i veri mandanti sono sfumati dietro le quinte; che gli intermediari che arrivano fino a Marinelli e la Ceka, sono lobby massoniche a scatole cinesi legate da invisibili fili, è perfettamente inutile sforzarsi di inquadrare il tutto in una ferrea logica e pretendere di spiegare ogni avvenimento, ogni fatto ogni contraddizione e ogni gesto insensato.

Anche il fatto che tra la “banda del Viminale” erano a tutti note le invettive di Mussolini contro Matteotti, non fu difficile, per “chi di dovere”, far credere che l’azione contro il deputato socialista fosse voluta o comunque gradita da Mussolini.

Cosicché il destino di Matteotti è segnato, e di riflesso sembra segnato anche quello di Mussolini.

Le condizioni ideali per l’omicidio, ripetiamo già previsto e organizzato, le determina il forte discorso del 30 maggio di Matteotti alla camera che espone al massimo il parlamentare, attirandogli la reazione dei fascisti infuriati, e la reazione a caldo di Mussolini che gli inveisce contro, profferendo minacce (forse interpreta quel discorso, che pur letto bene non chiude totalmente a future intese di governo, come un ulteriore diniego di Matteotti).[16]

Questa reazione, oltretutto in pubblico, espose anche Mussolini nel senso che se fosse successo qualcosa a Matteotti, tutti lo avrebbero ritenuto responsabile nonostante poi il suo discorso del 7 giugno, dove non solo mostrò di aver smaltito la collera, ma profuse anche un rilancio verso future intese con i socialisti moderati.

Resta però il fatto che coloro che incaricarono Dumini giocarono sull’equivoco, di precedenti stati d’animo di Mussolini, che in certi momenti dovette aver espresso intenzioni bellicose contro Matteotti, ma rendendosi poi conto della assurdità della cosa, le lasciò cadere, ma altri utilizzarono queste situazioni per coinvolgere gli esecutori nel nome di Mussolini.

 

Volendo riassumere quanto espresso in queste conclusioni:

 

·       Il delitto ha un movente affaristico (tacitare Matteotti), ma con effetti, previsti e desiderati, di natura politica (far crollare il governo di Mussolini o almeno metterlo con le spalle al muro), possibile quindi che vi siano più personaggi e ambienti cointeressati o non estranei, se non al delitto a tutto il contesto che lo determina, compresi anche interessi stranieri (inglesi, americani e sovietici).

 

·         Mussolini fu assolutamente estraneo al rapimento e al delitto che in definitiva lo danneggiava in ogni senso.

 

·       Insinuazioni su possibili tangenti intascate da Mussolini e/o il fratello Arnaldo, sono più che altro congetture; metterle poi in relazione ad una presunta volontà di Mussolini di tacitare, uccidendo, Matteotti, è una assurdità che si configura in un vero e proprio teorema fantasioso. Vero però che l’andazzo del tempo contemplava giri di tangenti, possibile quindi che ci sia stato anche un giro che riguardava il PNF e il Popolo d’Italia, come riguardava i governi precedenti, i partiti e anche le opposizioni.

 

·       Che Arnaldo Mussolini fosse coinvolto in qualche giro affaristico non ha alcuna incidenza su questa vicenda, se non magari nel legare poi le mani a Mussolini nel poter fare un repulisti generale.

 

·       Difficile appurare, in mancanza di precise documentazioni, il coinvolgimento del Re o addirittura che sia partito da lui l’ordine omicida. In ogni caso l’ipotesi di Matteo Matteotti non è del tutto peregrina è va tenuta in considerazione (la ripetiamo: De Bono informa emissari di Casa Savoia che Matteotti sta per far esplodere uno scandalo che coinvolge il Re nelle vicende del petrolio. Forse tramite FilippeIli e questi a sua volta attraverso Dumini, mettono in atto il delitto forzando certi intenti di dare una lezione a Matteotti e trasformandola in un omicidio. Detto en passant si dovrebbe aggiungere il Marinelli.

 

·         Di sicuro l’ordine omicida partì da ambienti e personaggi che avevano tanto da perdere sia per le denunce di Matteotti che per la politica di Mussolini..

 

·        I Finzi, i De Bono, i Cesare Rossi, sono probabilmente estranei all’ordine omicida, ma sono in qualche modo coinvolti nel complesso della vicenda per via di certi fili, politico - affaristici e finanziari che li legano agli ambienti nei quali si trovano i veri mandanti. Giovanni Marinelli è invece seriamente indiziato per aver organizzato il delitto, e intermediari come Filippelli, Naldi e la stesa Commerciale, lo seguono a ruota.

 

·         Menzogne, depistaggi, inquinamenti e altro messi in atto da molti attori di questo Affaire, non sono necessariamente da mettere in relazione con il loro diretto coinvolgimento nel delitto.

 

·        Difficile stabilire, con assoluta certezza, cosa veramente volevano fare i rapitori sequestrando Matteotti. É evidente che lo ammazzarono in auto, nel modo e momento non previsti, ma è quasi cero che comunque lo avrebbero poi soppresso.

 

·        Gli effetti, per il governo di Mussolini di un omicidio o anche del solo rapimento con bastonatura di un deputato di quella notorietà e portata, sarebbero stati non troppo diversi. Ergo assume minore importanza dirimere il dubbio precedente.

 

·       Testimonianze contraddittorie del Dumini hanno scarso valore: il suo primo memoriale è ridicolo, mentre quello nascosto nel 1933 in America, che tra l’altro non si conosce per intero, non è totalmente affidabile, perché è evidente che il Dumini confezionò un prodotto che gli salvasse la vita e fosse utilizzabile per eventuali ricatti.

 

Ebbene, come già detto, in quel memoriale “americano” il Dumini dichiara di aver ricevuto l’ordine omicida dal Marinelli, cosa questa che conferma il famoso “biglietto” o farfalla carceraria, con la confessione di Marinelli, che Mussolini asserì di aver ricevuto dall’ex gerarca condannato a morte a gennaiol 1944.

 

 Quello che accadde dopo divenne inevitabile, ma ogni elemento sta a dimostrare che in definitiva ci furono due vittime e queste furono Matteotti e Mussolini, oltre alla storia del paese che viceversa avrebbe di certo preso un altro indirizzo.

 


NOTE

 

[1] Capacelatro G. “La banda del Viminale”, Ed. Il Saggiatore 2004.

[2] Oltre ad alcune interviste, le testimonianze di C. Silvestri sono reperibili in: Silvestri C.: Mussolini, Matteotti e il dramma italiano, Ruffolo, 1947; C. Silvestri. Mussolini, Graziani e l'antifascismo, Longanesi, 1949].

[3] Le “favolose” ricchezze di Mussolini. Per la precisione, i beni di Mussolini che sono riscontrabili, al momento della sua morte (a parte la residenza della Rocca delle Caminate vicino Predappio, che fra il 1924 e il 1927, fu totalmente restaurata con un “prestito littorio”, una sottoscrizione indetta fra i cittadini della Romagna, per poi essere donata a Mussolini che la elesse sua residenza estiva migliorandola poi con suoi beni), erano costituiti dai proventi della cessione degli stabilimenti e macchinari del Popolo d’Italia, avvenuta in quei giorni, all’industriale Riccardo Cella (che li comprava per conto di terzi) e che il Duce aveva diviso con i suoi parenti, eredi del fratello, del figlio Bruno e la sorella Edvige), e dalla rimanenza di una liquidazione appena riscossa per i diritti d’autore di suoi scritti. La moglie Rachele inoltre, aveva con sé (oltre parte di questi proventi) gioielli di famiglia e molti regali, anche di valore, avuti dal Duce nel ventennio, che gli furono sequestrati dagli Alleati e poi restituiti riconoscendogli la proprietà. Durante la Rsi, Rachele, protestò più volte con il marito, perché con il modesto stipendio di Stato che percepiva, non ce la faceva, a far fronte alle spese di una famiglia allargata a vari rifugiati e lui si rifiutava di farsi concedere altro che pur gli poteva spettare. Nel dopoguerra poi non sembra proprio che Rachele Guidi vedova Mussolini e i suoi figli, abbiano condotto una vita lussuosa, anzi tutt’altro, e neppure che abbiano rivendicato ricchezze all’estero. Basta per tutti l’ironia di Romano, il figlio di Mussolini: “ditemi dove sono questi soldi che me li vado a prendere”. Chissà se il Canali potrà spiegare dove sono i beni. Queste dicerie sulle ricchezze di Mussolini, dicesi anche accumulate di nascosto all’estero vedesi il nostro articolo: “La favolose ricchezze di Mussolini nascoste all’estero”, visibile on line nel sito della Fncrsi: http://fncrsi.altervista.org/

[4] Da un servizio di G. Di Stefano su Oggi”, n. 51, 13 dicembre 2000 (Matteotti fu ucciso perché scoprì le mazzette di Mussolini), riportiamo questo passaggio, perché evidenzia bene le forzature e le congetture usate dal Mauro Canali, il quale riscontrando “ricevute” passate per Mussolini, le interpreta come una riscossione di tangenti.

<<“Nel mio libro sulla genesi del delitto Matteotti”, precisa lo storico [Mauro Canali, n.d.r.], “sono riuscito a dimostrare almeno tre tangenti sicure e non è certo facile trovare le prove materiali della corruzione… C’è poi una lettera del commissario straordinario delle Ferrovie, incaricato di vendere i residuati bellici della prima guerra mondiale, che scrive a Mussolini: “Le 250 mila lire (circa 400 milioni attuali, n.d.r) che ebbi a consegnarvi poche sere or sono provengono da una vendita di materiali esistenti in magazzini di corpo d’armata”. E Mussolini, sull’appunto, verga la parola “riservatissimo”. Vi sono poi altre sicure tangenti, come una di 750 mila lire (circa un miliardo di oggi, n.d.r.) fatta passare per donazione a un istituto per ciechi”>>.

Commenta Alessandro De Felice (nel suo Il gioco delle ombre, op. cit.):

<<Si tratta in questo caso di un leit motiv caro a Canali, il quale, nel suo saggio sul delitto Matteotti teso a dimostrare la colpevolezza di Benito Mussolini nell’omicidio del deputato socialista veneto avvenuto nel giugno 1924, cerca di costruire un circuito storico univocamente monocorde con non poche forzature interpretative legate ad episodi per nulla inerenti l’oggetto della sua – peraltro apprezzabile – ricerca>>.

[5] Già tempo prima la Standard Oil negli Usa, attraverso la grande stampa e il circuito Rockefeller, aveva spinto, sfruttando lo scandalo in America che aveva coinvolto la Sinclair Oil, per il ridimensionamento di questa compagnia.

[6] Lascia perplessi il fatto che nel suo voluminoso testo il Canali non sviluppi una analisi sul ruolo della Commerciale e del Toeplitz e neppure del Naldi e della Massoneria, incanalando invece il tutto sulla malafede di Mussolini. La Commerciale e il Toeplitz al tempo veri vampiri della nostra economia e finanza, a cui molti attori del delitto Matteotti sono legati, viene citata di rado, anzi quando viene citata lo è per riportare che si lamentava di un possibile doppio gioco della Standard Oil con cui si era consociata per la petrolifera Saper, Standard Oil che invece gli era legata a doppio filo. Il Naldi, potente uomo ombra dell’epoca, è citato più che altro come “agente” della Sinclair, il che è anche dubbio. La Massoneria viene appena sfiorata, eppure era una potente forza dell’epoca e nell’Affaire Matteotti non stava di certo a pettinare le bambole.

[7] Forse conscio di questo “buco” nel suo teorema, il Canali, così congettura:

<<Le responsabilità dirette di Rossi, Marinelli e Fasciolo, nell’’organizzazione del delitto, e quello di De Bono, Finzi e Acerbo, nell’intralciare le indagini e nell’occultare prove, conducono direttamente alle responsabilità morali di Mussolini. Non è infatti possibile credere che un intero gruppo dirigente, quello, sia detto per inciso, la cui fedeltà era più antica e fidata, potesse decidere concordemente e in completa autonomia di sopprimere un avversario politico di grande spicco>>.

Questo ragionamento del Canali è indimostrato nell’ipotesi di partenza, quella che furono più di uno ad organizzare il delitto (quando probabilmente, fu il solo Marinelli, imbeccato da certi “poteri” a cui non poteva dire di no,), mentre tutti gli altri ne restarono invischiati o coinvolti senza saperlo, alcuni magari perchè avevano avuto sollecitazioni massoniche a ridimensionare Mussolini. Poi tutti operarono per tirarsene fuori e salvarsi,.

[8] Per attestare un Mussolini assassino, il Canali porta l’esempio di alcune aggressioni ordinate da Mussolini contro avversari politici, dicendo che potevano finire con un assassinio. Certo che potevano finire in un assassinio (ma non avevano quelle spedizioni punitive ordini omicidi) ed in ogni caso non si può asserire che siccome Mussolini avrebbe ordinato un omicidio in altre occasioni (e questo ordine a freddo non è neppure veritiero), per forza deve averlo fatto anche per Matteotti.

[9] Le necessità tattiche, tattica in cui Mussolini era maestro, non di rado hanno fatto si che lo troviamo dietro situazioni opposte. Era un modo per interferire chi poteva dar fastidio. Per esempio lo troviamo, in parte dietro la nascita della corrente revisionista, che poi cercherà di scompaginare il fascismo e dovrà abbandonare al suo destino; lo troviamo non avverso alla fondazione del Corriere Italiano, un giornale che può tornargli utile come fonte ufficiosa del governo e del fascismo e procacciatore di finanziamenti, ma che poi come sappiamo, legato alla Banca Commerciale e altri ambienti finanziari, prese una diversa strada., E così via..

[10] Mussolini ebbe a scrivere: <<Quando io non ci sarò più, sono sicuro che gli storici e gli psicologi si chiederanno come un uomo abbia potuto trascinarsi dietro per vent'anni un popolo come l'italiano. Se non avessi fatto altro basterebbe questo capolavoro per non essere seppellito nell'oblio. Altri forse potrà dominare col ferro e col fuoco, non col consenso come ho fatto io. (...) Tutti i dittatori hanno sempre fatto strage dei loro nemici. Io sono il solo passivo: tremila morti (tra le camice nere – n.d.r.) contro qualche centinaio. Credo di aver nobilitato la dittatura. Forse l'ho svirilizzata, ma le ho strappato gli stlirumenti di tortura. Stalin è seduto sopra una montagna di ossa umane.

E' male? Io non mi pento di avere fatto tutto il bene che ho potuto anche agli avversari, anche nemici, che complottavano contro la mia vita, sia con l'inviare loro dei sussidi che per la frequenza diventavano degli stipendi, sia strappandoli alla morte. Ma se domani togliessero la vita ai miei uomini, quale responsabilità avrei assunto salvandoli?

Stalin è in piedi e vince, io cado e perdo. La storia si occupa solamente dei vincitori e del volume delle loro conquiste ed il trionfo giustifica tutto.

La rivoluzione francese è considerata per i suoi risultati, mentre i ghigliottinati sono confinati nella cronaca nera>>.(Intervista a Ivanoe Fossati “Mussolini si confessa alle stelle”, 1945, pubblicata postuma nel 1948),

[11] A cura di P. Paoletti: Il Memoriale Dumini. Contributo alla storia del fascismo: il delitto Matteotti, Rivista N. 2, marzo-aprile 1986, Sansoni Editore, Firenze.

[12] De Felice R.: Mussolini il fascista. La conquista del potere”, Einaudi, 1966.

[13] Scrive il Canali: «… siamo quindi al 2 giugno (…) …l’ira di Mussolini che si scaglia contro l‘inerzia dei due collaboratori (Rossi e Marinelli, n.d.r.), si può senz’altro concludere che l’intesa definitiva tra il Capo del governo e i due responsabili della Ceka per la soppressione di Matteotti venne raggiunta nell’incontro del 2 giugno».

[14] Cfr.: “Delitto Matteotti Il mandante fu il Re non Mussolini, visibile in: http://guide.supereva.it/alleanza_nazionale/interventi/2003/05/134356.shtml

[15] Cfr.: Petacco A., La storia ci ha mentito, Ed. Mondadori, 2014.

[16] Mussolini confesserà molti anni dopo che il discorso di Matteotti lo aveva oltremodo irritato perché intimamente doveva riconoscere che le accuse di Matteotti che il fascismo stava divenendo succube di poteri forti e del capitalismo era vera.

 

 

27/02/2015


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